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Le novita’ possibili

Creato il 31 gennaio 2017 da Conflittiestrategie

Il 20 gennaio si è finalmente insediato il nuovo presidente Usa. Non mi soffermerò troppo sul discorso tenuto da Trump nell’occasione. E nemmeno insisterò più che tanto sulla manifestazione delle donne anti-trumpiane. Rilevo solo la novità di quanto accaduto dall’elezione presidenziale fino al giorno dell’ufficiale entrata in funzione del neopresidente. Non credo si sia mai visto il presidente uscente, e ormai privo dell’autorità dovuta, compiere una continua serie di operazioni per cercare di mettere poi in difficoltà il vero presidente nei prossimi quattro anni. Nemmeno si è mai avuto, di risposta, un discorso d’insediamento di quest’ultimo tanto netto nei confronti di buona parte dei precedenti presidenti; e senza tanto riguardo al fatto che fossero repubblicani o democratici. Anche le manifestazioni organizzate per sottolineare che non ci si sente rappresentati dal nuovo presidente, credo non siano solite nella recita americana della “più alta forma di democrazia” mai avutasi nella storia. Di solito si agisce semmai dietro le quinte; qualche presidente poi si ammazza o si mette in impeachment o qualcosa del genere, ma dopo un po’ di tempo durante il quale si finge di ingoiare il boccone indigesto.

In ogni modo, lasciamo perdere. Anche perché il sottoscritto – che pure è pronto ad ammirare molte delle novità apportate dagli Stati Uniti nella loro in fondo breve storia: dalla letteratura al cinema alla musica detta leggera, ecc. – ha sempre sorriso di fronte alla stupidità dei nostri liberali, tutti in adorazione della sedicente democrazia di quel paese. Istituzioni politiche corrotte come mai in nessun altro paese, connubio stretto tra politica e gangsterismo, spregiudicatezza massima nell’aggredire e massacrare altri popoli, nell’ordire congiure per rovesciare forme politiche di governo non gradite e non subalterne, ecc. Nello stesso tempo con la capacità, e questo è ammirevole certo, di lasciar rivelare tutte le porcherie combinate dai propri governanti, che poi comunque hanno continuato imperterriti a operare in modo delinquenziale secondo le forme denunciate appena prima da stampa e cinema. D’altra parte, questa capacità di accettare rivelazioni sconcertanti, continuando poi a commettere gli stessi misfatti, è stata favorita proprio dalla breve storia di questa nazione, dal fatto di essere un coacervo di culture e tradizioni diverse, dall’enorme potenza conquistata e infine prevalsa nel corso del XX secolo, processo che ha realizzato gli interessi e il benessere di una discreta parte della popolazione. Questa parte, in genere decisiva per la recita “democratica”, si è quindi riconosciuta in tutto quello che fanno i governanti e crede ad una simile democrazia del tutto primitiva e legata a forme criminali. Gravissimo semmai il fatto che vi abbiano creduto élite e popolazioni europee, accettando la vergognosa subordinazione subita da settant’anni a questa parte.

Lasciamo correre anche queste tristi vicende, che andranno comunque riconsiderate quando avremo a disposizione nuovi storici non sdraiati in ammirazione della parte barbara della mentalità americana; e soprattutto quando ci saremo liberati, con metodi non certo indolori, di ceti politici e intellettuali (e anche economici per l’essenziale) debosciati nel loro stendersi ai piedi degli Stati Uniti per godere delle briciole della loro ricchezza e potere. Il problema che dovremo valutare invece – ma bisognerà attendere un qualche po’ in merito a tale questione – è se quanto di “nuovo” accaduto negli Stati Uniti in questa elezione potrà avere esiti positivi per un mutamento dell’andamento ormai sempre più degradato della politica nella nostra area detta “occidentale”. Francamente, non mi aspetterei grande rigenerazione dello “spirito americano”, tanto meno una vera attenzione ai bisogni del “popolo”, cui Trump ha fatto ampio riferimento con un discorso assai ricco di retorica; del tutto normale, per carità, in discorsi del genere. I finti “democratici”, battuti nelle loro speranze che vincesse le elezioni la vecchia criminalità ormai ben nota, si sono messi a gridare al “populismo” del neopresidente. Si sono dimostrati in perfetta malafede poiché ancora più retorico e imbroglione è stato Obama (premio Nobel per la pace), che ne ha raccontate di tutti i colori; del resto, in perfetta sintonia con tutti i precedenti presidenti americani, alcuni (ma ormai tanto tempo fa) senz’altro dotati di un maggiore spessore, e tuttavia normalmente mentitori (nella loro retorica) come sempre quando si assurge alla massima carica delle istituzioni governative di un qualsiasi paese.

