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La violenza sulle donne e il ragionamento per simboli

Creato il 13 gennaio 2018 da Idispacci @IDispacci

Questo articolo vuole denunciare, cercando a titolo di esempio di mostrare l'infondatezza del concetto "violenza sulle donne" (ma qualsiasi cosa che dirò potrà essere applicata anche al concetto più ampio e altrettanto infondato "violenza di genere") un modo di pensare scorretto e non razionale che regge molti dei discorsi politici e retorici: quello che chiamerò "pensare per simboli" giusto per dargli un nome ma non è importante. Non credo che sia caratteristico del nostro tempo, c'è sempre stato e in fondo è anche normale che sia così, ma questo non dispensa dal compito di tutelare la razionalità e il buon senso, che è compito di ogni umano, denunciando questa malattia del pensiero e prendendone le distanze.

Il pensare per simboli funziona pressapoco in questo modo: quando ci si interroga riguardo a qualcosa, chiedendosi se sia giusto o sbagliato, o comunque quando si sottopone qualcosa a una critica etica razionale, si cerca in questa cosa una somiglianza o un rimando a un termine x che, con ragionevole universalità, è linguisticamente connotato negativamente, e si assume questo legame di similitudine come una condizione sufficiente, o comunque un aspetto rilevante, per una sua critica morale. Cercando di dare una definizione quanto più pratica possibile di "connotato negativamente" intendo un termine x tale che se si chiede a una persona a caso <> risponderà di no, e anche se risponde di sì lo farà con coscienza di opposizione a quella che è la morale dominante. Possiamo qua tralasciare il fatto che dietro a tale risposta potrebbero esserci compulsioni sociali come l'evitare stigmatizzazioni o pressioni derivanti dal gusto di opporsi alla società dominante, possiamo assumere per esempio che chi dice "non sono d'accordo con il fascismo" sia ragionevolmente sincero, così come chi dice "non sono d'accordo con la violenza sulle donne".

L'esempio che ho scelto è infatti l'utilizzo di questo termine da parte di alcuni femministi, per esempio da parte del movimento "Non una di meno" che rientra esemplarmente in questa critica, ma anche in tanti altri blog femministi che ahimé mi è capitato di leggere, oppure da conferenze deliranti di femministe alle quali ho assistito in ambito universitario italiano e francese. Forse non tutti i femministi sono così, la mia critica non si applica a quelli che non conosco (anche se ho il forte pregiudizio che si applichi anche a loro), del resto conosco poco l'argomento; la mia critica, visto che è basata su un'analisi a priori, è indipendente da conoscenze empiriche e dunque è sensata anche se non ho letto nessun libro a riguardo: a tante delle cose che ho letto o sentito si applica e tanto basta per darle un referente nella realtà. Qualcuno mi ha accusato di ignoranza, ma il costo di questa accusa è chiudersi in un'autoreferenzialità accademica tecnocratica che dietro all'aura di autorità nasconde solo un'esenzione dal confronto. La mia critica non dispensa ogni volta dal confrontare ciò che dico col caso particolare per vedere se si applica, fino ad oggi io l'ho sempre trovato applicabile contro i femministi e non solo.

Quello che spero di dimostrare è che il concetto di "violenza sulle donne", pur sembrando sensato, racchiude cose eterogenee che non c'entrano nulla l'una con l'altra, che non corrispondono a nulla di unitario se non il pensiero simbolico di cui sopra. Per ora basti notare che il termine "violenza sulle donne" è connotato negativamente e che viene da molte femministe esteso all'inverosimile, comprendendo praticamente tutto: violenza domestica, sfruttamento della prostituzione, divieto di aborto...

