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La stagione delle riforme: l’attivismo di Erdoğan alla vigilia delle elezioni

Creato il 26 marzo 2014 da Bloglobal @bloglobal_opi

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di Filippo Urbinati

Dopo alcuni mesi di stallo a causa degli scandali che hanno colpito una parte rilevante della leadership dell’AKP, a partire dalla metà di febbraio il governo di Ankara si è lanciato in un’imponente ristrutturazione del sistema istituzionale del Paese. Alla base di questa stagione di mutamenti è stata proprio l’esplosione del graft probe che, secondo i supporter del governo, ha messo in luce le principali lacune del sistema dal punto di vista istituzionale. Al contrario, i detrattori dell’attuale governo accusano il Primo Ministro di attuare queste riforme con lo scopo di affossare le indagini in corso ed esercitare un controllo più ferreo sulla magistratura e sulla società civile.

Nell’ultimo mese tre nuovi disegni di legge sono stati presentati di fronte all’Assemblea Nazionale di Ankara: il primo riguarda la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (HSYK). Nella seconda metà di febbraio l’Assemblea Nazionale ha approvato un disegno di legge che ristrutturava l’HSYK aumentando il potere di controllo da parte del Ministro della Giustizia. L’effetto immediato del provvedimento è assicurato da una norma che prevede la decadenza dei membri dell’HSYK e la conseguente nomina da svolgersi con le nuove regole, in vigore a partire dall’entrata in vigore della legge. All’HSYK risponde anche l’ufficio deputato a vigilare sull’operato dei magistrati che finisce, in questo modo, per ricadere sotto l’influenza dell’Esecutivo. Questo passaggio rappresenta un evidente passo indietro rispetto al referendum del 2010 con il quale tale ufficio era stato sottratto alla competenza del Ministero per ricadere sotto l’allora indipendente HSYK.

Il 25 febbraio, dopo un primo rinvio mirante ad ammorbidirne alcuni punti, il Presidente della Repubblica Abdullah Gül ha firmato il controverso disegno di legge sollevando un’ondata di sdegno tanto all’interno del Paese tanto fuori dai suoi confini (istituzioni europee e organizzazioni umanitarie sono state i più attivi in questa campagna). Mentre il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) aspetta il responso della Corte Costituzionale sull’aderenza della legge alla Carta fondamentale, il Ministro della Giustizia Bekir Bozdağ ha già cominciato a nominare i nuovi membri del HSYK assicurando al governo un canale privilegiato da cui seguire lo sviluppo delle indagini che coinvolgono i membri dell’esecutivo.

Il nuovo HSYK ha cominciato sin da subito il proprio lavoro riallocando immediatamente 271 tra giudici e procuratori, con un conseguente rallentamento delle procedure di numerosi processi, non solo quelli che hanno coinvolto i membri dell’AKP, ma anche procedimenti che hanno coinvolto alcuni vertici militari accusati di aver complottato per organizzare un colpo di Stato, poi abortito, ai danni dell’AKP. La riforma della magistratura è stata sanzionata anche dal Parlamento Europeo, il quale considera quello di Ankara come un passo indietro nella lunga marcia di avvicinamento della Turchia all’Unione Europea e rende più difficile l’apertura di nuovi capitoli negoziali. Il riferimento è al capitolo XXIV, riguardante proprio il sistema della giustizia, la cui apertura era stata ventilata all’indomani del riavvicinamento dell’autunno scorso che aveva portato alla rottura di uno stallo durato oltre 3 anni e all’inizio dei negoziati riguardanti il capitolo XXII dell’acquis communautaire (politiche regionali).

Un provvedimento che ha sollevato una nuova ondata di proteste è stato quello riguardante la nuova regolamentazione dell’Autorità per le Telecomunicazioni (TIB). La principale novità è la possibilità concessa al TIB di bloccare l’accesso a determinati siti internet, ritenuti pericolosi per la morale e la sicurezza nazionale, senza dover richiedere un’ordinanza giudiziaria. Quel che è stato visto come un vero e proprio attacco alla libertà di informazione ha sollevato un alto numero di proteste che si sono espresse sia in maniera tradizionale, scendendo in piazza, sia sulla rete (ad esempio la campagna Twitter lanciata con l’hashtag #unfollowgul che ha fatto perdere al Presidente 80.000 follower nelle ventiquattro ore seguenti alla sua firma della legge). Il livore di Erdoğan nei confronti della rete si è fatto ancor più acceso dopo che account anonimi hanno iniziato a rilasciare registrazioni in cui il Primo Ministro al telefono con il figlio avrebbe cercato di escogitare un sistema per far sparire un miliardo di lire prima che la magistratura potesse arrivare a loro. Recentemente Erdoğan ha addirittura dichiarato che dopo le elezioni amministrative del 30 marzo potrebbe decidere, se si dovesse rivelare necessario, di proibire l’accesso a siti quali Facebook e You Tube.