Un individuo dotato di buon senso, e anche di senso dell’umorismo, non potrà che ridere di fronte ai discorsi del “capo” di qualunque paese e in ogni tempo; e sia che questo “capo” sia considerato “dittatore” oppure eletto “democraticamente”. E’ più o meno la stessa cosa per quanto riguarda chi comanda: se una ristretta élite o, secondo la menzogna democratica, il “popolo”. Anzi, proprio nelle sedicenti dittature, a volte c’è un entusiasmo e una partecipazione emotiva di gran parte della popolazione (mai tutta, ovviamente) assolutamente inesistenti in coloro che vanno a votare per questo o quello senza nemmeno capire quante bugie sono state raccontate. Di conseguenza, è semplice imbroglio il sostenere che la kermesse elettorale sarebbe sempre da preferire ad una forte leadership che forza date situazioni a suo favore. Capita spesso che siano più positive le cosiddette “dittature”, supportate dal seguito e dalla devozione della parte più attiva del “popolo”, capace in tal caso di grandi spinte in avanti. I regimi detti “populisti” (o definiti con termini ulteriormente peggiorativi) hanno più volte lanciato forme di partecipazione sociale decisamente innovative e tali da suscitare quelle energie, che mai erano state messe in luce dai “rilassati” (nel senso di demotivati e disattenti) elettori nelle sedicenti “democrazie”.

Qualcuno, pensando di affermare qualcosa di ineccepibile, ha sostenuto che la “democrazia” (nulla del genere, lo ribadisco, solo una stanca chiamata alle urne) è il meno peggiore dei regimi possibili per il governo di una data società. Non è affatto una regola generale. Spesso è il violento entusiasmo di una parte soltanto della popolazione, ben guidata da capi decisi e capaci di suscitare quell’entusiasmo, a poter creare una vera svolta nella stanca storia di una società in netto declino. Spesso è stato così e credo che, nella fase storica attuale, lo sarà anche per la disfatta Europa degli ultimi decenni. O entrerà in decadenza secolare o ritroverà slanci di grande intensità senza tanti inganni detti “democratici”; e con “supremi capi” in grado di fare giustizia sommaria dei meschini saltimbanchi che la stanno attualmente deprimendo sempre più. Basta con questo grigiore; un nuova fiammata divampi in Europa. Purtroppo non credo di avere il tempo per vederla, ma la auguro ai miei amici più giovani. Sarà necessaria molta “fatica” per battere gli ottusi seguaci di quei mediocri posti al vertice sia della UE che di inetti governi nei suoi singoli paesi. Si tratta dei successori dei cosiddetti “padri dell’Europa”, che ormai sappiamo bene essere stati lautamente pagati dagli Stati Uniti per porla ai loro piedi. Non si sono potuti punire quelli che ci hanno svenduto; che almeno paghino i loro successori.

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Torniamo ai nostri ancora deprimenti giorni. Ci sarà una qualche svolta con gli ultimi eventi verificatisi: dalla “brexit” all’elezione di Trump? In sé e per sé non credo che simili eventi possano imprimere la più che augurabile svolta. Dopo il crollo dell’Urss e, in definitiva, della prospettiva indicata erroneamente come “socialista”, gli Stati Uniti si sono riaffermati momentaneamente quale potenza centrale e tutto sommato unica. Tuttavia, soprattutto dall’inizio del nuovo secolo, è venuta in evidenza l’impossibilità di tale paese di diventare l’effettivo centro del mondo, ormai giunto a un notevole grado di complessità. Un tempo si poteva parlare dei “tre mondi”. Sparito il “socialismo”, diciamo che per un decennio la situazione è sembrata indirizzarsi verso il predominio di un solo polo; poi, invece, si è fatto chiaro che tutto ciò non era realistico, anzi i “tre mondi” sono semmai aumentati di numero. E anche le differenze di potenzialità tra i vari “mondi” si alterano, senza però che si scorga una direzione univoca dei vari fenomeni avviati – sembra ormai pressoché sicuro – verso il multipolarismo.