Accettando come critica morale sufficiente la somiglianza tra due termini siamo dispensati dal pensare fino in fondo quali sono i valori che reggono le prese di posizione etiche così come non è più necessario misurare la portata di questi valori, o comunque l'analisi dei valori viene subordinata all'esigenza di condanna morale derivante dalla somiglianza. Se poniamo come valore quello generale del rispetto della proprietà privata, della libertà personale, o anche quello più specifico di non essere superati in coda alle poste, possiamo discutere di dove questo valore si applica e dove ha i suoi limiti, riconoscendone anche gli aspetti controversi e in conflitto con altri valori, e anche sospettarli: notare la natura arbitraria e infondata di tutti i valori, la loro dipendenza dalla società... insomma possiamo fare un ragionamento morale, cioè sul giusto e sullo sbagliato. Se al contrario anziché parlare di valori si fonda il giudizio etico sulle somiglianze, tutti questi aspetti sono semplificati: basta una prima critica, magari anche fondata su valori, riguardante il senso più ristretto del termine x, e poi sulla base della somiglianza si allarga il senso di x e si da per scontata una critica già fatta sugli altri significati aggiunti. I conflitti sono ancora possibili, ma non sono più conflitti tra valori, diventano conflitti tra somiglianze con termini connotati negativamente. Chiamiamo questa operazione "critica simbolica" per contrapporla alla critica morale basata su valori.

Per esempio, ho letto un comunicato delirante di "non una di meno" dove lo stesso termine "violenza maschile sulle donne" viene collegato per somiglianza alla "violenza di genere" e poi nella più ampia "violenza del capitale e logica del profitto" e "violenza delle frontiere" e "razzismo". Che cosa hanno a che vedere tutte queste cose tra loro se non il darsi un tono di sinistra e il fondarsi sul pensiero simbolico tramite l'uso del termine x "discriminazione", "oppressione"? si vuole argomentare che l'oppressione è sbagliata? Cosa di interessante può provenire, riguardo all'etica, alla politica o a qualsiasi altra analisi da questa operazione di fusione? Che cosa può dirci che aiuta a distinguere i casi di oppressione da quelli di non oppressione? Nulla, assolutamente nulla. Arrivati a questo grande minestrone il legame originale con i valori può essere completamente lasciato da parte, analogamente a come certi estremismi religiosi usano la parola "peccato". Prima di mostrare quanto sia poco fondato il termine "violenza sulle donne" ci tengo a mostrare come analogamente "violenza delle frontiere" eclissa completamente la possibilità di un dibattito serio sui valori conflittuali che nelle frontiere sono in gioco. Quindi ecco esposta la corretta impostazione valoriale del problema (sul quale mi astengo rigorosamente dal prendere posizione): da un lato c'è il valore del far valere i diritti, quindi l'esigenza di limitare una regione per avere la forza materiale di imporre regole e quindi far rispettare i diritti e doveri, insieme al valore della diversità e dell'autodeterminazione che impone di far sì che ogni regione di mondo possa salvaguardare la sua autonomia perché le situazioni e le "etiche" sono oggettivamente diverse; dall'altro lato c'è il valore-progetto di un'umanità universale e fraterna, dove i diritti siano i diritti di tutti. Parlando di "violenza delle frontiere" non si avanza di una virgola in questo dibattito: Se i valori che ho appena elencato portassero a pensare che le frontiere sono giuste, non sarebbe giusto anche imporle con la violenza? in che misura? solo il confronto tra questi valori e la realtà può deciderlo. Quello che è certo è che questo non c'entra nulla con il razzismo, cioè l'idea che una razza sia superiore all'altra, e che parlare di "violenza delle frontiere" non serve assolutamente a nulla. Studiando il funzionamento simbolico sottostante: siccome chi subisce la violenza delle frontiere di solito è qualcuno che viene da un altro paese e quindi appartiene a un'altra popolazione genetica, di fatto è statisticamente una violenza esercitata da certi membri di una popolazione su certi membri un'altra. Questo basta a unirla simbolicamente al termine x "razzismo", in quanto certe convinzioni sulla superiorità di alcune razze possono giustificare violenze di una popolazione sull'altra. La somiglianza è solo ed esclusivamente simbolica e non aggiunge nessuna conoscenza o determinazione né al razzismo né alla violenza delle frontiere, carica solo in modo meccanico ciò che accade nelle frontiere della valenza emotiva e connotativa del termine "razzismo". Inoltre l'antirazzismo è un tema tipicamente di sinistra come il femminismo e dunque è connotato di "sinistra", altra somiglianza sulla quale fondare una fusione simbolica. Infatti darsi un tono, indossare le idee come vestiti ben riconoscibili è infatti uno degli obiettivi principali del pensiero per simboli.

