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Le conseguenze economiche della pandemia: Mario Draghi e le scelte di politica economica ai tempi del coronavirus

Creato il 30 marzo 2020 da Keynesblog @keynesblog

Le conseguenze economiche della pandemia: Mario Draghi e le scelte di politica economica ai tempi del coronavirus

di Francesco Saraceno, da Luiss Open

Mario Draghi, sul Financial Times, ha fornito un contributo interessante al dibattito sulle politiche di contrasto alla pandemia del Coronavirus. Cosa si può ritenere dell’analisi del rimpianto ex presidente della Bce? Andiamo per punti.

  1. In primo luogo, e Draghi non è il primo a dirlo, è chiaro che non si tratta di una crisi keynesiana “classica”. Si fondono come neve al sole sia la domanda aggregata, vittima di un crollo dei redditi e di un’incertezza che regna sovrana, sia l’offerta aggregata, vittima di catene del valore internazionali che sono disarticolate, e del crollo degli ordini.
  2. Inoltre, e questa è quasi la sola ragione di cauto ottimismo, l’origine della crisi è chiaramente esogena, cioè esterna alle nostre economie. Questo significa che, se essa sarà gestita come si deve, una volta messa alle nostre spalle la pandemia potremmo ripartire abbastanza in fretta. Si può quindi sperare in una traiettoria a “V”, con il crollo brutale seguito da un altrettanto violenta ripresa. La sfida è di evitare una “U”, o ancora peggio una “L”.
  3. La sfida per governi e banche centrali è quindi quella di evitare che le difficoltà temporanee di imprese fondamentalmente sane ne causino il fallimento. Quando l’economia ripartirà, occorrerà che il sistema produttivo sia il meno danneggiato possibile, e quindi in grado di accompagnare la ripresa dei consumi e della domanda aggregata. Si tratta insomma di tenere a galla le imprese, soprattutto piccole e medie, che oggi non sono in grado di far fronte ai loro impegni finanziari. Whatever it takes, come si è detto.
  4. Draghi sostiene, a ragione, che il sostegno alle imprese è prioritario. Mantenere il tessuto produttivo in vita vuol dire mantenere l’occupazione, e quindi indirettamente il reddito. È ovvio che questo discorso si applica soprattutto in Europa dove i sistemi di protezione sociale sono funzionanti. Ritengo che negli Stati Uniti il sostegno diretto a lavoratori e famiglie dovrà avere uguale se non maggiore priorità.
  5. Ci sono molti strumenti disponibili per tenere a galla le imprese, in gran parte già introdotti o annunciati da banche centrali e governi. Si tratta in buona sostanza di garantire la disponibilità di liquidità per far fronte ai pagamenti. Le banche devono essere messe in condizione di prestare a tassi nulli o quasi. È questo il senso della targeted longer-term refinancing operation lanciata dalla Bce il 12 marzo scorso: la Bce fornisce liquidità a tassi negativi, quindi di fatto sussidiando le banche, ma a condizione che questi fondi siano veicolati alle piccole e medie imprese (una linea di credito simile è stata aperta dalla Banca d’Inghilterra). Draghi nota inoltre come la regolamentazione bancaria non debba in nessun modo essere un ostacolo a tali finanziamenti.
  6. Poi, come già sta avvenendo quasi ovunque, l’amministrazione fiscale dovrebbe sospendere gli adempimenti fiscali, sempre per non sottrarre risorse ad imprese e aiutarle a non soffocare.
  7. L’ex Presidente della Bce nota poi come non tutte le imprese siano uguali. Alcune possono sperare di recuperare il fatturato perduto, una volta ritenuta la crisi alle spalle. Per altre invece non sarà il caso: nessuno pranzerà al ristorante due volte in un giorno, per recuperare i pranzi fuori che non possiamo fare oggi. Per queste imprese lo Stato deve essere pronto a farsi carico delle perdite, vale a dire a cancellare in un modo o in un altro il debito privato, tramite sussidi, esenzioni (e non solo sospensione) degli adempimenti fiscali, garanzie pubbliche a banche e imprese.
  8. Che sia per il sostegno diretto a imprese e famiglie, oppure per l’assunzione di parte del debito privato, il debito pubblico non potrà che aumentare. E per usare le parole di Draghi “L’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile per il sistema fiscale – sarebbe molto più devastante per l’economia e in ultima analisi per la credibilità dei governi”. È difficile non essere d’accordo.

