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LaRepubblica: da Eva Longoria a Staffa, linguaggio di sguardi maschili.

Da Marypinagiuliaalessiafabiana

LaRepubblica è sempre più spesso facile a rappresentazioni e narrazioni sessiste, se consideriamo poi anche la versione online e la famigerata colonnina destra che spesso collassa nel magma del gossip puro.

Qualche giorno fa, colpisce proprio su repubblica.it, il modo in cui un giornalista decide di dare una notizia dagli USA: Eva Longoria, attrice della serie tv Desperate Housewives, è diventata consulente del secondo governo Obama in materia di immigrazione, tanto che si attribuirebbe a lei la spinta per il Dream-Act, il decreto legge che ha portato alla regolarizzazione di circa un milione di clandestini.

Chi scrive decide di raccontarci questa storia con il pathos che piace tanto all’infotainment, quindi scrive di questa “piccola grande donna latina” (?) che è riuscita a imporsi nella legislatura Obama e a lottare per i diritti dei latinos degli Stati Uniti.
Come se avesse camminato direttamente dalle favelas a Washington per portare la fratellanza.

Fin qui però sono scelte di stile. Le favole a lieto fine vendono sempre molto.

Poi però, non ce la fa, il giornalista, non può rimanere incatenato all’elogio di una donna che prima di essere consulente di Obama, prima ancora di essere donna, è stata attrice e quindi è immagine di quella donna di cui sta scrivendo.
Così, aggiunge:

“[…]la favola della protagonista del celebre serial, nata in Texas 37 anni fa da genitori messicani, è diventata l’ultima incarnazione, e che incarnazione, della nuova America di Obama”.

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Ecco quindi che il giornalista, pur educato dalla sua condizione di scrittore di centro sinistra a raccontare storie edificanti, non può che scadere nella più trita delle macchinazioni sessiste.
Se prima racconta di una donna privilegiata e tutto sommato poco interessata finora alla situazione politica, come fosse invece una guerrigliera latina, già a metà dell’articolo non può che tradire l’unico pensiero che aveva in testa davanti alla tastiera: quanto è bòna Eva Longoria.
Perché se così non fosse, non servirebbe aggiungere delle esclamazioni da bar ( “e che incarnazione”  ) mentre si parla di una collaboratrice politica di quella che lui definisce la“nuova America di Obama”.

Non ci sarebbe motivo di continuare scrivendo che

Sulla sua pagina Twitter, 5 milioni di followers, la signora che per ben due volte la rivista Maxim, non proprio la Gazzetta Ufficiale, ha eletto “latina più caliente d’America”, si definisce “attrice, attivista e filantropa“.

Perché quello che questa frase ottiene è sminuire l’affermazione di Longoria su Twitter accostandola all’informazione del suo doppio primato su una rivista maschile che si definisce “The Ultimate Guys Guide” e che tra le sue sezioni ha quella chiamata “Girls”, proprio vicino a sport, tecnologia e tv.

Conclude poi l’articolo con

Obama […] sa che deve tenersela stretta, la sua Eva: non tanto naturalmente da ingelosire Michelle. Di First Lady e di casalinga disperata, ne basta, rispettivamente, una.”.

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La conclusione tradisce un altro vezzo dello scrittore di massa, quello della competizione femminile. Quello delle rivalità costruite a mezzo stampa per raccontare di donne, magari professioniste, che devono per forza competere e odiarsi perché non c’è posto per tutte e due, perché in un mondo maschile bisogna conquistarsi l’unico posto disponibile, non certo rivendicare più spazio del previsto.

Ben inteso che le sorti di Longoria non siano proprio un argomento interessante, è l’ennesimo esempio di banalizzazione e sessismo nella scrittura di uno dei principali quotidiani italiani.

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Il PM Staffa, avrebbe ottenuto sesso in cambio di favori giudiziari ( rinnovo permesso di soggiorno, colloqui con detenuti… )

Un altro esempio? L’articolo del 26 gennaio 2013, su LaRepubblica cartaceo, tratta dell’orrenda vicenda del PM Roberto Staffa, accusato di aver ottenuto sesso in cambio di favori giudiziari nel suo ufficio del tribunale di piazzale Clodio di Roma.

Scrivendo di questo, il noto giornalista traccia la storia di L.T., la “donna del boss di un clan mafioso della Capitale, che avrebbe contattato Staffa per ottenere la scarcerazione del compagno. Le cimici nell’ufficio del PM documentano “il baratto”, sesso in cambio della libertà dell’uomo. Dopo un racconto fin troppo dettagliato delle intercettazioni, dall’ispirazione romanzocriminalesca, viene segnalata da una lettrice il sessimo della conclusione

“L’indagine non ha ancora accertato […] se a proporre il baratto fu la donna o il magistrato. Se insomma L.T. fu consegnata alla sexual addiction di quel pm per farne un pupazzo o, al contrario, se Staffa, ormai fuori controllo, non calcolò quale tipo di sfregio potesse essere abusare di una donna di un detenuto e per giunta di quel calibro

Tutto si riduce a una guerra tra uomini in cui il potere dello Stato e quello dell’anti Stato mafioso si fronteggiano usando le donne per ottenere quello che vogliono.
E quando un medium di comunicazione ne parla, decide di non sottolineare la barbarie o, al contrario, il ruolo attivo di una donne nella vicenda, ma si chiede se mai l’imputato avesse calcolato il rischio di abusare della donna di un detenuto di quel calibro.
Che se fosse stata un’altra delle trans che abusava per il permesso di soggiorno, un’altra delle vittime della tratta brasiliana che ha fermato durante l’operazione “antiprostituzione”, il rischio sarebbe stato minore, sarebbe stata una mossa più intelligente, ingenuo di un PM.

Se delle vicende di Longoria non ci interessa e della vicenda Staffa abbiamo un giudizio netto, che non ha bisogno di essere supportato dalla stampa, è anche il linguaggio a riguardarci, ci serve che sia indirizzato a una comunicazione che non sia traduzione dello sguardo maschile sul mondo e sugli eventi. Non solo quando si parla di femminicidi, ma sempre, dagli scandali nei tribunali alle notizie dall’estero.

Perchè il peso della lingua dell’informazione si traduce in luoghi comuni e mentali che si ossidano tra i lettori e assunzioni di sguardi che non ci appartengono, perchè impressioni di un potere – anche comunicativo – che non ci rappresenta.

Quando un giornalista titola che “il femminicidio non esiste” o un altro scrive papiri attaccando le donne, questi attacchi frontali sono ben identificabili, facilmente contestabili.
In casi come questi invece, la questione è più sottile. Si tratta di un capillare maschilismo, di un’abitudine all’uso sessista dell’informazione che non viene nemmeno avvertita come tale da chi scrive. Perchè è convinto di essere di sinistra.

 



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