“La Terra Di Nessuno e i pensieri come lame d’acciaio” di Elio Scarciglia

Creato il 01 novembre 2012 da Cultura Salentina

di Augusto Benemeglio

Ciro Palumbo, “Pensieri” (2008), olio su tela

C’è sempre il sospetto che tra opera e autore si stenda una terra di nessuno, un continente sconosciuto che è il vero luogo da esplorare, qualcosa di simile ad un testo dentro un testo o immagini dentro le immagini, suoni dentro suoni, colori dentro i colori, cose astratte, fantasmi inafferrabili. Questa terra di nessuno è il Salento di Elio Scarciglia, in cui le architetture sembrano fatte di labilità, di levità, forse soltanto di luce, terra che con il documentario I colori del Salento” (2004) volle esplorare, raccontare per immagini, una sorta di poesia colorata o, almeno, questo era il suo intento.

Sappiamo bene che c’è un confine, una linea sottilissima che separa un’immagine d’arte da una banale. Per evitare ciò talora non basta avere un adeguato corredo e una cifra stilistica, non basta neppure raggiungere la bellezza e la perfezione della tecnica  fotografica. E’ necessario entrare in quella sorta di trance che ti prende quando varchi quella terra di nessuno, che è il Salento, e cioè realizzare un tutt’uno con l’afflato lirico. Solo così è possibile donare a sé stesso e agli altri momenti di intensa partecipazione emotiva, squarci di straordinaria poesia cromatica. Per raccontare il Salento – scrive Antonio Errico – bisogna avere radici profonde come quelle degli ulivi. Sono un po’ come voler rifare la storia di questi ultimi tremila o più anni, e quindi non si finisce mai di raccontare, tant’è che Elio Scarciglia, dopo anni e anni di documentari, reportage fotografici, lo sta ancora raccontando. Come? Naturalmente coi colori, perché il Salento è una tavolozza strepitosa di colori forti, colori che sono enigmi, misteri, pensieri, emozioni, vita.

E tutto ciò ha preso Elio, a manciate, a ondate, a fasci, traendoli dalla sua memoria lunga, dalle pietre di miele di questa terra, oserei quasi dire dai calchi, dagli intagli, dalle angolazioni, dalla luce, ma anche dagli “Sguardi “, il titolo di una sua mostra di fotografie.  Che sguardi? Una fiera, un teatro degli sguardi. Una successione, una catena di sguardi imprigionati nella tensione di un attimo irrelato e irriflesso. Liberati dal loro gioco, gli sguardi si fissano, convergono, formano arabeschi elaborati e contorti, o geometrie perfette di luce, teoremi dell’intreccio, e infine si sacralizzano nell’atto statico di una fotografia. Che esprime sofferenza, angoscia, amore, passione: ”Le mie immagini sono la copia delle mie emozioni, la ricerca di un vortice fotografico che porti alla fusione tra essere umano e ambiente”, dice Elio rifacendosi alla lezione del grande Mario Giacomelli.  E ci sono, in effetti, sguardi e volti che non si scordano mai.  Sguardi tristi, amari, pensosi ma anche sorridenti, allucinatori, ironici, o pieni di sbadigli, come quello del “Pescatoredi mazzacon il basco pieno “te jermi” sul muro scrostato. Sguardi che si fanno  spazio nell’anima e costruiscono speranze e futuro, o sguardi da posto delle fragole, quei posti lontani in cui più abbiamo amato e vogliamo ritornare, sguardi che catturano la musica o scavalcano i confini di classe, razza ed ego e ci dicono del cambio del vento, quando si gira da libeccio a tramontana. Ci raccontano storie piene di cielo, di tramonti di memoria bodiniana (“Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del sud / Un tramonto da bestia macellata/ L’aria è piena di sangue, / e ancora non s’accende un lume).

