Le nuvole di Aristofane, rappresentate di recente dalla compagnia Castalia, incarnano l’evanescente abilità dialettica delle correnti sofistiche, che potrebbero simboleggiare il potere mistificatorio dei falsi miti di oggi
Si é conclusa il 16 marzo, al Teatro Arcobaleno di Roma, la commedia Le nuvole di Aristofane, con la regia di Vincenzo Zingaro, ovvero il fondatore della Compagnia Castalia, che valorizza l’ eredità del teatro classico antico nella cultura europea contemporanea. Le regie di Vincenzo Zingaro sono anche oggetto di studi e convegni presso l’università di Roma ‘La Sapienza‘ e altri atenei europei, come ad esempio l’università di Helsinki e di Berlino. Questo allestimento di Le nuvole mantiene pienamente lo spirito della commedia attica antica, anche per via dello scomodo e faticoso uso delle maschere.
Aristofane fu il massimo rappresentante della commedia attica antica, che si affermò nel V secolo avanti Cristo. Il termine commedia deriva da komos, che era il corteo delle falloforie (processioni festose in onore del dio Dionisio). Con il termine komos si indicava anche la baldoria che scaturiva dal simposio, un convegno in cui le conversazioni erano accompagnate da libagioni, canti, musica, poesia, danza e comportamenti lascivi. La parola komos, implicando quindi un qualcosa di gioioso ed allegro, si collegava al lieto fine della commedia. Gli attori erano invece ispirati alla farsa fliacica, un rudimentale genere teatrale codificato da Rintone di Taranto come ‘ilarotragico‘, che si sviluppò fra il IV e il III sec. a. C. I fliaci erano gli attori o i mimi, che recitavano con maschere grottesche e anche oscene.
Aristofane, nelle sue commedie, invita al rispetto per quelle classi più disagiate, come il mondo rurale, che subirono pesantemente le conseguenze economiche della guerra. Per questa ragione, i suoi protagonisti sono personaggi tanto intraprendenti quanto incolti. Nella commedia I cavalieri del 424 a.C., ad esempio, il tiranno Cleonte verrà screditato da un salsicciaio, che riuscirà a disincantare il popolo. Emblematico anche il contadino Trigeo, che disseppellirà la pace su uno scarabeo alato. Anche le donne diventano protagoniste in Aristofane, seppur in un modo assai diverso rispetto ai tragici Euripide ed Eschilo. Se Lisistrata organizza uno ‘sciopero sessuale‘ per il bene della comunità, Prassagora si intrufola vestita da uomo in assemblea, e fa approvare una legge che prevede l’ingresso delle donne in parlamento.
Con il passaggio dalla commedia attica antica a quella nuova di Menandro la satira politica scompare, e il pubblico diviene soprattutto borghese, quindi quell’idea del personaggio di umile estrazione che si mette al centro della vicenda e risolve le situazioni non è più cosi’ ben accetta. Il coro (che in Aristofane era spesso costituito da figure animali, come ad esempio le rane o le vespe) perde la sua funzione centrale e i personaggi diventano ‘tipi fissi‘. Menandro diverrà a sua volta fonte della commedia latina di Plauto e di Terenzio (il primo più puramente comico, e il secondo più ‘introspettivo‘), che riprenderanno dalla commedia greca vari motivi, come ad esempio quello dell’agnizione di personaggi dalle origini ignote, che verranno riconosciuti grazie ai crepundia, ovvero oggettini (come ad esempio collanine con sonagli) che venivano apposti al neonato sia per proteggerlo (come amuleti) che per identificarlo in caso di smarrimento.
I sofisti (sapienti), che divengono il principale bersaglio della commedia aristofanea, erano quei filosofi che nel V e IV sec a.C. resero l’insegnamento della loro disciplina una professione, poiché le lezioni venivano impartite a pagamento, e non più elargite in maniera disinteressata. Il sapiente, di conseguenza, ragionava non per perseguire la verità in quanto tale, ma solo per far prevalere la tesi del suo remunerativo committente. La ‘tecnica‘ dialettica dei sofisti era l’eristica, in base alla quale si dimostrava una tesi e anche il suo contrario, finché vinceva colui che, avvalendosi dell’arte della retorica (che in realtà era uno strumento tecnico codificato) era più abile a sostenere sua teoria. Fra i sofisti si annoverano Protagora (491 a.C.?) secondo cui l’uomo è ‘misura di tutte le cose‘ (e quindi solo ciò che è percepibile a livello sensoriale può esistere) nonché il siciliano Gorgia (485-377 a.C.), che divenne famoso per la ‘difesa di Elena‘, ritenuta da lui innocente poiché persuasa da Paride, ovvero vittima del grande potere della parola, a cui non si può far fronte con la sola razionalità.