In tale situazione, ormai caratterizzata dall’incertezza, i centri strategici statunitensi hanno via via applicato almeno due strategie (e forse più), l’ultima delle quali, quella “obamiana” (le si assegna sempre un nome di persona anche se ciò induce spesso in errore), era definibile con il termine “caos”. E’ stata ora considerata fallimentare. Continuo ad aver dubbi su tale conclusione, ma in ogni caso è evidente che se ne sta cercando una diversa. Malgrado la velocità e apparente fermezza con cui Trump ha proceduto ad alcune decisioni in pochi giorni, attenderei prima di lanciarmi in previsioni di qualche attendibilità. Cosa si può dire per il momento e, lo ricordo, in via di ipotesi e supposizioni più o meno attendibili?

Sembra che gli Stati Uniti intendano adesso lasciar perdere l’apertura all’islamismo “radicale”, che hanno di fatto appoggiato e finanziato. Forse sono persino responsabili (almeno “oggettivamente”) di determinati atti terroristici, assai utili a spaventare i popoli europei piuttosto impreparati, facendo sì che avessero un qualche successo determinate organizzazioni politiche del tutto favorevoli a quell’accoglimento indiscriminato di profughi (o come altro si vogliano chiamare), molto utile per il futuro al predominio dei peggiori servi degli Usa (quelli della precedente strategia). Quanto ho appena affermato potrebbe sembrare in realtà errato, poiché il terrorismo dovrebbe anzi determinare un odio verso queste migrazioni e quindi danneggiare coloro che sono ad esse favorevoli. L’apparenza credo inganni. Si tende a polarizzare l’attenzione, e dunque lo scontro, sul tema: accogliere o respingere i “profughi”? Certamente, chi si batte contro l’accoglimento indiscriminato lotta anche contro le “sinistre” accoglienti. Tuttavia, rischia di stringere ancora di più le centinaia di migliaia di nuovi arrivati attorno ad esse, che faranno del loro atteggiamento solo la mossa iniziale per reclutarli a difesa di un predominio sempre più netto, perfino in presenza di determinati slittamenti elettorali verso forze anti-sinistra. Bisogna quindi concentrare il fuoco sulle “sinistre”, sollevare l’odio nei loro confronti (e verso chi osa esserne complice, in un qualsiasi modo lo faccia, magari per il “bene della nazione” come afferma talvolta il “nano d’Arcore”). Occorre colpire a fondo i punti d’appoggio – anche economico-finanziari oltre che quelli, ormai intollerabili, del ceto intellettuale – di questa “sinistra”. E’ urgente una campagna martellante che ne metta in luce tutta l’immondizia da essa raccolta.

Forse in quest’opera di smascheramento saremo aiutati di fatto dai centri strategici trumpiani. Essi sono infatti preoccupati degli esiti della precedente strategia, che mirava ad assicurare un predominio sui paesi europei mediante creazione di timori e caos sociale, cercando inoltre di allontanarli da ogni prospettiva di migliori rapporti con la Russia tramite l’imposizione di applicare a tale paese le stesse sanzioni statunitensi di natura economica. Con ciò si sono danneggiati soprattutto i paesi europei, favorendo la crescita di forze politiche (di “destra”) che hanno mostrato benevolenza nei confronti dei russi. Il risultato della strategia obamiana è apparso alla nuova presidenza particolarmente negativo soprattutto in Medioriente. Alla fine, perfino le due subpotenze nemiche (Iran e Turchia, una sciita e l’altra sunnita) hanno ammorbidito almeno temporaneamente i loro contrasti e si sono avvicinate alla Russia. Mentre si sono inveleniti i rapporti con Israele, fino ad allora alleato sicuro e testa di ponte Usa in quell’area. A questo punto, sembra che si sia presa nettamente la decisione di buttare a mare il “terrorismo” islamico, di riavvicinarsi allo Stato ebraico e di divenire relativamente bonari verso i russi, accettando chiari compromessi in Siria (per il momento Assad può tirare un sospiro di sollievo, anche se immagino che non allenti l’allerta). Si sono così messe in confusione e quasi disperazione le forze finora dirigenti in gran parte dei paesi europei, che seguivano pedissequamente le “fobie” anti-russe della precedente strategia americana e ormai contavano di cavalcare l’immigrazione a loro favore per pestare sulle opposizioni.

