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Lasciateci ancora sorridere

Creato il 12 gennaio 2019 da Gadilu

Lasciateci ancora sorridere

Purtroppo ho i figli già grandi e ormai, ma stavolta per fortuna, perfettamente in grado di esprimersi nelle cosiddette due lingue ufficiali di questa provincia (il ladino no, la terza cosiddetta lingua ufficiale non l’hanno imparata perché non hanno mai vissuto nelle due valli in cui lo si parla e, seppur parzialmente, lo si insegna). Avessi ancora i figli piccoli, però, e davvero si trovassero davanti al problema di essere «testati» linguisticamente prima di accedere a un determinato istituto scolastico — come ipotizzato nel recente patto di governo tra Lega e Svp—, avessero questo problema, dicevo, consiglierei loro di non fare nulla e di limitarsi a sorridere. Solo sorridere. Un sorriso come quello descritto per esempio dalla scrittrice Banana Yoshimoto: «… dolce come quando le nuvole si disperdono in un soffio, lasciando apparire il cielo azzurro e la luce, alla stessa velocità con cui gli angoli della bocca si sollevano e quelli degli occhi si assottigliano. Un sorriso puro, radioso, così disarmante da commuovere, sano, spontaneo». Un sorriso che prelude al ridere per non piangere, anche. Certo, qui stiamo commentando solo una proposta, quindi vale al massimo come sintomo e non come una patologia acclarata. Non è però la prima volta. Già in passato la voglia di filtrare (diciamo così) l’accesso scolastico per ottenere classi quanto più possibile etnicamente e linguisticamente omogenee è stata manifestata ora da quel partito ora da questo.

Tutti preoccupatissimi di non imbrigliare la genialità del popolo altoatesino/sudtirolese, si capisce, un popolo evidentemente frenato nel suo mirabolante sviluppo cognitivo dalla presenza di qualche straniero incapace di parlare già a tre o cinque anni il bellissimo tedesco e il bellissimo italiano padroneggiato dagli autoctoni (mi sia concessa l’ironia). Una voglia rimasta sempre frustrata, peraltro, perché procedere alla definizione di sbarramenti, test d’ingresso o altri dispositivi discriminanti farebbe scattare di certo il richiamo di chi ha il compito di armonizzare i provvedimenti educativi con l’impianto della Costituzione italiana e quindi anche dello Statuto di autonomia, che proprio nella Costituzione ha il suo ancoraggio.

Sono andato a rileggere un brano di un libro scritto da due studiosi a lungo attivi all’interno dell’università locale, quindi in teoria da considerare un faro orientativo per quanti vogliano affrontare seriamente il tema della glottodidattica.

Dicevano dunque i due studiosi Siegfried Baur e Doris Kofler: «Das Konzept von Sprache als soziales Handeln bedeutet, dass Sprachenlernen soziales Lernen ist, da die Sprache immer in sozialen Situationen verwendet wird» (Siegfried Baur/Doris Kofler, Tocca a te! Edizioni alphabeta Verlag 2012).

Tradotto significa che la lingua è un’attività sociale e anche il suo apprendimento è un fatto sociale, perciò non può essere disgiunto dalla scena del contatto, che ne permette la piena realizzazione.

Se ciò, in un contesto plurilingue, presenta necessariamente particolarità o livelli di difficoltà superiori rispetto a un contesto monolingue, tali difficoltà dovranno essere affrontate con sensibilità e creatività, senza però recidere la radice sociale e socializzante che nutre e sostiene l’apprendimento delle lingue. Sarebbe molto disdicevole se il nuovo governo provinciale decidesse d’ignorare tali acquisizioni, togliendoci il sorriso dalla bocca.

Corriere dell’Alto Adige, 12 gennaio 2019

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