Per tornare al tema "violenza sulle donne", esporrò qualche esempio di cosa viene compreso dai femministi sotto questo concetto, insieme a quella che suppongo essere il loro concetto "x" che funziona da collante e insieme al corretto modo non simbolico di impostare il tema su base valoriale. Queste cose le ho confermate googlando "non una di meno" + il tema in questione; quindi, di nuovo, ad almeno alcuni femministi si applicano.

ASPETTI SENTIMENTALI

intendo ciò che fa parte di una patologia del rapporto sentimentale. Il legame simbolico è: dato che c'entrano in queste cose i generi perché le relazioni sentimentali dipendono dal genere, allora si può legare ogni patologia sentimentale alla parola "violenza di genere" e quindi a "violenza sulle donne". Il problema è che nessuna di queste cose ha nulla a che vedere con la violenza di genere e tanto meno con il femminismo.

  • Stalking e violenza domestica: qualsiasi genere può commetterlo, è violenza ma non c'entra niente con le donne o con la differenza tra generi. Le associazioni o proclami contro la "violenza domestica" hanno senso, o contro le "violenze di relazione", così come è giusto che esista una legge contro lo stalking, questi sono concetti veri, nonostante la diversità delle situazioni non comprendono infinite cose diverse ammucchiate a casaccio come "violenza sulle donne". Rivelano una serie di problematiche sociologiche, psicologiche, e anche morali (oltre quale limite c'è violenza?) in una certa misura interconnesse tra loro.
  • Violenza sessuale e consenso: qualsiasi genere può commetterlo, inoltre è tema delicatissimo per molti motivi, riguardo l'aspetto legale basti pensare che non sempre è facile comprendere cosa è accaduto (potrebbero non esserci testimoni), e nel nostro sistema si parte giustamente dalla presunzione di innocenza e dunque spesso è ragionevole che molte volte si arrivi a un'assoluzione anche se c'è stata colpa.
    Passando al piano etico, (quello sulla cui base si possono attribuire colpe personali indipendentemente dalle risonanze legali, e dal quale si possono criticare le leggi come giuste o ingiuste), definire il consenso è super problematico: la discussione sulla colpa etica deve essere basata sulla interpretabilità del consenso da parte dei coinvolti, cioè non sulla loro personale intenzione (che è privata, non empirica, non dimostrabile), ma su come era lecito interpretare il modo in cui questa intenzione è stata espressa. Questi criteri sono ovviamente indipendenti dai generi e problematici. Basti pensare ai casi di coscienza alterata: fino a che punto permane la capacità di intendere e di volere e quindi fino a che punto il consenso è consenso? E visto che tale capacità è una definizione del tutto arbitraria, non verificabile empiricamente né dimostrabile in nessun modo, si richiedono dei criteri oggettivi arbitrari per stabilirla. Se una persona è priva di sensi è facilmente verificabile, ma nei casi dell'ubriachezza e dell'uso di droghe, come si può sapere se la persona era così alterata da non poter esprimere il consenso e soprattutto, fino a che punto si può dimostrare che l'altra persona, quella sotto accusa, avrebbe potuto riconoscere lo stato di questa alterazione?
    E nei casi in cui le persone coinvolte sono ugualmente alterate?
    Nei casi in cui, come in certe pratiche sessuali sadomasochistiche, una persona rinuncia in forma verbale o scritta al suo diritto di essere presa sul serio quando esprime il dissenso, come bisogna comportarsi? Ci sono dei casi in cui viene scelta una parola di sicurezza, e in questo caso è facile decidere, sono semplicemente cambiate le regole del consenso, non c'è stata una vera sospensione, ma nei casi in cui questa misura è assente?
    Tutto questo dimostra quanto la questione sia prettamente di dominio etico, tira in ballo nozioni mediche, psicologiche, valoriali, ma resta del tutto indipendente dai generi e c'è bisogno di saggezza pratica, di dialogo, di confronto, di comprensione e soprattutto di analizzare nel particolare ogni caso specifico, e non di lotte politiche e di ideologie semplificatrici. In ogni caso questo dibattito sul consenso non ha nulla a che vedere con il resto di cose unificate sotto il concetto "violenza sulle donne".