Nessun timore invece per Trump. Per sua fortuna c’è stata infatti la “brexit” e adesso egli può puntare forte pure sull’Inghilterra, che avrà modo di far vedere sorci verdi alla UE. Non verranno allentati in fondo certi sostanziali legami inglesi con questa, ma si avranno mani più libere per agire da veri alfieri degli Usa nel loro nuovo modo di trattare i servi europei. Si è già visto un vero fedele agente Usa come Draghi cominciare a dire che l’euro non è un dogma intoccabile per fede. Ci divertiremo (si fa per dire) a seguire il comportamento di questi sciatti sguatteri. Certi settori di “sinistra” saranno messi in difficoltà, ma anche determinate forze politiche, che più decisamente cominciavano a guardare verso la Russia, saranno indebolite; e proprio se Trump farà veramente il “bonario” con tale paese. In ogni caso, se la nuova strategia americana riuscirà ad andare avanti, è ovvio che si creeranno scompensi e squilibri nelle varie forze politiche europee. Si aprono quindi possibilità per gli organismi sovranisti (o autonomisti, ecc.), ma bisognerà navigare tra molti equivoci, tra intricati avvolgimenti di “verità” spesso contrapposte e via dicendo. L’unico punto fermo deve essere l’attacco duro e senza remissione alle istituzioni e organizzazioni politiche europee, che da anni e anni sono scialbe e appiattite sugli ordini statunitensi; è pure indispensabile erodere tutti i loro punti di appoggio nei settori economici e nei centri di irradiazione di una cultura da debosciati, che sta distruggendo lo stesso buon senso della popolazione. Se Trump sarà deciso (se potrà esserlo sul serio), bisogna approfittare della situazione per colpire a fondo l’insieme del servitorame europeo.

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Per quanto riguarda la svolta rappresentata da una buona disponibilità verso la Russia e una più accentuata ostilità nei confronti della Cina, ho notato che anche altri commentatori attenti hanno avuto la mia stessa sensazione: la precedente politica anti-russa, condita con sanzioni che i servili ceti governativi europei hanno seguito andando contro i propri interessi, stava creando condizioni di obbligatoria alleanza tra Russia e Cina. L’attuale capovolgimento di posizioni tranquillizza, almeno temporaneamente, i russi e dovrebbe spingerli alla loro tradizionale scarsa fiducia nei confronti dei cinesi, che furono loro avversari perfino quando erano entrambi ufficialmente paesi “socialisti”. I dirigenti cinesi mi sembrano manifestare qualche preoccupazione; e non a caso continuano a dichiararsi favorevoli alla cooperazione con il grande paese vicino.

Interessante notare che il nuovo atteggiamento americano nei confronti della Russia ha messo in subbuglio i servitori europei, senza troppo favorire quelle forze a loro opposte che dichiarano di voler attuare una politica amichevole verso i russi. All’apparenza, l’atteggiamento trumpiano favorisce le opposizioni all’establishment della UE e dei suoi governi; in realtà, esse potranno contare meno sul loro diverso atteggiamento verso la Russia, un po’ meno interessata ai rapporti con l’Europa, almeno a quelli politici, fin quando continuerà la distensione con gli Stati Uniti. E’ indispensabile che le forze contrarie alla UE, e ai governi a questa sottomessi, rilancino con più forza e novità politiche veramente indipendentistiche e di rinascita; e questo soprattutto in alcuni paesi europei che hanno conosciuto in passato una notevole potenza, da recuperare se non altro parzialmente, ma in buon misura.

Meno chiara al momento la strategia americana di riavvicinamento ad Israele e il riaccendersi dell’ostilità nei confronti dell’Iran. Dubito che si possa tornare del tutto al passato, tanto più che se veramente si vuol finirla con l’islamismo tipo Isis (e simili) sembra contraddittorio inimicarsi proprio gli sciiti iraniani. Tuttavia, si dà meno importanza alla questione religiosa e maggiore alla crescita dell’influenza politica di questo o quel paese, in specie in aree che sono di difficile controllabilità da parte degli Usa. Forse si vuol tornare ad avere Israele come importante asse di stabilità della zona, cercando inoltre di allontanare nuovamente fra loro due subpotenze quali sono la Turchia e, appunto, l’Iran. La precedente strategia aveva portato negli ultimi tempi ad un riavvicinamento tra le due, certamente accettato “obtorto collo” da entrambe. E con le due aveva stabilito rapporti “amichevoli” (anche questi tutt’altro che assai sentiti, soprattutto dai turchi) la Russia; ricordiamoci del recente incontro a tre. Tutto da sondare e seguire attentamente nei prossimi tempi.

