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La sostanza in primo piano rispetto all’involucro. PoEtica intervista Corrado Videtta degli ARGINE

Creato il 12 gennaio 2012 da Vivianascarinci

La sostanza in primo piano rispetto all’involucro. PoEtica intervista Corrado Videtta degli ARGINE

Ma ognuno di noi ha il dovere di essere portatore dell’individualità culturale della comunità in cui si è formato. La globalizzazione del mondo può avere risvolti positivi solo se ciascuno di noi nel rapportarsi a nuove realtà riesce a vedere il diverso come un arricchimento pur rimanendo manifesto vivente della propria identità culturale. Corrado Videtta

1.   In che misura le tue esperienze precedenti ti hanno portato a concepire il progetto musicale ARGINE secondo collaborazioni cui è consentita, da come si evince dal vostro background, una contaminazione profonda e condizionante del risultato? Ossia che valore e potere ha per te il dialogo artistico in corso d’opera?

A dire il vero le mie esperienze musicali precedenti alla creazione del gruppo Argine sono poche, suonavo spesso con alcuni amici con cui mi esibivo alla chitarra e alla voce presso case private in occasione di feste e ritrovi. Avevamo circa sedici anni e affiggemmo in tutta la città dei volantini in cui ci offrivamo gratis solo per feste private. Invece di andare il sabato con i compagni di classe a mangiare la pizza, suonavamo in case meravigliose tra long drinks e belle ragazze. Ciò che ha formato il mio credo musicale è stato semmai lo studio della musica durante la frequentazione del Conservatorio. In quegli anni capii che usare delle dissonanze con il suono di strumenti tipo il violino o il sassofono soprano era più stimolante per me rispetto all’ utilizzo del suono distorto di una chitarra elettrica, benché ne abbia fatto comunque largo uso. Il valore della collaborazione per me è alla base del suonare. Il concetto di squadra mi piace. Applicato alle discipline artistiche o a quelle sportive o della ricerca in generale ritengo che conferisca una componente esaltante al risultato finale della rappresentazione.

2.    In che relazione poni lo studio di Conservatorio con la pratica quotidiana di generi contemporanei o che esprimono la contemporaneità. In che modo questa dialettica tra classico e contemporaneo si lega concettualmente alla tua poetica musicale?

Il Conservatorio forma il musicista in modo completo in quanto attraverso lo studio della musica cosiddetta seria che comprende secoli e secoli di esperienze musicali riesce a dare un bagaglio importante da cui attingere per la creazione di qualcosa di personale. Non ho mai creduto ai confini invalicabili tra stili e concetti. Credo semmai che anche per produrre musica contemporanea di qualunque genere lo studio dell’umanità nei secoli attraverso la musica sia di grande aiuto. Si può comporre un brano di musica punk avendo alle spalle anni di studio su fughe e sonate, il contrario è impossibile. Lo studio della musica classica non mi ha fatto mai creare preconcetti nei confronti della musica pop o rock, né la musica pop o rock ha deviato il mio interesse per il passato. L’approfondimento di un’arte attraverso lo studio accademico può solo ampliare il tuo orizzonte percettivo in primo luogo e poi quello creativo. La condizione necessaria è semplicemente avere qualcosa di vero da dire. La sostanza è in primo piano rispetto all’involucro.

3.    Le Luci di Hessdalen, il vostro album uscito nel 2004 prende il titolo da noti fenomeni luminosi ricorrenti nella valle di Hessdalen, in Norvegia. Perché la scelta di intitolare un intero album con il nome di un fenomeno fisico che ha luogo in un preciso punto del mondo e solo in quel luogo?

Quando venni a conoscenza del fenomeno a cui fai riferimento mi emozionai e lo accolsi come un segnale di cui avevo un immenso bisogno: avere la certezza che l’uomo contemporaneo in alcuni frangenti possa ancora meravigliarsi e rimanere attonito nei confronti di una rappresentazione della natura. Il percorso di conoscenza non è ancora ultimato e forse mai lo sarà. L’aspetto sociologico del fenomeno di Hessdalen rompe i piccoli confini della locazione geografica ed assurge a simbolo di una ritrovata sete di conoscenza. I globi di luce sono un fenomeno meteorologico per una branca della scienza, per un’altra rappresentano un contatto con l’al di là, per un’altra ancora la possibile prova dell’esistenza di forme di vita provenienti da altre galassie. L’elemento al centro del fenomeno è l’energia. Metaforicamente l’energia diventò il simbolo dell’album e questo si evince anche dagli arrangiamenti dei brani che lo compongono.

4.    In una tua intervista rilasciata qualche tempo fa si legge: “L’arte per me è il veicolo perfetto che crea il punto d’incontro tra l’essere mortale e l’eternità, per questo ritengo che sia un veicolo divino (…) Dan Flavin è un fulgido esempio di arte dei nostri giorni (…) Ritengo che creare arte così pura utilizzando oggetti di tutti i giorni come le lampade fluorescenti e trasformarli in un mezzo per arrivare ad un punto così alto di spiritualità, sia da considerarsi uno slancio notevole verso l’alto”. Questo tuo riferimento all’arte contemporanea nel senso di sentirla capace di un sorta di rinnovamento/ritorno a una spiritualità di cui l’artista è l’officiante mi colpisce. Puoi spiegarmi in che modo le tue scelte musicali rivolte alla contemporaneità si riallacciano a un concetto così classico del ruolo dell’artista? E come si relazione per te un ruolo così alto con la “trasformazione” che nomini e che l’artista compie sugli oggetti di tutti i giorni?

A Londra ebbi modo di ammirare alcune opere di Dan Flavin. Mi rapirono all’istante, emozionandomi per la loro sacrale semplicità, un effetto di purezza dell’arte che annienta le dispute concettuali, sebbene del tutto lecite, sulla valenza e la validità dell’arte contemporanea. Per me l’arte per tendere realmente verso l’alto deve: essere portatrice di verità nell’invenzione, manifestare l’essere dentro attraverso un’esteriorità, rappresentare l’essere vivo attraverso cose inanimate (la materia) che però prendono vita da chi sappia attingere da un bagaglio insito in un’esistenza solo apparentemente silente che è la nostra spiritualità. Se l’artista sa suscitare reazioni di profonda commozione in colui che usufruisce dell’opera d’arte, credo sia riuscito a tendere verso l’alto e ad avvicinarsi a livelli superiori di esistenza. Credo che non cambi la sostanza delle cose sapere se l’oggetto capace di tanta meraviglia sia una tela o una lampada al neon.  Un paesaggio può essere uno spunto per rappresentare sé stessi, così come un qualunque altro pretesto, attraverso la natura, anche se in realtà è la natura stessa che si rappresenta attraverso l’artista perché esso ne è parte integrante.


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