Insomma, fin dall’inizio molti hanno giustamente notato che di fronte all’emergenza sanitaria l’aumento del debito pubblico non fosse un problema. Salvare vite non ha prezzo. Ora Draghi aggiunge la sua autorevole voce a quella di chi nota come anche salvare l’economia non abbia prezzo. Io stesso ne ho parlato qualche giorno fa.

Si potrebbero aggiungere altre considerazioni, per completare e rafforzare l’argomento di Draghi. Intanto, val la pena di ricordare che lo Stato non deve “ripagare” il debito, ma solo rifinanziarlo a scadenza. Questo vuol dire che anche livelli elevatissimi di debito non sono un problema fin tanto che gli Stati saranno in grado di coprire le spese per gli interessi, e che manterranno lo stock su livelli più o meno costanti. Questo è tanto più vero quando l’aumento del debito è di proporzioni tali da rendere impensabile il ricorso ad austerità e avanzi primari per ridurlo (anche se temo che qualche economista tedesco lo chiederà a gran voce). Molti usano, un po’ a sproposito a dire il vero, la metafora della “guerra” contro il virus. Bene, è il caso di rimarcare che dopo la seconda guerra mondiale il debito non è stato “ripagato”, ma solo progressivamente riportato a livelli “normali”, da una combinazione di crescita e inflazione (sono istruttivi ad esempio il caso inglese e quello americano). Occorre quindi interrogarsi su come garantire che gli Stati saranno in grado di rifinanziare un debito che sarà aumentato probabilmente di 20 o 30 punti di Pil. Sarà cruciale che i tassi d’interesse rimangano bassi (cosa che secondo molti dovrebbe verificarsi, vista l’abbondanza di risparmio a livello globale).

Nella zona euro, poi, occorrerà correggere alcune storture che rendono i Paesi membri vulnerabili alla speculazione. Occorrerà in primo luogo rivedere le norme europee che proibiscono alla Bce di ergersi a prestatore di ultima istanza dei governi. La Fed americana, la Bank of Japan o la Bank of England ci mostrano come lo scudo della Banca centrale sia fondamentale per rendere il debito pubblico sicuro, quindi appetibile, quindi a buon mercato. Occorrerà trovare un modo di consentire alla Bce di intervenire sui mercati in modo meno barocco di come, a causa dei vincoli posti dai trattati, ha dovuto fare fino ad ora (grazie all’abilità e all’audacia di Draghi). Il sacrosanto bisogno di evitare il comportamento opportunistico di governi irresponsabili non può essere soddisfatto rendendo tutti vulnerabili alla speculazione, e quindi incapaci di usare la politica di bilancio come qualunque altro governo.

Inoltre, la pressione dei mercati sui singoli Stati, e anche la loro possibilità di agire opportunisticamente, sarebbe di molto ridotta se la zona euro si dotasse di una capacità di bilancio propria, e della capacità di emettere debito. Il tema degli Eurobonds era finito nel dimenticatoio, affossato dall’ostilità di molti paesi tra cui la Germania; ma la crisi del coronavirus lo ha riportato prepotentemente d’attualità, al punto che nove governi (tra cui Francia, Spagna e Italia) ieri hanno richiesto a gran voce la creazione di Coronabonds.  Sembra evidente che quando parla di reazione comune ad uno shock che colpisce tutti e per colpa di nessuno, l’editoriale di Draghi sia un velato endorsement di questa proposta.


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