La stella di Esther di Eric Heuvel: il fumetto come supporto didattico

Creato il 25 gennaio 2014 da Lospaziobianco.it @lospaziobianco

La stella di Esther è l’edizione italiana del volume di Eric Heuvel De Zoektocht, prodotto nel 2007 dalla Anne Frank House di Amsterdam, con il contributo del Ministero della Salute, Sport e Welfare dei Paesi Bassi. Si tratta di un’opera concepita e sviluppata con finalità esplicitamente didattiche ed è stata anche adottata in alcune scuole tedesche come sussidio all’insegnamento, per la storia della persecuzione degli ebrei ad opera dei nazisti (1). L’analisi qui proposta ruota quindi intorno al rapporto fra l’opera ed il suo obiettivo dichiarato.

La ricerca

Esther, tedesca, fuggita in Olanda nel 1938, all’indomani della Notte dei Cristalli (2) ed emigrata negli Stati Uniti nel 1945, al termine della guerra, torna in Europa, per incontrare le persone che l’avevano nascosta e salvata dai rastrellamenti di ebrei e per ricostruire ciò che accadde ai propri genitori, dei quali aveva perso ogni traccia dopo il loro arresto. Nel viaggio è accompagnata dalla famiglia del figlio, compreso il nipote Daniel, adolescente, ed il suo amico Jeroen. Il viaggio ed i vari incontri aprono la porta al racconto della memoria, la cui intensità coglierà di sorpresa i due ragazzi, che scoprono un mondo sconosciuto. Tuttavia, sarà proprio uno di loro, il nipote Daniel, a rintracciare Bob, amico d’infanzia della nonna, testimone del destino dei genitori di Esther, consentendo così il termine della ricerca.
Il titolo originale De Zoektocht (La Ricerca) indica bene il tema del racconto e la traduzione italiana tradisce lo spirito profondo dell’opera, che sta nel proporre la memoria come risultato di un lavoro di indagine e studio e non come la passiva (anche nel senso di acritica) ricezione e riproposizione di nozioni. La memoria è una trama, un tessuto, di cui si devono riannodare i fili: Esther, con i suoi ricordi è uno di quei fili, come lo è Bob, e come lo è Helena, l’amica dei tempi di guerra, che alle proprie memorie aggiunge un album di fotografie sottratto alla distruzione (azione attiva e, fra l’altro, rischiosa). Ogni dato è come un nodo su una mappa, e il lavoro di ricostruzione è quello che intende tracciare le connessioni fra quei punti ed esplorare il territorio che quei percorsi attraversano. Ciascun punto è unico, ma non è rappresentativo del territorio. Esther infatti, pur essendo una testimone, una vittima della Shoah, non possiede un quadro degli eventi che la travolsero, ma solo una visione oltremodo parziale, fra l’altro elaborata nel corso degli anni successivi, di quello che (le) accadde. Esther è un perfetto esempio di testimone sopravvissuto come descritto da Primo Levi ne “I Sommersi ed i Salvati”, parlando di se stesso. Come salvata, non è tanto depositaria di un materiale nobile, incorruttibile e perfetto (il ricordo, per così dire ipostatizzato), quanto un agente attivo, che promuove la ricostruzione e l’analisi del passato a partire dalla propria esperienza. E infatti è proprio questo impegno che Esther trasmette al nipote, che partecipa attivamente alla ricerca, diventando così anch’egli agente di memoria. Chi non ha partecipato agli eventi non può ricordarli, ma può (quindi è di fronte ad una scelta) partecipare alla loro ricostruzione ed analisi, tentando di comprenderli. Trasmettere la memoria significa esattamente trasmettere questo imperativo morale di ricerca.
Il titolo italiano, invece, punta su un dato statico, una determinazione puntuale dell’individuo Esther, cioè l’essere marchiata con una stella, che la identifica come ebrea. In questo modo l’esperienza della persecuzione viene ridotta al fotogramma della rappresentazione dell’ebreo che dettero i regimi nazifascisti. Esther è cioè schiacciata nella dimensione della vittima e il titolo italiano ne sottolinea il ruolo passivo, di oggetto di persecuzione, mentre il testo la promuove, come spiegato sopra, a soggetto attivo di memoria. Detto in breve: “La stella di Esther” definisce una sorta di icona, “La ricerca” illustra fedelmente il contenuto e l’obiettivo del testo ed una visione ben diversa del concetto di memoria.