    Almeno nella nostra società "violenza sessuale" comprende casi così diversi che possono essere unificati solo da questa discussione sottile, ragionevole e conscia dei suoi limiti e delle sue arbitrarietà vertente sul consenso, che col femminismo non c'entra niente, e che non c'entra niente con i generi e con le violenze domestiche. Non escludo che declinato possa anche essere una categoria più valida, che oltre al generale problema della definizione del consenso comprende anche categorie sociologiche o politiche, come "stupro in famiglia" oppure "stupro in quartieri degradati", in queste specificazioni e restrizioni di campo la somiglianza non è simbolica, se ne può ragionare, un centro contro la "violenza domestica" dovrebbe occuparsi probabilmente anche di quei casi che sono "stupro in famiglia". Magari anche sullo stupro in generale si può parlare, le vittime (di qualsiasi genere) di stupro possono avere bisogni simili di assistenza sanitaria o psicologica... Di sicuro "stupro da parte di uomini su donne" e "stupro di genere" sono termini calderone senza senso. Poi i legami con lo stalking, la violenza domestica e tutti gli altri temi del minestrone "violenza sulle donne" o "di genere" sono completamente assenti.
    Eventuali statistiche di frequenza degli stupri non hanno da dire assolutamente nulla né alla legge né all'etica, al massimo all'applicazione della legge che però è tutta un'altra questione, che non c'entra niente con la violenza sessuale, rientra esclusivamente in una logistica e nell'organizzazione politica e non influisce sulla legge o su l'etica, allora si può parlare di dove piazzare i poliziotti, di come educare alla legalità in generale, di come organizzare i processi, di dove intervenire e magari anche di recupero efficace... tutte altre questioni che con la violenza sessuale non hanno nulla a che fare.
ASPETTI SOCIALI
  • Sfruttamento della prostituzione: se non tutti sono d'accordo sul legalizzare la prostituzione, tutti sono d'accordo che sfruttarla è sbagliato (costringere una persona a prostituirsi), la libertà individuale qua è un valore imprescindibile della nostra società e le leggi lo rispecchiano. Il problema diventa quindi un problema prettamente esecutivo: come impedire che chi si prostituisce venga sfruttato e come fare applicare le leggi?
    Ancora, questo non c'entra nulla con le violenze domestiche, con i generi, e con la violenza sessuale. Voglio marcare questo punto, le prostitute subiscono violenza sessuale perché vengono costrette ad un atto sessuale senza il loro consenso, e questo basta a chi ragiona per simboli per pensare che le due cose siano collegabili; ma il dibattito sul consenso non ha nulla a che vedere con il problema di come fare applicare le regole sulla prostituzione. Valutare meglio il consenso non influisce di una virgola sul problema della prostituzione. Certamente si può dire che sfruttare una prostituta, cioè costringerla a lavorare come prostituta significa costringerla ad attività sessuali senza il suo consenso e dunque stuprarla, ma questo tipo di stupro non ha nulla a che vedere con gli altri, né per le modalità né per i ragionamenti che se ne possono fare: per decidere se è stato o no sfruttamento della prostituzione non ha valore certo l'affermazione dell'assenso o del dissenso da parte di chi si prostituisce durante la prestazione! Se durante l'atto c'è un'espressione di dissenso inequivocabile è violenza sessuale, ma chi lo dice se c'è sfruttamento della prostituzione? Viceversa per capire se una prostituta è sfruttata oppure sceglie consenzientemente di prostituirsi non si può discutere del suo consenso o meno durante la prestazione! La discussione sullo sfruttamento della prostituzione è irriducibile a quella sul consenso durante l'atto sessuale. Dunque lo sfruttamento della prostituzione non c'entra nulla con lo stupro, sono due campi di discorso completamente diversi che non influiscono minimamente l'uno sull'altro, né dal punto di vista etico, né da quello legale, né dai valori che mettono in gioco (se escludiamo valori molto generici come "libertà personale" che però allargano di molto il campo), né dal punto di vista politico, psicologico o sociologico, e l'unico motivo per cui si uniscono è per accentuare in modo retorico, usando il termine x connotato negativamente "stupro", quanto lo sfruttamento della prostituzione è sbagliato. E di nuovo, siccome riguarda il sesso che riguarda i generi viene unito al termine x "violenza di genere" che di nuovo per somiglianza è collegato a "femminismo".
