Lavorare (nell’editoria) stanca, contro lo svanire dei colpevoli

Creato il 01 maggio 2015 da Pupidizuccaro

Se mi chiedono il pizzo e io non ho il coraggio di denunciare, e pago l’estorsore, resto una vittima o divento un colluso perché “incoraggio” la pratica mafiosa? Il tema è delicato ma, sarà l’età, l’idea dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra mi sta abbandonando. E nel mondo del lavoro, e nell’editoria (libraria), come funziona? Il ricatto micidiale della concorrenza, che costringe molti ad accettare condizioni becere, “legittima” le nuove pratiche schiavistiche? Sì. Sottolineare questo aspetto, però, non può distrarre da chi effettivamente estorce la dignità a una persona in cerca di una e più fatiche per avere il pane a tavola. I ruoli, poi, nella lotta al recupero dei diritti perduti, non possono essere ricoperti da tutti indistintamente: dovrebbero essere i soggetti più garantiti ad alzare la voce più di chi è arrivato ieri e ancora rema in galera senza aver potuto mai mettere il naso sul ponte della nave.

Eserciti di legittimi aspiranti redattori, traduttori, grafici, correttori, uffici stampa, e compagnia bella bussano alla porta dell’editore di turno, regalando il loro tempo nella speranza di ottenere poi un ingaggio pagato; firmano il primo contratto, felici di aver superato una prima faticosa tappa; poi spesso, a mesi dalla consegna puntuale e dal mancato pagamento fissato nel contratto, capiscono di aver fatto del volontariato a loro insaputa. Così imparano un nuovo lavoro: recupero crediti dal committente. Non è prassi consolidata ovunque, non si deve generalizzare (anzi, per cambiare l’andazzo è giusto diversificare sempre e illuminare chi rispetta l’etica del lavoro) ma di certo chiunque bazzica il settore ha esperienza diretta o indiretta di situazioni del genere. Succede, per così dire, ed è successo in ultimo a fine aprile. Con una bella novità, però.

Stanchi di mandare infiniti solleciti per lavori non retribuiti svolti da oltre un anno, mossi dall’antico ideale della solidarietà, una ventina di collaboratori dell’editore-che-non-paga-di-turno hanno interrotto per protesta la presentazione dell’ultimo libro di Bertinotti sulla mancanza di lavoro in Italia (!), edito dal committente incriminato, sciorinando in faccia all’ex sindacalista e fumatore di parole proto-vendoliano la nota – quanto spesso taciuta – solfa della consegna nei tempi rapidi stabiliti, delle scadenze di pagamento promesse nel contratto e della messianica attesa dei soldi, gridata al vento come un’intervista impossibile a Karl Marx. Oltre alla promessa di un incontro ad hoc col rifondatore comunista, i lavoratori hanno ottenuto l’impegno del committente a sanare i vari pendenti, non solo quelli di chi era lì a protestare ma anche di tutti gli altri loro colleghi con cui, forse per non smentirsi, doveva ancora regolare i conti. Avrà maggior valore questa parola, di quella messa nero su bianco nei contratti non rispettati? Lo speriamo.

Fatto sta che, rimbalzando sul social, nella bacheca di una delle promotrici dell’iniziativa si è consumata la solita polemica fra i colleghi più grandi e meglio pagati che inneggiano alla lotta sindacale e (in questo caso) i traduttori più giovani che accettano compensi ridicoli e da rifiutare perché – dicono i grandi, mascherando forse una guerra contro i loro crumiri – giustificano l’illecito. L’ora della colpevolizzazione dell’ultimo anello della catena è presto sfociata nel cattivo gusto del fare i conti in tasca agli altri, nella velata (ma neanche tanto) condanna del “se l’è andata a cercare” e “gli piace essere schiavizzato”, secondo l’illogico discorso generalista che “chi accetta poco non lavora per vivere, mentre io, che accetto solo compensi dignitosi, sì”. Dunque il niente è meglio del poco; dunque chi va a raccogliere pomodori è certo il signore più ricco e più mammone del mondo; e quant’è immondo il suo desiderio di raccoglierli! Un piccolo estratto dalla discussione, di cui già ho incollato vari passaggi nel testo che precede (essendo il post su fb in modalità “pubblica”):

- Bisogna imparare a rifiutare queste cifre basse. Tu, firmando quel contratto, accetti, legittimi e rendi reiterabile la stortura. Che poi esplode nel mancato pagamento.

