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La vetrina degli incipit - Ottobre 2017

Creato il 01 novembre 2017 da La Stamberga Dei Lettori

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...


La vetrina degli incipit - Ottobre 2017 La vetrina degli incipit - Ottobre 2017 La vetrina degli incipit - Ottobre 2017La vetrina degli incipit - Ottobre 2017 La vetrina degli incipit - Ottobre 2017

«Quella mattina, ricordo, nel parcheggio del centro commerciale, scendendo dal furgone, afferrando il fucile dal sedile posteriore, ho guardato di sfuggita verso il bosco e mi sono accorto che il sole stava sorgendo sulla campagna come un livido. Era ottobre.Avevo quindici anni.Luca ha guardato nella mia stessa direzione e ha detto: Ho sonno, infilando la mano sotto il casco da football americano e grattandosi la guancia. Lo ha detto senza piagnucolare: di anni, Luca, ne aveva compiuti sei il giorno prima. Per un attimo ho pensato di dare un fucile anche a lui, perchè sul sedile ce n'erano due, poi mi sono detto: No, meglio di no. Seguimi. Luca ha ubbidito. Abbiamo attraversato il parcheggio di corsa, in direzione di uno dei capannoni; abbiamo raggiunto la scala esterna.L'ho trascinato su stringendogli la mano per evitare che scivolasse, ma con l'altra dovevo sia ggrapparmi al mancorrente sia tenere il fucile.»
Anime scalze, di Fabio Geda - Cattivissimaprof

«Lettera di Giulio Cesare ad Azia (45 a.C.)
Manda il ragazzo ad Apollonia.
Inizio bruscamente, mia cara nipote, così da disarmarti subito, e rendere ogni tua eventuale resistenza troppo incerta e fragile per la mia forza di persuasione. Tuo figlio ha lasciato l'accampamento di Cartagine in buona salute: lo rivedrai a Roma entro la fine della settimana. Ho disposto che viaggiasse con comodo affinché ricevessi questa lettera prima del suo arrivo.
Avrai già iniziato, immagino, a figurarti delle obiezioni per te importanti: sei madre e discendi dagli Iulii, quindi due volte ostinata. Credo di sapere quali saranno queste obiezioni; ne abbiamo già parlato in passato. Solleverai la questione della salute di Gaio Ottaviano - anche se a breve lo vedrai tornare dalla campagna iberica più in forma di quando la iniziò. Dubiterai delle cure che riceverebbe lontano da Roma - anche se una breve riflessione basterebbe a convincerti che i medici di Apollonia siano in grado di alleviare i suoi mali meglio dei profumati ciarlatani di Roma. Ho sei legioni in Macedonia e lungo i suoi confini; e i soldati devono essere in buona salute, al contrario dei senatori, che morendo tolgono ben poco al mondo. Il clima delle coste della Macedonia, poi, è mite quanto quello di Roma.
Sei una buona madre, Azia, ma il moralismo e il rigore che ti affliggono hanno già creato qualche fastidio alla nostra famiglia. Devi allentare un poco le redini e lasciare che tuo figlio diventi l'uomo che il diritto ha già deciso che sia. Ha quasi diciotto anni, e ricorderai i prodigi che accompagnarono la sua nascita - prodigi che, come sai, mi sono dato la pena di ingidantire.
»
Augustus, di John Williams - Polyfilo

«Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia sorella che urlava. Mi sono girato e l’ho vista sparire inghiottita dal grano che copriva la collina.
Non dovevo portarmela dietro, mamma me l’avrebbe fatta pagare cara.
Mi sono fermato. Ero sudato. Ho preso fiato e l’ho chiamata. – Maria? Maria?
Mi ha risposto una vocina sofferente. – Michele!
- Ti sei fatta male?
- Sì, vieni.
- Dove ti sei fatta male?
- Alla gamba.
Faceva finta, era stanca. Vado avanti, mi sono detto. E se si era fatta male davvero?
Dov’erano gli altri?
Vedevo le loro scie nel grano. Salivano piano, in file parallele, come le dita di una mano, verso la cima della collina, lasciandosi dietro una coda di steli abbattuti.
»
Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti - Antonio

«E' in piedi appoggiato a un muro, per strada. In giacca e cravatta. Ha le orecchie a sventola, uno sguardo spaventato, capelli corti e bianchi. E' magro, con le spalle strette. Tiene in bella mostra una rivista su cui si legge la parola "Awake". La didascalia dice: Jehovah's Witness - Los Angeles. La foto è del 1955. Aveva l'aria di un ragazzino. Ormai è morto da tempo. Per distribuire i suoi opuscoli religiosi si vestiva in modo consono. Era solo, abitato da una perseveranza triste e rabbiosa. Ai suoi piedi s'intravede una cartella (se ne scorge il manico), con dentro le decine di opuscoli che nessuno o quasi gli prenderà. Sono anche quegli opuscoli stampati in numero incongruo a evocare la morte. Quegli slanci di ottimismo - troppi bicchieri, troppe sedie... - che ci inducono a moltiplicare le cose per renderle subito vane. Le cose e i nostri sforzi. Il muro davanti al quale si trova è gigantesco. Lo si intuisce dall'opacità greve, dalle dimensioni delle pietre tagliate. Probabilmente è ancora lì, a Los Angeles. Il resto è svanito chissà dove: l'omino con l'abito troppo largo e le orecchie a punta che gli si era piazzato davanti per distribuire una rivista religiosa, la sua camicia bianca e la cravatta scura, i pantaloni consumati al ginocchio, la cartella, gli opuscoli. Che importa quello che siamo, quello che pensiamo, quello che diventeremo? Siamo da qualche parte nel paesaggio fino al giorno in cui non ci siamo più.»
Babilonia, di Yasmina Reza - Sakura

««Beth Hamishpath» – la Corte! Queste parole che l’usciere grida a voce spiegata ci fanno balzare in piedi giacché annunziano l’ingresso dei tre giudici: a capo scoperto, in toga nera, essi entrano infatti da una porta laterale per prendere posto in cima al palco eretto nell’aula”.»
La banalità del male, di Hannah Arendt - Valetta

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