  • Divieto di aborto: i valori in gioco in questo caso sono i criteri che noi usiamo per attribuire diritti alle forme di vita, che siano umane o no. Tali criteri possono essere l'appartenenza alla razza umana, il raggiungimento di una certa complessità biologica, la capacità di provare sofferenza, la potenzialità di svilupparsi in un umano compiuto... ; solo in secondo luogo viene il diritto che la madre ha di gestire il proprio corpo, perché tale diritto è influenzato e definito dai diritti che il futuro bambino ha sul proprio corpo: noi possiamo anche considerare che un bambino ha diritti già da quando è concepito, oppure non ha diritti fintanto che non nasce o fino al terzo anno di età, in questo caso allora, proprio per questa considerazione, la madre avrà diritto a disfarsene se vuole. Questi valori tirano in ballo convinzioni eterogenee, etiche, religiose, mediche, tutte mediate da una ragionevolezza che infine porta a una decisione che non può che essere arbitraria: inventarsi un istante temporale prima del quale il bambino non ha diritti e dopo del quale il bambino ha diritti. In nessun caso tirano in ballo questioni di genere né di libertà individuali. Questo tema è palesemente completamente scollegato dal tema dello sfruttamento della prostituzione, dello stupro, delle violenze domestiche. La somiglianza con "femminismo" deriva dal fatto che è un'imposizione solo relativa alla donna, che è quella che porta il feto, questo basta a unificare il divieto all'aborto insieme alla "violenza sulle donne".
  • Il sessismo inerente alla lingua: questo è palesemente ridicolo, e quasi tutti siamo d'accordo. Ma cercherò ora di mostrarne il senso, ovvero la provenienza simbolica. Ogni lingua, utilizzando adeguate perifrasi e una ragionevole fatica di pensiero e apertura da parte di chi legge e di chi scrive, ha la possibilità di andare oltre la propria grammatica e la propria struttura, così come le connotazioni dei termini non esistono a sé stanti ma dipendono sempre da come i termini sono usati e da come vengono interpretati, e sopratutto dal significato che gli si dà di volta in volta a seconda degli altri termini ai quali si uniscono: se io parlo di "violenza" è connotato negativamente, ma se poi per violenza intendo anche "la violenza che fa un uccello mangiando un verme" è ovvio che la questione diventa molto più complessa e cambia la connotazione stessa di "violenza", o perlomeno non è immediata la condanna a priori, e ci porta a pensare. Chi pensa per simboli ha invece bisogno che in alcune parole, discrete e isolate dal contesto, come "violenza", "razzismo", "patriarcato" sia contenuta della realtà indipendente dal contesto. Per cui non è più possibile ridefinire la connotazione dei propri termini, per esempio non si può dire che <> perché "violenza sulle donne" è in sé sbagliato, e il solo e semplice fatto che "violenza sulle donne" possa essere accostato ad "aborto" è un motivo valido per condannarlo. Dunque la critica al sessismo del linguaggio deriva dal cercare di tutelare le connotazioni interenti alle parole isolate che sono l'essenza stessa della possibilità di poter ragionare per simboli. Questa potrebbe sembrare un'operazione simile a quello che accade nella poesia, se non fosse che nella poesia il poeta è sempre teso a risemantizzare e rendere vive le sue parole, insomma a scoprire/creare degli aspetti che esse contengono, dunque a rendere problematiche le connotazioni banali dell'uso quotidiano. L'esempio del vedere violenza in un uccello che mangia un verme è un esempio attinente alla poesia, il concetto "violenza" viene esteso in modo simbolico fino ai propri limiti, ma in questo modo diventa non arbitrario. Quando un poeta parla della violenza ne parla in tutta la sua estensione e potenza (e anche problematicità), rendendola anche disponibile all'indagine critica; evidenzia che la violenza è infinitamente più complessa di quello che si pensa, e allo stesso tempo che la parola deve sforzarsi e piegarsi con metafore per raggiungere la cosa che resiste al linguaggio; utilizza quindi queste parole potenti, allargando quanto più possibile il loro significato, per sforzarsi di raggiungere una realtà che non può essere direttamente significata seguendo l'uso grammatico quotidiano delle parole. Il pensare per simboli invece è molto vicino al funzionamento della comunicazione retorica e pubblicitaria, studiato per agire nella quotidianità dove la riflessione critica non è di solito applicata, del resto chi è il folle che applicherebbe sempre e comunque una riflessione critica minuziosa nel distinguere due biscotti assolutamente identici? In una pubblicità non è erroneo usare queste modalità, anche in politica può essere utile, possono servire a rendere più chiari i propri discorsi, più convincenti, e anche a prendere più voti, è però moralmente sbagliato applicare questi schemi di pensiero per dispensare da una riflessione critica necessaria, soprattutto in etica e in politica dove questa cosa può causare tanti danni.

