La sorgente del linguaggio

Da Straker

L’evoluzionismo ha contaminato quasi tutti i campi del sapere: così anche in Storia si insegna che da culture antiche molto primitive si svilupparono nazioni sempre più progredite. E’ un dogma assai diffuso, ma che si scontra almeno con la questione inerente all’origine delle lingue.
Gli idiomi primigeni (sumero, sanscrito, le lingue precolombiane etc.) erano di una complessità incredibile a tal punto che dubitiamo si possano attribuire a rozze comunità di cacciatori-raccoglitori o alle prime civiltà urbane.
Se la genesi degli alfabeti (Giovanni Sermonti opina che essi richiamino i glifi delle costellazioni) è un grosso problema, la scaturigine dei sistemi linguistici ci pone di fronte ad un nodo di Gordio. Pensiamo al sumero, al suo impianto nominale e verbale, includente l’ergativo, ossia la funzione sintattica del complemento d’agente; pensiamo al greco antico la cui compagine verbale presenta innumerevoli articolazioni; pensiamo a molte parlate dei nativi americani, contraddistinte da particolarissimi, inusuali rapporti tra locutore ed azione… Gli esempi sono innumerevoli e ci consentono di comprendere che, con il passare del tempo, le lingue, quando non si estinguono, si impoveriscono sotto il profilo strutturale e semantico, smarrendo costruzioni, sfumature, rinvii al referente, significazioni metaforiche, simboli... [1]
Così il latino passò da otto casi a sei per perderli tutti, se si eccettua qualche “relitto”, quando si trasformò e si ramificò nelle lingue romanze. Oggi nell’inglese sopravvive il genitivo sassone, a fronte di un substrato molto più ricco, un substrato formato da varie declinazioni, tre generi e tre numeri.
Perché le lingue subiscono questo declino, una decadenza che corrode tutte le cose? In primis, esse assomigliano agli utensili: se li adoperi, si rovinano. Come gli utensili, è importante che facciano alla bisogna; pazienza se non sono belli. E’ indispensabile comunicare: se oggi molti riescono a comunicare attraverso un inglese corrotto ed ipersemplificato, l’obiettivo è conseguito. Il fine è quello di trasmettere e ricevere informazioni, dati. Al giorno d'oggi si inviano e captano messaggi, ma non ci si esprime, non si entra in contatto con l’interlocutore: i codici attuali ci confinano nel silenzio assordante dell’egomania, del non ascolto, dell’introflessione autistica.
Il processo di degenerazione glottologica trascina con sé la perdita di valori, sensi, rimandi, slanci creativi che paiono rivelare la vera matrice del linguaggio umano (?) non costruito per piatti fini di comunicazione denotativa, ma forse ereditato da “messaggeri”, da geniali creatori intenti ad auscultare soffi spirituali.
“In principio era il Logos” è scritto nell’incipit del Quarto Vangelo: il Logos pare qui l’essenza stessa del reale. L’essere si manifesta nel suono, nella parola che è al tempo stesso, in guisa del tutto misteriosa, vibrazione, idea, oggetto.
Dunque se riuscissimo ad udire il suono della vera sorgente del linguaggio, potremmo intravedere pure il principio del mondo, come chi, avvicinandosi ad una cascata, ne ode prima lo scroscio argentino. E’ un’opportunità che, però, oggi più che mai ci è del tutto preclusa.
[1] Non concordo con chi assimila l’inglese alla neo-lingua di Orwell: sebbene l’inglese odierno presenti un sistema morfo-sintattico per molti versi schematico, nel contempo ha mantenuto alcune “prelibatezze” grammaticali come l’aspetto del verbo e la duration form. Certo, l’establishment che si prefigge il livellamento in ogni settore umano, non risparmia l’attacco alle residue anomalie dell’idioma inglese.
Articolo correlato: Il mistero del linguaggio, 2015

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