La fotografia è una cosa magica, che mi dà la possibilità di esprimermi, di sostituire la parola che sento di non sapere usare. Dà senso della presenza, c’è il soggetto, ci sono io, c’è uno spazio vergine tutto da riempire … Qui, in questi volti di anziani, c’è la mia gente, la mia storia, la mia terra”. Ma poi è del tutto vero che Elio non sappia usare la parola?  Sentendolo parlare, con tanta scioltezza, armonia, proprietà assoluta di linguaggio, vivo senso dell’immaginazione, nutriamo più di qualche dubbio. Ma ascoltiamo i versi-pensieri a cui si è liberamente ispirato. Sono di Fernanda Ferraresso, una poetessa padovana, che per vivere fa l’architetto, e le sue traiettorie, curve, spezzate, ellissi s’avvertono anche nei suoi scritti: “Ecco, ora le cose cominciano ad arrivare si mettono in cammino alle prime luci e non smettono mai di muoversi fino a noi fino ai nostri occhi si fanno forme vive nello sfondo della realtà che ci sogna mentre noi la stiamo a guardare. In punta di piedi sottile e snella una nave, una cella di sole viene portando con sé le cose gli odori  i suoni riempiono i vuoti sostengono quella filmografia di spezzoni.  Le cose arrivano: una volta soltanto. Arrivano compiute nella mente anche se manca qualcosa qualche fotogramma senza peso qualche tempo non coniugato al participio passato già transistorizzato nel futuro più anteriore possibile solo energia cose che ancora ci stanno davanti in altra distinta senza pagamento in contrassegno. Un segno dopo l’altro dentro e un segno ancora fuori a comporre l’astro fisiologia di una visione cresciuta tra bulbi oculari e blu tracciante”. Elio entra nella vecchia casa – Salento -, per accendere le luci, che sono pensieri come lame d’acciaio, ma sta molto attento a non spaventare gli spiriti che vi abitano, sono spiriti antichissimi e suscettibili. Da soli fragilissimi, ma insieme formano tante volte, le antiche volte del Sallentum che ospitarono gli eroi, Idomeneo, Enea, e gli dei greci e messapi. E’ molto importante farseli amici gli spiriti e lui lo sa. E’ un uomo abituato ad ascoltare le loro voci, uno dei pochi e forse solo lui poteva accorgersi che esisteva un’altra realtà, oscura ma vicina, vicinissima a noi. E nulla meglio della fotografia poteva dar corpo a questo mondo misterioso. Ritorna la terra di nessuno, ritorna quella zona grigia sospesa tra passato e futuro piena di visioni, piena di pensieri, è lo schermo dei suoi sogni su cui può proiettare il suo ultimo film, “Pensieri come lame d’acciaio” Ecco le immagini tese come corde di violino che hanno una fortissima tendenza alla libertà, immagini-pensiero che sanno di tormento e incanto, di dinamismo e torpore, solitudine e coralità paesana, che hanno la forza della luce, una lama lucida, fulminea, da primo mattino del mondo, ma anche una frustata, secca, istantanea, violenta, una scossa di sogno dopo il lento fluire della gente sulla piazza e l’ultimo rintocco della campana. Rivedo il silenzio, il cristallo, il riflesso, la luce e il corpo di un giovane dio greco dagli occhi azzurri, che s’affaccia sul costone roccioso, proteso tra il mare e il sogno dell’avvenire, attraversato da un treno di luce e di lame rotanti; quel dio mediterraneo che allarga le braccia-ali come in un volo, o per una vasta preghiera fatta di ceri votivi, non è un dio di vendetta o di perdono, è la memoria del tempo che si fa pensiero, seta rossa e prismi di luce, pianure e deserti, polvere e imperi, rumori ed esametri, spade e navi, speranze e fiammelle che vestono il buio, infittiscono le ombre e i misteri.

Noi siamo sempre in attesa di un dio che venga a liberarci dalla prigione di un tempo sonnolento, che dissipi l’ombra dei logorati miti di una patria dagli infiniti destini. La storia sta sotto di noi e continua a crescere indifferente sulle ossa dei martiri sconosciuti. Noi aspettiamo una nuova alba, con la mano fuori dal sogno, che cerca una meta, un orizzonte d’afferrare nella luce liquida che apre radure, strade e pensieri, smeraldi di luce, musica metallica fatta di specchi e ottoni sonori che ora navigano nel lento declino della sera, con il brusio della gente, che man mano invade la piazza … Forse c’è qualcosa di nuovo sui gradini della chiesa di Giurdignano, che con i rintocchi di campana chiama a raccolta la gente.  E’ disteso, immobile, sulla pietra leccese, l’ultimo Iddio del Salento, con la sua energia eolica, lo spazio senza tempo, la mano dei miracoli, o la stradina finale con il suo tramonto.  Ma nessuno lo guarda, nessuno lo avvicina, nessuno lo interroga.  Se ne va in un tramonto solitario, lungo le stradette addormentate, i palazzi scrostati, assediati dalla salsedine, le pianure dell’oblio, dove ogni dislivello è un’insidia e cattivo sortilegio, ed ogni pensiero è  pericoloso come una lama d’acciaio (“Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare”).

Forse prima dello scatto, prima del clic, prima del chiarore, prima del ciak, Elio si è posto all’ascolto delle voci e ha fatto silenzio, si è fermato, immobile, per non spaventare i pensieri.  Ha detto alt, ha sussurrato, alt, fermi, non lasciate fuggire il momento magico, il pensiero, metallo d’acciaio lucido e definitivo. Elio è uno che ha il massimo rispetto per le cose sacre, anche se poi le dissacra senza darsene a vedere, è uno che celebra il silenzio, come un sacerdote antico, in punta di piedi, quasi immobile, è uno che osserva le dimore mitiche e fastose di un tempo che scorrono davanti ai suoi occhi, è uno che ama i suoi personaggi, ma essi stanno tutti lì sul bordo di un baratro, anche se non lo sanno … Potrebbe spingerli nella voragine di quella forza sconosciuta che è il tempo, potrebbe porre fine alle loro esistenze, ormai superate, fuori dalla storia, fuori da tutto, potrebbe … e qualche volta vorrebbe anche farlo, ma non ci riesce … le lascia così, in sospeso, come certi pensieri di rotanti lame d’acciaio che rimangono carichi di dubbi.


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