Magazine Diario personale

La successione delle cose

Da Maddalena_pr

CHE COSA VIENE DOPO, SARAH? E POI PRENDERVI E AMARE. UNO PER VOLTA. TUTTI.

La successione delle coseLe luci buone sono come le spie degli elettrodomestici: piccoli lumi che non significano per forza una ripresa. C’è la corrente allacciata. Ecco tutto. Così Sarah, stanca e col mal di testa, si lamentava sul divano. In qualche scorcio di normalità, quando riapprende toni normali, non artefatti da questa tempesta che la plasma, anche il mio timbro, il pensiero, rispondono a un’abitudine molto più anziana di questi modi che sto maturando da un mese. Sfugge una domanda squisitamente qualunque, che non soppesa, vuoi andare sul lettone a rilassarti con la musica? Come faceva Prima. Lei accetta, e dopo un po’ cade in un sonno dimentico. È la prima volta che si addormenta su un letto, non importa di chi. La prima volta da sola in questo maledettissimo Dopo.

Diventa tardi, svegliarla è difficile, c’è quel giro da fare, assolviamo entrambe, ormai, come a un compito. S’era detto con me. Oggi lei e io. È difficile motivarla, non vuole posti lontani, non vuole posti diversi, si annoia nei tragitti già fatti. Ha fame. È ora di cena. Allora lasciamo stare. Fanculo ai fiscalismi. Dai, cucino la cena.

Invece le scende un rivolo, di qua dalla mia parte. E un altro siamese sull’altra guancia. Si uniscono in fondo al viso, sotto la bocca che è rimasta aperta, è lo scarabocchio di un cuore. Penso che non ha voglia del giro ma se perde questo turno domani le tocca papà, anche se non siamo così sistematici. Dice di no, non è per quello, vuole uscire con me e mangiare qualcosa a spasso. Ma è un’altra occasione di frana, non so più il vero e il falso, quando manipola suo malgrado e forse sta solo cercando vie trasversali di fuga. Forse non lo sa, nemmeno lei. Di nuovo tengo il punto, la vinco con la promessa di ascoltarsi la musica dallo smartphone mentre balla in qualche parchetto adiacente. È su quello che usciamo. Anche se il cellulare resta nelle tasche, muto. Lei si è già presa in braccio quella sua esuberanza posticcia, dice wow! per ogni cazzata ogni muro di cinta che chissà che giardino c’è dietro: “Wow!”

Andiamo verso il parco di Mamieco, poi al posto segreto dove consumavo i miei picnic con Isabelle, dove non torno più, in picnic che non ho più modo di fare con la piccola, in mattine che non ho. Non ho. Guardo dove prima c’era il campo fitto e fiorito di colza, quella felpetta fucsia di sua sorella coi capelli che dirigevano il concerto della sua andatura.

È più facile pensare a quello che hai perso, quando manca la colla dell’intimità.

Quando dai via tutto e in cambio sembra di raccogliere solo fatica. Resistere è diventata la mia professione. Mi mancano le mattine e mi mancano le sere. Mi manca di dare a Isabelle e Patrick tanto quanto sto dando a lei. Mi manca lei. Che sgrana quei suoi occhi eppure non li trovo. Ha questa nuova capacità violenta di spalancare le sue finestre e ritirarsi dietro a iridi vuoti. Dovrei dire che poi siamo arrivati fino al campo del tiro con l’arco. Che adesso non c’è più la colza, si vedevano da lontano i primi girasoli e lei che dice fin lì non vado e invece poi ci siamo. Dovrei dire.

Cazzo quante cose dovrei dire. Che sembriamo di nuovo tutti così belli, in certi istanti serratura, e invece la porta è blindata e dietro ci siamo noi legati dalle battaglie di chi. Quanto mi manca, fottutamente, quanto un amore perso, quel tempo che le mattine loro uscivano e Isabelle dormiva. Pucciarmi nei miei scritti e poi battezzare un nuovo risveglio con lei. E scandire la giornata in quel modo che hanno loro, che sanno senza sapere le ore, che conoscono la successione delle cose. Quanto vorrei sapere, anche io, la successione. Che cosa viene dopo, Sarah? E poi prendervi e amare. Uno per volta. Tutti. La sera era l’ultimo balcone del giorno, sapevo sempre di potermici appendere, anche nei giorni noiosi, in quelli che gira storta. Anche nei giorni duri, in quelli che credevo tali.

Mi mettevo su quel divano buono, anche i mobili erano buoni, erano oggetti sereni, e di lì mi succhiavo l’aroma di voi rimasto per casa.

Non l’ho più. Il divano buono, il mio poggiolo. La sera. Sapere, qualcosa da sapere.

Sono come i bambini, non ho più il senso del tempo. Quanto sarà passato, adesso? Torniamo indietro dalla parallela, mi sono accorta che la musica poi non l’abbiamo messa. Che ogni angolo spellato da piogge che non arrivano non ti garbava per ballare, e io non ho insistito.


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