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La vigilia di Natale

Creato il 24 dicembre 2017 da Cultura Salentina

24 dicembre 2017 di Redazione

di Lucio Causo

La vigilia di Natale

© Gianfranco Budano: Natale salentino

Nel pomeriggio della vigilia di Natale i ragazzi venivano incaricati di portare gli auguri alla comare e alle famiglie verso le quali ci si sentiva obbligati. Ovviamente bisognava portare un dono altrimenti, diceva la nonna “l’auguri senza cistu nu li riceve mancu Cristu” (gli auguri senza il cesto in dono non li riceve nemmeno Cristo) e “l’auguri senza sporte nun li ole mancu la sorte” (gli auguri senza sporte piene non li vuole nemmeno la sorte). Finite tutte queste incombenze natalizie, la sera ad una certa ora tutta la famiglia si riuniva a tavola.
Era una cena patriarcale in cui aveva il posto d’onore lu tata vecchiu e la mamma grande, cioè i nonni, attorniati dai numerosi figli e nipoti che di solito erano otto o nove.
Le portate dovevano essere nove e non dovevano mancare i vermicelli con il baccalà o con lo stoccafisso conditi con sugo e ricotta forte, rape nfucate (rape affogate nell’olio), pittule cu lu cottu o cu lu caulufiuru (frittelle intinte nel mosto cotto o fritte col cavolfiore), pastina cu lu latte te mendula (pastina cotta nel latte di mandorla) – era obbligatoria a Gallipoli – casu friscu (formaggio fresco), ecc. Poi si dovevano assaggiare tredici qualità di frutta: uva, fichi secchi, noci, finocchi, mandorle, mandarini, arance, melone, corbezzoli, fichidindia, serbole, mele, pinoli. La cena finiva con le pitteddhe, le carteddhate e li purceddhuzzi che simboleggiavano il Natale.
Secondo la leggenda, quella notte santa, anche gli animali potevano parlare e sparlare dei padroni.
Per questo ogni mamma provvedeva a dare a ciascuno degli animali allevati in casa qualcosa di quello che veniva servito a tavola. La mamma però doveva stare attenta a non guardare gli animali mentre mangiavano altrimenti poteva morire all’istante. Prima e dopo la cena in attesa della messa di mezzanotte tutti erano attenti al gioco della tombola i cui premi posti in palio erano dolci natalizi o pochi centesimi di soldi.
Intanto nel focolare, nelle case dei contadini non mancava mai, crepitava lu cippu (il pezzo di legna molto grosso) che era il simbolo della cancellazione del peccato originale. Al fuoco doveva badare il padrone di casa il quale non doveva farlo spegnere per allontanare la sua morte. Le ragazze da marito quella notte, secondo la leggenda, guardandosi nello specchio avrebbero visto riflessa l’immagine del futuro sposo anziché la propria. Al primo suono della campana, tutti i grandi e i piccini, ben coperti per il freddo, correvano in chiesa per la messa di mezzanotte. Le ragazze, strette tra loro si facevano scudo l’un l’altra contro i lanci dei tronetti, tricchitracchi e botti da parte dei giovanotti appostati nei pressi della chiesa. Al ritorno della funzione natalizia, la mamma consegnava al bambino più piccolo il Bambinello di creta che egli poneva nella grotta del presepe illuminata dalla luce di un lumicino ad olio.
Nelle famiglie povere che non avevano potuto allestire nemmeno una capannuccia, era l figurina del Bambinello ricevuta in chiesa ad essere deposta sul comò dietro la lampada ad olio già preparata. Dopo di ciò tutti andavano a dormire nei grandi letti che ospitavano due, tre o anche quattro persone riscaldati con lo scarfalettu (recipiente di rame che conteneva il fuoco ed era usato anche per stirare la biancheria). Quando tutti si erano coricati lu tata spegneva il lume a petrolio augurando la buona notte con le parole di rito “sia lodatu Gesù Cristu“, pronta giungeva la risposta “osci e sempre sia lodatu“.
Ricordando le esperienze di allora vissute con i nonni, parenti ed amici, mi sembra di essere vissuto in un altro mondo, in cui la gente era semplice e, con tutti i problemi che certamente aveva, sembrava felice di vivere. Era possibile?

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