Storia attraverso il fumetto

Come scritto, il volume di Heuvel nasce da un progetto promosso dalla Anne Frank House di Amsterdam, che ha coinvolto, nella revisione del testo, storici insegnanti e studenti. Come si può leggere sull sito della Anne Frank House: “Storici olandesi e di altri paesi hanno fornito il loro contributo a tutte le fasi dello sviluppo di questo volume a fumetti, leggendolo“; l’obiettivo è quello di offrire “l’opportunità di imparare a conoscere, in maniera accessibile a tutti, gli eventi più significativi dell’olocausto. Inoltre il libro illustra ciò che l’olocausto ha significato per le persone che lo vissero in ruoli e posizioni diverse (le vittime, i colpevoli, i soccorritori, gli spettatori) e quali dilemmi, quali scelte essi dovettero affrontare (3). Questo obiettivo didattico è raggiunto con successo e senza cadere nella didascalia e la narrazione scorre fluida e senza forzature. La priorità dell’obiettivo didattico emerge semmai nella linearità dell’intreccio: la ricerca di Esther procede senza ostacoli e termina con successo; ed il racconto si sofferma piuttosto sui ricordi, utilizzando si può dire ogni singola vignetta per comunicare uno spunto di ricerca, un tema di discussione. Come scrive l’introduzione sopra citata, molta attenzione è dedicata all’evoluzione del comportamento e degli atteggiamenti delle persone comuni nei confronti delle politiche razziali, mostrando l’intera gamma di reazioni, che vanno dall’appoggio e partecipazione alle persecuzioni (il padre dell’amico di scuola di Esther a Berlino, che entra nelle SA), all’aiuto disinteressato ed a rischio della propria vita (la famiglia che ospita Esther nella propria fattoria) (4), passando attraverso quella che Raul Hillberg definiva la “zona grigia”, cioè tutta quella parte della popolazione che semplicemente accettava la situazione, non si interrogava, evitava di esporsi, prendere posizione, non facendosi problema dal trarre vantaggio dalla situazione (vedi a pag. 35 i macchinisti del treno che trasporta gli ebrei al campo di Westerbonk: “Alcuni non vogliono fare queste cose“, “Beh, io non mi faccio di questi problemi… Ho bisogno di soldi“, “Tanto se non li portiamo noi lo farà qualcun’altro“). Così, dei responsabili dei campi di sterminio è presentato anche il lato banalmente umano, la vita quasi da impiegati ad orario fisso, che al ritorno dalla giornata di lavoro parlano della famiglia (“Il tuo figlio più giovane era al compleanno di mia figlia, vero?“, “Sì, si è divertito molto“, “I nostri bambini crescono“, “Andiamo a bere qualcosa?“) (5).
Heuvel presenta quindi una galleria di casi esemplari, non accompagnati da giudizi, ma proposti come spunti per un’analisi critica: La stella di Esther non è un libro di storia, ma una ricostruzione ed intende essere uno stimolo per il lettore ad una ricerca da svolgersi in prima persona, o al seguito di una guida, come possono essere, in ambito scolastico, i professori con le loro lezioni, indicazioni di metodo e bibliografiche per l’approfondimento delle tematiche legate allo sterminio, al contesto storico in cui avvenne, al significato della memoria ed all’uso di tutto ciò per costruire anche un punto di vista sull’attualità. Proprio in questo ruolo, il volume è stato adottato nelle lezioni di storia in istituti di Berlino e nel Nordrhein-Westfalen, in un progetto pilota che ha coinvolto circa 1.400 studenti di eà compresa fa i 9 e i 14 anni (6).