Più spedito invece è stato il blocco dell’accesso a Twitter, avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 marzo. A questo proposito i discorsi di Erdoğan hanno assunto toni da crociata contro il social network che, proteggendo l’anonimato dei propri utenti, non permetterebbe alle autorità competenti di intervenire contro coloro che lo utilizzano per “calunniare” governo e Primo Ministro. Dal punto di vista fattuale il provvedimento ha portato governo e AKP solamente ad escludere se stesso in quanto in pochissime ore sono comparse nella blogosfera guide e suggerimenti per aggirare il blocco ed accedere ugualmente a Twitter. Il risultato è stato un aumento del numero di tweet provenienti dal Paese e l’esplosione di una serie di vignette e caricature che ironizzano sul tentativo del governo di fermare il social network.

Rinviato ad aprile è, invece, il terzo disegno di legge che si propone di riformare l’Organizzazione Nazionale dell’Intelligence (MIT). Se dovessero essere approvate le nuove disposizioni, queste aumenterebbero il grado di autonomia del MIT e ne ridurrebbero l’accountability garantendo inoltre l’immunità ai propri membri. A ciò si aggiungerebbero pene più severe nei confronti di coloro che dovessero pubblicare documenti riservati provenienti dal MIT. Non sembra ardito collegare questo provvedimento alla pubblicazione da parte del quotidiano Taraf di alcuni documenti riservati provenienti proprio dal MIT agli inizi di dicembre dello scorso anno.

Questo disegno di legge avrebbe peraltro l’effetto di fornire una base legale ai colloqui e alle trattative tra lo Stato e il movimento indipendentista e marxista curdo (PKK). I negoziati hanno preso avvio ad Oslo nel 2010 proprio per tramite di alcuni alti ufficiali del MIT, e solo successivamente hanno visto un dialogo diretto con il leader del PKK Abdullah Öcalan. Esperti di terrorismo internazionale hanno valutato la proposta estremamente pericolosa e lesiva della libertà personale, al punto da definirla come un passo verso uno Stato Mukhabarat (i corpi di intelligence in svariati Paesi di lingua araba, tra cui la Siria) con cui si intende un controllo pervasivo dello Stato sulla vita dei cittadini proprio attraverso l’azione dei servizi segreti.

Cosa lega tra loro questi tre provvedimenti? A giudicare dalla retorica governativa essi sono accomunati dal fatto di rappresentare tante piccole battaglie all’interno della guerra che il governo ha intrapreso contro il movimento Hizmet guidato dallo studioso islamico Fethullah Gülen. L’accusa principale mossa dal governo verso i fethullahçi (i seguaci di Gülen) è quella di aver costituito uno Stato parallelo che, penetrando segretamente nei gangli vitali del sistema nazionale, siano in grado di orientare la politica statale e finanche di sovvertire l’ordine democratico. L’ex Imam di Smirne, ora residente in Pennsylvania, avrebbe orchestrato la serie di scandali che hanno colpito il governo allo scopo di screditarlo in vista della prossima tornata elettorale. La penetrazione del Cemaat (altro nome con cui è conosciuto il movimento) sarebbe particolarmente forte nel settore della magistratura e del giornalismo, avendo così la possibilità di creare ad arte scandali come quello che ha coinvolto alcuni ex Ministri (costretti poi alle dimissioni) lo scorso dicembre, o la più recente divulgazione delle intercettazioni tra il Primo Ministro e il figlio pubblicato da account twitter anonimi [1]. Inoltre il documento pubblicato da Taraf rivelava la volontà del governo di tenere sotto controllo e creare fascicoli sui principali membri dell’Hizmet.

A prescindere dalle ragioni che animano l’AKP nella sua lotta contro il movimento di Gülen, i recenti provvedimenti hanno inferto un duro colpo alle credenziali democratiche della Turchia. Le accuse al Presidente Gül di agire in vista del proprio tornaconto politico non rispettando la carica che ricopre [2] sono state accompagnate da proteste di piazza, petizioni di giuristi ed accademici e moniti internazionali. Secondo i suoi detrattori il governo dell’AKP starebbe indebolendo la cogenza dello Stato di diritto e non rispettando il principio della divisione dei poteri.

Questo processo avrebbe subito una brusca accelerata dopo il fallimento del processo di revisione costituzionale e le proteste di Gezi Park. Il naufragio del processo di presidenzializzazione lanciato da Erdoğan e le proteste che hanno scosso il Paese la scorsa estate hanno incrinato la fiducia nel Primo Ministro e nel governo dell’AKP. Gli ultimi scandali hanno approfondito la ferita e minato alle fondamenta le radici stesse del suo successo.

In un momento di alta polarizzazione politica dovuta alle elezioni imminenti il percorso democratico del Paese sembra essere estremamente a rischio. Trovare una via d’uscita che si inscriva nell’alveo della democrazia è la sfida più grande che i policy-makers di Ankara dovranno affrontare nei prossimi mesi.

* Filippo Urbinati è Dottore in Relazioni Internazionali (Università di Bologna)

[1] Gli account da cui queste intercettazioni sono state pubblicate utilizzano gli pseudonomi di Haramzadeler (figli dei ladri) e Başçalan (Primo Ladro, in assonanza con Başbakan, Primo Ministro).

[2] Ad agosto prossimo Gül terminerà il proprio mandato come Presidente della Repubblica. In caso di una mancata riconferma è probabile che l’attuale Capo dello Stato voglia tentare di assumere la carica di Primo Ministro e non possa per questo alienarsi l’appoggio dell’AKP.

Photo credits: Reuters

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