La sindrome di Fabrizio - da Sette

Da Sunwand

Dalla rubrica Italia sì Italia no di Sette, inserto del Corriere della Sera
L'Isis non ci indigna, la minaccia islamica ci lascia indifferenti. Siamo come il personaggio di Stendhal: viviamo una svolta della storia e non ce ne rendiamo conto.
NO
Dire che si protesta contro una guerra soltanto quando sono gli Stati Uniti a farla è un luogo comune. Ma, come molti luoghi comuni, è abbastanza vero. Riconosciamolo: la guerra all'Isis non scalda i cuori. Le turpi violenze dell'esercito islamico - e quelle di Boko Haram, che continua a rapire adolescenti in Nigeria - non indignano l'opinione pubblica, in particolare quella italiana. Forse perché siamo l'unico Paese occidentale a non aver ancora provato sulla propria pelle la crudeltà dei terroristi islamici (Nassiriya è lontana nello spazio e ormai anche nel tempo). Forse perché siamo un Paese provinciale, ripiegato sul proprio ombelico. Fatto sta che la guerra dei fondamentalisti all'Occidente è considerata un fatto esotico e remoto, che non ci chiama in causa e non ci riguarda. Semmai ci preoccupiamo che qualche immigrato non porti ebola (vergognoso l'ostracismo in classe verso la figlia di un militare italiano in missione in Africa). In realtà, il confronto con l'Islam è il grande tema del nostro tempo. È un confronto innanzi tutto politico e culturale, quindi potenzialmente fecondo; ma purtroppo è anche un confronto militare. L'11 settembre è stata la scintilla che ha fatto deflagrare uno scontro che covava da tempo. Il disastroso intervento americano in Iraq è stata esattamente la risposta che gli estremisti si auguravano. Ora nell'Islam è scoppiata una guerra civile. Ribelli contro gli antichi regimi, sunniti contro sciiti. Gli errori dell'Occidente hanno fatto il resto. I francobritannici hanno provocato la caduta dell'indifendibile Gheddafi, ma si sono disinteressati della ricostruzione della Libia. L'amministrazione Obama, che stava per colpire gli insorti contro Assad, ora appoggia Assad contro gli insorti. L'Egitto è ripiombato nelle grinfie di una dittatura militare, retta più su plebisciti che su libere elezioni. Le uniche buone notizie vengono dal Paese tradizionalmente più avanzato, la Tunisia. Ma sinceramente non mi pare che in Italia ci sia la consapevolezza necessaria e naturale per un Paese allungato nel Mediterraneo. Né mi pare che le pratiche crudeli dell'Isis verso i prigionieri, verso le donne, verso i cristiani, verso i curdi suscitino l'indignazione e la reazione che meritano. Kobane, la roccaforte curda assediata dagli assassini islamici, rischia di passare alla storia come la nuova Srebrenica, una vergogna per la comunità internazionale e specificatamente per la Nato, di cui fa parte la Turchia che finora è rimasta a guardare il martirio dei peshmerga. Che fa l'Europa? E la Merkel, concentratissima nel contrasto a Putin, molto meno sul Medio Oriente? E la Mogherini? E i pacifisti? E l'opinione pubblica? Il Papa parla di terza guerra mondiale. Ce ne rendiamo conto? Sappiamo o no che la prossima bomba atomica sarà lanciata non da uno Stato, ma da un'organizzazione terroristica? Si sta facendo tutto il possibile contro la proliferazione nucleare? La Russia sta collaborando? Non c'è il rischio che venga lasciata briglia sciolta all'Iran sciita, alleato contro l'Isis sunnita? non si poteva fare di più per salvare Reyhaneh? Ho l'impressione che abbiamo tutti altro per la testa. Siamo come Fabrizio Del Dongo, il personaggio della Certosa di Parma di Stendhal, che attraversò la battaglia di Waterloo senza accorgersi di nulla. Viviamo un tornante della storia, e non ce ne rendiamo conto.

Cent'anni fa, i nostri nonni si fecero trovare pronti all'appuntamento con la storia. E lo stesso fecero i nostri padri negli anni terribili della Seconda guerra mondiale e della guerra civile. La lunga denigrazione delle Resistenza, e la sua riduzione a una "cosa di sinistra", tutta fazzoletti rossi e Bella ciao, ha però fatto dimenticare figure straordinarie, come i militari che non si sbandarono dopo l'8 settembre ma guidarono la lotta contro l'invasione nazista. Così è poco nota una figura luminosa come quella del capitano Franco Balbis: valoroso soldato a El Alamein, tra i capi del Comitato di liberazione del Piemonte, fucilato al poligono torinese del Martinetto dopo aver offerto ai carnefici la sua vita per salvare i compagni. A 70 anni del suo sacrificio, Balbis è stato commemorato ad Alassio, nell'istituto don Bosco, dove studiò da ragazzo. Una piastrella in cortile ricorda agli allievi di oggi il coraggio e l'amor di patria di cui fu animato.

Aldo Cazzullo

Fonte: Sette n.45 07/11/2014

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