Linea chiara

Lo stile dell’opera è un ottimo esempio di linea chiara: tutti gli elementi, dalla costruzione della tavola, alla definizione grafica dei personaggi e perfino i ghirigori che marcano i gesti e le emozioni dei personaggi rimandano alla scuola che fu di Hergé. Questo stile è lo stesso che si trova nelle altre opere di Heuvel (7), che quindi non ha sviluppato un approccio particolare per il tema specifico trattato. L’occhio dell’autore segue le vicende della persecuzione, le deportazioni e le fasi dello sterminio; mostra le violenze contro gli ebrei nelle strade di Berlino ed Amsterdam; sale nei carri piombati ed entra ad Auschwitz; racconta l’annullamento delle individualità, i tanti modi in cui si poteva morire: nelle camere a gas, fucilati per aver smarrito il berretto, ma anche in seguito ad una rivolta od anche sperare di morire, bombardati dagli aerei alleati. Dentro il campo, l’approccio grafico non cambia: la griglia della tavola resta regolare, nei volti dei prigionieri, quasi sempre rivolti alla terra, si legge più stupore e rassegnazione, che disperazione e sfinimento. È come se Heuvel avesse inteso rappresentare che il campo di sterminio faceva parte di una nuova normalità, quella del Nuovo Ordine nazista.
Il risultato è un’opera che non indulge in patetismi e, anche nella presentazione del mondo rovesciato dei campi di sterminio, intende parlare al lato razionale del lettore, stimolandone il senso morale senza fare leva sul sentimentalismo e in questo la si può dire perfettamente riuscita.

Abbiamo parlato di:
La stella di Esther
Eric Heuvel, Ruud van der Rol, Lies Shippers
Traduzione di Studio Kmzero, Cosimo Lorenzo Pancini, Ilaria Falorsi
deAgostini, 2009
61 pagine, cartonato, colore – 12,90 €
ISBN: 9788841855782

Note

  1. Cfr.: Michael Kimmelmann: No Laughs, No Thrills, and Villains All Too Real, New York Times 27/02/2008. [↩]
  2. Con “Notte dei Cristalli” si indica l’attacco organizzato e sistematico contro gli ebrei, i loro beni, le sinagoghe e tutta una serie di opere considerate espressioni di “cultura ebraica”, che ebbe luogo la notte del 9 Novembre 1938. Le vittime ufficiali furono 91, centinaia i suicidi, oltre 20.000 i deportati in campi di concentramento. Vedi Peter Longerich: Tappe e processi decisionali nella “Soluzione finale”, in Aa. Vv.: Storia della Shoah, UTET, vol. I, pag. 502. [↩]
  3. Presentazione del volume sul sito della Anne Frank House [↩]
  4. Fra le nazioni occidentali, l’Olanda fu quella dove più alta fu la percentuale delle deportazioni rispetto al numero totale di ebrei presenti: le stime riconosciute indicano circa 107.000 deportati sui complessivi 142.245: cfr. Bogdan Musial: I persecutori non tedeschi nell’Europa centrale e orientale, in Aa. Vv.: Storia della Shoah, op. cit., vol I, pag. 684. Una breve panoramica sull’attuazione delle deportazioni dall’Olanda si trova in Hanna Arendt: La banalità del male, Feltrinelli, pag 173 e segg.. Maggiori dettagli, naturalmente, in Raul Hilberg: La distruzione degli ebrei in Europa, Einaudi, vol. I pagg. 597 – 622. [↩]
  5. Vedi pag. 43. Su questo punto è interessante la testimonianza di Rudolf Hoss, comandante di Auschwitz fra il 1940 ed il 1943, resa a Goldensohn durante il processo di Norimberga: vedi Leo Goldensohn: I taccuini di Norimberga, Il Saggiatore, pagg. 348-371. [↩]
  6. Le informazioni son tratte da Rolf Lautenschläger: Discussione animata: prova di lezione di storia con un fumetto sull’olocausto, disponibile presso http://www.goethe.de/ins/it/lp/ges/ztg/it3955257.htm. Per chi conosca la lingua tedesca, è disponibile l’ampio resoconto del convegno “Holocaust im Comic – Tabubruch oder Chance?” – “L’olocausto nel fumetto: rottura di un tabù o opportunità?” -, organizzato dall’Anne Franke Zentrum di Berlino, presso l’URL http://www.annefrank.de/fileadmin/user_upload/downloads/comic/Tagungsbroschuere_web.pdf . [↩]
  7. Vedi il sito di Eric Heuvel http://www.eric-heuvel.nl/ [↩]

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