Magazine Diario personale

Le case di tutti

Da Maddalena_pr

DIAPOSITIVE DI UN FERMO

Le case di tutti

«Io mi stufo».

Patrick, undici anni. Ieri è saltato su come un posseduto. Sarah gli aveva inavvertitamente schiacciato un dito. Ha voluto un cerotto, crede ancora alla salvezza di un piccolo nastro color pelle. Non mollava quel mignolo, non lo lasciava. Fammi vedere, gli dico, siedo sul letto che ha una doga in meno, l’hanno sfondata saltandoci su. Non possiamo sostituirla. Affondo. Su quella barra mancante. Su tutto quello che manca. Poi ci ha provato suo padre. Ma Patrick tiene quel dito come fosse tutto quello che gli rimane. Lo stringe, stringe tutta la vita in pochi centimetri.

Mette lì dentro, in quel pianto bianco sulla scusa di un male, la rabbia e l’insofferenza germogliate a sua insaputa. Quasi gli manca la scuola. Il sollievo dei primi tempi declina in naufragio. In ore senza ore.

Ho avuto paura che se lo fosse rotto. Fai pensieri che non fai di solito. Se è rotto non possiamo portarti al pronto soccorso. Lo penso, non lo dico. Guardo: «Meno male, è il mignolo». Quasi a significare che allora anche se ne perdesse l’uso, non sarebbe grave. A che serve, un mignolo?

Non avresti mai creduto di scartare un dito, dall’indispensabilità delle cose.

Word tenta ancora di correggere la parola «covid», è l’unico che non la riconosca. Alla tv girano pubblicità anacronistiche, quella del Bifidus Activia recita: «Sempre di corsa nelle tue giornate? Mille impegni e cose da fare?». Vedi quella donna col sorriso da rana che rincorre il vivere. Certi spot dovrebbero censurarli per oltraggio. Tutto degrada lentamente. Si scherza meno, si smette di contare.

Di solito creavo un calendario, ogni anno scandiva il suo tempo dal muro della cucina: c’era da fare attenzione che le foto fossero eque, se Isabelle compariva più spesso, gli altri me l’avrebbero rinfacciato. Ma la parete reclama un dicembre perenne. 2019. Ci sono io, il mio faccione grande e magro, in onore del mio compleanno. Che strano, non avere un calendario. Proprio ora. Che non servirebbe.

Però è sabato, e lo so lo stesso, mi sono svegliata immaginando che di là, in cucina, ci fosse tutto un tripudio di cibi e agrifogli, ho pensato al Natale, a quelle corse pazze che la festa viene a prenderti e se ne sbatte del tuo umore. E ti lasci acchiappare. C’erano candele e centritavola addobbati, bacche rosse celebravano l’evento. L’impazienza ti rovescia dal letto, voli di là. Chissà perché il Natale. Chissà perché mi sveglio con quello. Ma il tavolo sarà sempre lo stesso: disordine di fogli ritagliati, due scodelle, la luce del mattino, il silenzio. Va bene che è sabato, infine. Il sabato è più riservato, è capitato tante volte che a grandi programmi non seguisse nulla, che il giorno si consumasse in faccende da poco, in casa.

Di sabato non hai appuntamenti. Di sabato puoi mentirti. Una normalità effimera.

Ieri sera qualcuno suonava musica a tutto volume. Le solite canzoni del nostro Paese. Sono uscita in terrazzo, guardavo. Punti colorati di umani ai balconi. Bisogna che sia possibile amarsi così. Anche senza tutta questa follia. Bisogna arrivare a tanto, per sporgersi da noi, per allungarsi verso chi ci sta davanti, per cantare in uno spazio cavo e pieno di sconosciuti? Più tardi Mathias ha allestito una discoteca in salotto, ha rivestito un palloncino con la stagnola, appeso a una corda al soffitto. Un bastone rubato alla scopa reggeva una pila. E così bastava far girare il palloncino, e la luce si frastagliava in effetti psichedelici. Le bambine erano entusiaste, le risa di Isabelle, ancora così acute, alzavano palazzi interi. Ci si ingegna, si creano cose che non ci saremmo inventati senza questa emergenza.

Spettacoli che mentre ti distraggono dal dramma, te lo ripetono.

La cura: la cura è un’altra novità. Sarah non dondolarti sulla sedia. Gliel’ho detto mille volte ma adesso non può disobbedire: «Se la rompi non posso ricomprarla». I fogli sono finiti, stampiamo su carta a quadretti strappata a quadernoni rimasti, un decreto vieta di venderla ai supermercati, e le cartolerie sono chiuse. Nessuno pensa alle vacanze, gli spettacoli cancellati non ci fanno più arrabbiare, si scende nell’indispensabilità delle cose. Come in un cono, si può togliere ancora. Spero di non togliere troppo. Le ragazze hanno inventato Noemi, trasformando la panca del pranzo in signora: gliela lasciamo, a volte le cambiano i vestiti, noi mangiamo su quelle sedie diventate perciò tanto pregiate. La sera, nel buio, capita che la vedo, la signora di legno, allora mi spavento. Poi le sono grata, grata per il piccolo evento, per avere in casa un ospite.

Come quando ricompare il moscerino. Se sia lo stesso o meno poco cambia: settimane fa mi è volato tra gli occhi e una poesia nel mio minuscolo studiolo. Ero un po’ persa, ero che mi serviva sentire che la vita mi ama. Sorrisi. Ogni tanto riappare, magari dopo settimane, e io sorrido uguale. Ieri mi è passato accanto in cucina.

In tanti metri cubi di casa ha scelto me: viene sempre quando sono da sola. Viene e mi racconta che la vita mi cerca, mi sostiene.

Tutto si diluisce in una circolarità sospesa, mentre dentro, in qualche modo, un moto opposto condensa ogni sentire. Mi chiedo quanto reggeranno i bambini. Non è nemmeno più questa gran notizia che le scuole resteranno chiuse oltre il termine previsto. A Isabelle manca l’asilo. Lei non lo sa, lo so io: perché quando mi chiama non ha la voce cristallina e perché si offende per tutto.

È il primo giorno di una primavera embrionale nell’attesa di tutti. Mathias piega un corpo impigrito in 108 saluti al sole. Il tappetino davanti al Mac in salotto, accanto al Didò della figlia. Gambe lo scavalcano per andare in bagno, lui esegue in sincronia con settecento altre anime nel mondo che ci entrano come odori, energie unificate.

Domani sarà un altro giorno uguale. E dopo ancora. E poi di nuovo. Ancora. E ancora.
E poi, finalmente, sarà migliore.

[Foto di Mariagrazia Francot]


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