Un'altra distinzione occorre farla riguardo a certi altri termini molto sfumati e vaghi, per esempio in "ambientalismo" noi possiamo condensare una serie di valori eterogenei, come quello della tutela della biodiversità, del diritto umano ad un ambiente sano, del diritto agli animali di non subire violenza dall'uomo... non è affatto detto che uno che si possa definire a ragione "ambientalista" condivida tutti questi valori, infondo "ambientalismo" è una definizione muta, perché sapendo che una persona è ambientalista non posso comunque dedurre nulla sul suo conto, non so quali dei valori che condivide lo rendono ambientalista. Ma comunque "ambientalismo" ha un significato: un insieme eterogeneo di valori collegati dei quali si può parlare. Lo stesso non si può dire per "violenza sulle donne". Mentre è possibile chiedersi se un qualcosa si fonda o meno su un valore ambientalista, e non tramite rimandi simbolici ma per rimando ai valori; non c'è invece nessun valore dietro a "violenza sulle donne" che possa fondare una critica simile. Per chiarire meglio quello che intendo: se mi chiedo "è ambientalismo combattere la caccia?" posso dire che da un lato può essere ragionevole pensarlo, perché il diritto alla vita di tutte le forme, anche quelle animali, è un valore ambientalista, posso anche dire che comunque è anche ambientalista il dovere umano di tutelare la biodiversità, e quindi certe volte la caccia può essere uno strumento di controllo di popolazioni infestanti per esempio. Questo è un conflitto tra valori diversi entrambi appartenenti all'archetipo eterogeneo "ambientalismo", indipendentemente dal fatto che si condividano o meno, e questi valori possono entrare in conflitto con tutti gli altri valori e fondare ragionamenti morali. Ma se mi chiedo: "x è una violenza sulle donne?" quale valore deve non essere rispettato? su quali valori posso basare il mio giudizio? libertà individuale? diritto alla non discriminazione? diritto al non subire violenza di tutti gli esseri umani? A differenza di quello che avviene nell'ambientalismo tali valori sono così generici da comprendere il dominio intero dell'etica perlomeno quella delle relazioni interpersonali umane, come ho mostrato trovando la corretta impostazione valoriale di tutti i problemi unificati sotto tale pseudo-concetto. Se cerchiamo il legame tra tutti i concetti compresi sotto il termine "ambientalismo" troviamo un insieme eterogeneo di valori uniti dal filo conduttore del rispetto dell'ambiente, se cerchiamo il legame che unisce "violenza sulle donne" o "violenza di genere" finiamo per ottenere solo quel termine x simbolico connotato negativamente di cui ho parlato. (A meno che non intendiamo solo e soltanto i valori come la parità tra sessi e generi, che però esclude esattamente tutte le cose di cui ho parlato sopra e di cui certi femministi parlano, e comprende solo i ben miseri casi, per esempio, quando le donne non possono votare esclusivamente perché donne).

Non dico che i femministi non affrontino mai questi problemi, ma se li vogliono problematizzare devono farlo su altri campi, e quindi parlare di etica, di medicina, di legge, di politica, come tutti gli altri che vogliano occuparsi di questi temi. Un femminista non ha nulla di interessante da dire in quanto femminista su questi temi. Tutta la storia della discriminazione di generi, il concetto del patriarcato, la parità di uomini e donne, è assolutamente irrilevante nel produrre una qualsiasi considerazione che non sia storica o sociologica, di portata limitata e che soprattutto escluda altri valori concomitanti che con tale discriminazione non hanno nulla a che vedere, altrimenti ogni considerazione sarà viziata di critica simbolica e quindi non valida. Non si può inoltre fare un discorso sensato sulla "violenza sulle donne" o sulla "violenza di genere" dato che il termine non ha significato semplicemente vago, ma è un minestrone di significati unificati solo da somiglianze superficiali.


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