Probabilmente il filosofo divenne oggetto di comicità anche a causa del suo aspetto fisico, poiché Platone, senza nulla togliere alla sua morigerata bontà d’animo, lo descrisse brutto come un satiro, e anche vittima delle angherie della moglie Santippe, donna acida e scorbutica. La principale preoccupazione di Socrate era il sistema politico, a suo parere composto da uomini soltanto presuntuosi, e in preda a contraddizioni, poiché incapaci di ammettere i propri limiti. Per Socrate, infatti, la vera sapienza consisteva, paradossalmente, nell’abbracciare la propria incapacità di venire a capo con le aporie, ovvero con quelle strade senza uscita del pensiero, in base alle quali due verità si contraddicevano fra di loro. Il motto ‘conosci te stesso‘ era quindi un invito a non dimenticare la propria circoscritta condizione umana. Socrate parlava anche di un genio (daimon) che si pone a metà fra gli dei e l’uomo, e che induce verso le scelte giuste sul piano morale. Fu forse per questo che si vociferava che Socrate volesse introdurre nuovi dei accanto a quelli tradizionali.
Era poi considerato un pernicioso maestro anche perché aveva avuto come discepolo Alcibiade, che era passato dalla parte degli spartani e quindi era considerato un traditore. Anche Crizia, che era stato a capo dei trenta tiranni prima che si instaurasse un regime democratico nel 403 a .C., era stato un suo allievo. Socrate, che Aristofane descrive come un simpatizzante dei sofisti, in realtà volle difendersi senza il loro aiuto, ovvero senza arzigogoli dialettici e anche senza portare i propri figli in tribunale, come era usanza dell’epoca. Il filosofo rifiutò l’esilio poiché era consapevole del fatto che cambiare città non gli avrebbe comunque impedito di continuare a insegnare, e quindi, dimostrando assai più coerenza dei suoi stessi giudici, scelse la condanna a morte.
Aristofane erge le nuvole a simbolo di certi fenomeni passeggeri che influenzano le masse col loro potere mistificatorio. Le nuvole del V secolo a. C. potrebbero quindi diventare quelle dei falsi miti di oggi, nonché di una demagogia politica che sussiste da millenni. Le nuvole di oggi sono quei potenti che si impongono attraverso la manipolazione mediatica, che distraggono dai problemi reali giocando sul puro gusto del gossip, che prevalgono con una tanto vuota quanto plateale arroganza, che temono gli elettori consapevoli, che rifuggono da ogni forma di spessore ideologico ed intellettuale. Le nuvole di oggi sono gli avvocati mercenari, che difendono l’ indifendibile, oppure sono l’inconsistenza di un pensiero che riscrive, a seconda della convenienza, intere pagine di verità documentata. Le nuvole di oggi sono le veline ed i prodotti dei talent-show, sono i plastici che servono a ricostruire i delitti nel salotto di Bruno Vespa, e anche i medici, gli psicologi e perfino i sacerdoti che si fanno belli nei talk-show. Le nuvole di oggi sono le disfatte anime che tornano dall’ ‘Isola dei famosi‘ o che escono dalla casa più spiata d’Italia. Sono quei tronisti che emulano il dio Costantino uscito dalle mani di Maria de Filippi, e che diventa perfino più credibile dell’imperatore della storia.
Non ho ricette salvifiche, non pretendo di fermare la tecnologia, ma non credo nemmeno che debba essere mitizzata in modo acritico. Spero che i genitori diventino più responsabili, che evitino di sostituire la balia con il televisore. Spero in una scuola capace di salvare la lettura e di contrastare il post-pensiero, invece di riempire le aule di televisioni e di computer. E spero in giornali migliori. E poi, anche se la mia fosse una battaglia perduta in partenza, non importa. (Giovanni Sartori, Homo videns, cit.da Corriere della Sera, art. di Aldo Grasso e Riccardo Chiaberghe, 24 ottobre 1997).