Per concludere, debbo rilevare che si stanno diffondendo strane idee in merito all’indubbia svolta rappresentata dall’elezione presidenziale americana. Da una parte si sostiene una rinascita pericolosa del cosiddetto “populismo” in “occidente”. Del tutto banale la denominazione dell’avvento, nella prima metà del secolo XX, di fascismo e nazismo, da una parte, e del sovietismo, dall’altra. Siamo ancora in attesa di una più puntuale e finalmente meditata riflessione e valutazione di quei rivolgimenti, che erano di fatto risposte diverse – e in paesi a differente sviluppo industriale – alla fine della prima fase di ascesa della formazione sociale detta capitalistica, che era stata realizzata da quella “classe” definita borghese, in realtà già in piena crisi a cavallo tra ‘800 e ‘900 in seguito al declino della potenza inglese (il primo paese capitalistico sviluppatosi nel mondo). Lasciamo per il momento perdere la questione, solo sottolineando come certi storici insistano in definizioni, che ormai sono obsolete e non aiutano per nulla a comprendere infine il carattere dei sommovimenti sociali di quel periodo.

Egualmente errata mi sembra l’interpretazione della nuova strategia americana che si sta profilando. Si sostiene che l’intenzione di Trump sia di tornare ad un antico amore, l’isolazionismo. Bisognerebbe anche studiare il vecchio isolazionismo per capire se veramente era tale; ne ho molti dubbi, ma sorvoliamo. Prendiamo in considerazione, come esempio della tendenza messa in luce da Trump, la decisione di far saltare il trattato transpacifico dopo che di fatto, soprattutto per ostilità tedesca, era stato abbandonato quello transatlantico, pur esso desiderato dalla precedente Amministrazione Obama. La misura di Trump è stata presa come contraddittoria rispetto alla nuova ostilità manifestata verso i cinesi, perché l’eliminazione di TTP favorirebbe questi ultimi nel commercio soprattutto verso l’area asiatica. Non si capisce allora come mai il presidente cinese al recente Forum di Davos abbia, un po’ comicamente in verità, inneggiato alla globalizzazione (che in buona parte era fantasia degli economisti liberisti) e ritenga quindi un “errore” la scelta antiglobalista del neopresidente. In genere, si definiscono errori le decisioni altrui che vanno contro i propri interessi.

La Cina non faceva comunque parte di quel trattato che prevedeva la liberalizzazione degli scambi commerciali in una vasta area asiatica. Prima di decidere che cosa è veramente favorevole o dannoso per la Cina, attenderei che si metta veramente in moto – ammesso che effettivamente lo sia – la nuova strategia che dovrebbe essere svolta durante il prossimo quadriennio. Del resto, anche certe decisioni prese dal neo presidente lasciano perplessi; non perché personalmente sia indignato o entusiasta d’esse. M’interessano invece del tutto oggettivamente e freddamente quali sintomi di possibili svolte, che andranno allora adeguatamente analizzate e capite nelle loro finalità e negli effettivi risultati raggiunti. Alcune mosse potrebbero sembrare tese ad esasperare e a far gettare ancor più la maschera ai centri di potere (non solo democratici ma pure repubblicani), che si sono rappresentati nelle passate presidenze (almeno da Bush padre in poi) con i loro fan “radical chic” o “politicamente corretti” (e corrotti), in modo da sollevare infine contro di loro la cosiddetta “America profonda”. Ma sarà proprio così? Non credo sia al momento realistica una risposta; l’unica cosa di cui sono convinto è che sia un grave errore farsi trascinare all’appoggio sviscerato a Trump dal fatto che indubbiamente, almeno per me e chi la pensa come me, quelli che definisco semicolti sono il peggio (per stupidità, amoralità, assenza di qualsiasi senso d’umanità quale carattere reale di ciò che si definisce “buonismo”) di quanto si sia mai visto fin qui nella storia.

Insomma, alla fin fine, debbo concludere questo un po’ lungo intervento lasciando aperti molti punti interrogativi e puntualizzando ipotesi del tutto incerte. Mi sembra d’altronde che s’imponga oggi il massimo realismo possibile. Secondo me, comunque, una nuova fase si va aprendo.


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