- Un contratto è un contratto. Se fissano loro la tariffa, tu provi a negoziare ma niente, e nel frattempo cerchi lavoro per anni e non trovi niente… questo non giustifica il diritto di non pagarti. La stragrande maggioranza degli italiani lavora sotto il minimo sindacale, non implica certo che sia giusto non percepire manco quello.

- C’è sempre un’ultima spiaggia dopo un’ultima spiaggia.

- Sì, l’ultima spiaggia dell’ultima spiaggia consiste in quella tenda sulla Senna, ma non accessoriata. Per il resto, “l’altro si fa”, alle stesse o più ignobili condizioni pure… e sì, forse anche da dilettanti, non potendo certo maturare esperienze co’ sti lavori di un giorno, un mese, un soffio. Bisognerebbe comprendere anche le ragioni di chi è costretto ad accettare tutto: squallide, sbagliate, esclusivamente materiali e controproducenti innanzitutto per chi accetta, perché si accetta a malincuore e non in piena convinzione, né per dedizione ad un sistema marcio e fallato, né, meno che mai, pensando d’essere nel giusto.

- Attenzione, perché se chiediamo troppo poco rischiamo di valere poco. Agli occhi di tutti. Anche di chi ci dovrebbe pagare. Scusi, ma come si mantiene lei? Accettare tariffe basse non ha senso e non ha nemmeno mezza ricaduta positiva. Nemmeno quella di fare curriculum.

- Se si accettano tariffe basse, in questo e contemporaneamente in altri lavori, è per ragioni di sopravvivenza, nella stupida speranza che sommando più lavori e cedendo tutto il proprio tempo libero e non libero, si raggiunga uno stipendio minimo. Non ha mai funzionato, non ne è mai valsa la pena, ed io come tanti altri ne paghiamo già fin troppo le conseguenze. Non credo di dovermi “ripulire la coscienza”, semmai sfoderare le armi, e cominciare a ben distinguere gli amici dai nemici, gli editori dai falsificatori di cambiali, ma la forza viene a mancare di fronte a situazioni reiterate e frustrazioni decennali.

Poi, nella cascata dei commenti, c’è stato questo intervento:

- Il problema non è chi accetta un lavoro a 3 euro a cartella. Il problema è chi lo offre. Per garantire un minimo sindacale chi deve lottare sono anzitutto i più garantiti, anche perché se non lo fanno perderanno anche i loro diritti prima o poi. Le lotte sindacali vinte si sono sempre fondate su questo dato (chi è più forte nei rapporti di forza si deve assumere maggiore responsabilità, ad esempio utilizzando il diritto di sciopero per difendere anche quelle categorie che questo diritto ancora non lo hanno), mentre si è perso e riperso tutte le volte in cui questo dato di coscienza, unità e consapevolezza si perdeva. E se capisco bene che è difficile, in un baretto, convincere gli avventori aditi alla solfa del “ci rubano lavoro” che lottare per i diritti dei lavoratori migranti è lottare anche per i nostri diritti, è stupefacente che la stessa solfa con parole più ricercate venga sostenuta spesso anche da chi due nozioni di storia le ha. Ripeto, il problema non è chi accetta una lavoro a 3 euro a cartella. ll problema è chi lo offre. E se poi neanche si riesce a costringere costoro a pagarli quei 3 euro, intravedo un futuro buio anche per chi ne prende per ora 20 a cartella.

L’interessata, accusata, autrice del post ha infine ringraziato per “la comprensione (del dettaglio e dell’insieme), l’unica consolazione in una polemica così amara”, scattata secondo la logica del “ci sono troppi share, ergo bisogna intervenire”. C’è sicuramente bisogno di lavorare sulla consapevolezza di chi entra (o cerca di entrare) nel mondo del lavoro passando per la cruna di condizioni vergognose. Ma oggi, primo maggio, vogliamo solo esprimere la nostra solidarietà con chi c’è già passato, chi rischia di passarci, chi comprende quanto sia esasperante vivere schivando una truffa e l’altra, contro lo svanire del vero problema.


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