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Le ragazze di Piazza di Spagna (1952)

Creato il 24 maggio 2020 da Af68 @AntonioFalcone1
Le ragazze di Piazza di Spagna (1952)(Fotogrammi di carta)

Roma, anni ’50. Un distinto professore (Giorgio Bassani), nel vedersi consegnare un pacchetto “portato dalla signorina Marisa che è venuta con il suo fidanzato”, come gli riferisce prontamente il portiere, va con la mente a qualche mese addietro, quando gli venne affidato un lavoro di ricerca alla Biblioteca della Casina Rossa, che fu dimora del poeta inglese John Keats, nelle vicinanze di Piazza di Spagna. Eccolo ricordare la citata Marisa (Lucia Bosè), abitante alla Garbatella ed ulteriore componente di una famiglia numerosa, le sue inseparabili amiche Elena (Cosetta Greco), che vive in zona Monteverde con la madre vedova (Leda Gloria) e Lucia (Liliana Bonfatti), residente alle Capannelle, dove il padre lavora come stalliere all’ippodromo.
Sedute sulla scalinata nei giorni di sole, puntuali alle 13.05 consumavano il pranzo, mentre alle 19.00 dinnanzi all’ingresso della sartoria dove lavoravano vi erano i rispettivi fidanzati ad attenderle. Augusto (Renato Salvatori), operaio, per Marisa, Alberto (Mario Silvani), ragioniere impiegato in un ufficio, per Elena, mentre Lucia, piccola di statura, ha sempre attorno diversi pretendenti, tutti piuttosto alti,  contrariamente al fantino che l’ama, a quanto pare non corrisposto. Di ognuna, insieme a quelle persone che vi gravitano intorno, veniamo dunque  a conoscere, attraverso la narrazione del professore, i vari accadimenti esistenziali che ne andranno a mutare le condizioni di vita da un momento all’altro, per esempio la scelta di Marisa  da parte delle titolari della sartoria come mannequin per i loro abiti, una possibile carriera che troverà però ostacolo nei retrivi pregiudizi del padre e di Augusto, o la profonda delusione provata da Elena che la spingerà a tentare il suicidio, una volta resasi conto quanto l’interesse di Alberto nei suoi confronti più che dal sentimento sia motivato dalla possibilità di sistemarsi nella sua pur modesta abitazione …

Le ragazze di Piazza di Spagna (1952)Lucia Bosè, Liliana Bonfatti,Cosetta Greco

Sceneggiato da Sergio Amidei, con la collaborazione di Fausto Tozzi e Karin Valde, per la regia di Luciano Emmer, Le ragazze di Piazza di Spagna nella sua cornice di racconto leggero e “sanamente” popolare, ulteriormente circoscritto da un profuso sentimentalismo, delinea con acume un attento ritratto di costume dell’Italia d’inizio anni ’50, concentrandosi in particolare sui personaggi femminili e la loro psicologia.
Un paese, rappresentato dalla varia umanità brulicante fra le mura delle Capitale, visualizzato nelle sue vivide contraddizioni, sospeso fra antichi retaggi e propensione a qualcosa di nuovo, conservando comunque determinati valori morali. L’intento, nelle stesse parole di Emmer, raffinato cantore della semplicità, è volto “non a cercare un fatto straordinario per mettere in luce l’umanità di certi personaggi: essi mi interessano, al contrario, nella loro vita quotidiana, con tutto quello di triste e di lieto, di banale o di terribile, può accadervi” (Fernaldo Di Giammatteo, Dizionario del cinema italiano, 1995, Editori Riuniti). Conformemente alla sua formazione in qualità di documentarista, Emmer punta dunque all’essenzialità della narrazione, assecondandone il fluire con estrema naturalezza: i movimenti della macchina da presa appaiono “morbidi”, per lo più impercettibili come notato da molti; personalmente li definirei pudichi nell’avvicinarsi ai personaggi, al loro modo d’essere, alle reazioni comportamentali nell’ambito di determinati avvenimenti, andando gradualmente a circoscrivere le storie ed assecondandone la propensione ad intrecciarsi all’interno di un percorso che vedrà accomunarsi, sotteso fil rouge, attese, bisogni, sentimenti.

Le ragazze di Piazza di Spagna (1952)
Bosè,Bonfatti, Greco e Giorgio Bassani (YouTube)

Gli accadimenti di cui sopra potranno quindi anche risultare inattesi e potenzialmente idonei a determinare un repentino mutamento della consueta routine costituita dalla quotidianità lavorativa, festicciole serali improvvisate nel cortile del palazzo, pranzi ed uscite domenicali, scalcinate manifestazioni sportive: l’avvio alla carriera d’indossatrice da parte di Marisa, cui Lucia Bosè conferisce una forte e realistica impronta emancipatrice e di autodeterminazione, anche in virtù del sostegno materno, una donna (Ave Ninchi, splendida nella sua spontaneità) vera colonna portante della famiglia lontano dalla funzione nominale propria, retaggio tradizionale, del maschilista consorte (una zoc**ola diventerà, è il suo greve commento in risposta alla moglie che gli prospetta un nuovo avvenire per la figlia). Quest’ultimo cercherà di avere dalla sua parte almeno il genero, il quale infine sembrerà quantomeno, se non comprendere, accettare la situazione (la bella sequenza in cui osserva non visto, con sguardo stupito e rassegnato al contempo, le prove della sfilata); i turbinii sentimentali in cui si troverà coinvolta Elena, fino all’amara scoperta della grettezza morale di Alberto e l’inaspettato giungere di un amore finalmente sincero, il taxista di buon cuore Marcello (M. Mastroianni, doppiato da Nino Manfredi), ma anche quelli, rivestiti di una compiuta maturità, che andranno ad interessare la madre della ragazza e il ferroviere Vittorio (Eduardo De Filippo, che offre al personaggio un partecipe sentore di malinconica rassegnazione).

Le ragazze di Piazza di Spagna (1952)
Fotografia di scena da “Le ragazze di Piazza di Spagna” di Luciano Emmer (1952).
Fotografia diOsvaldo Civirani. 
Archivio Fotografico della Cineteca Nazionale – Centro Sperimentale di Cinematografia. Fondo Civirani

Al di là della consueta e sbrigativa classificazione della critica del tempo quale ennesima manifestazione del cosiddetto Realismo rosa, definizione in cui venivano inclusi quei film in cui le problematiche sociali costituivano lo sfondo per i dominanti triboli amorosi, Le ragazze di Piazza di Spagna nella sua calviniana levità riesce a rimarcare, riprendendo quanto su scritto, un efficace ritratto del nostro paese, reduce da un passato doloroso e con un avvenire incerto, dove la povertà bussa ancora alla porta (il riferimento, quasi casuale, di Elena alla mancanza dei servizi igienici in casa) e si prospetta una possibile confluenza fra le classi propriamente popolari e la media borghesia, alternando pessimismo dal sentore fatalista ed ottimistica speranza, sempre puntando all’immediato, ovvero al soddisfacimento primario dei bisogni essenziali. Quindi la bonarietà soffusa, la delicata ironia, lo sguardo forse indulgente profuso da sceneggiatori e regista non devono far dimenticare la ferma capacità di rappresentare “la banalità del quotidiano” facendo emergere la complessità ed ambiguità dell’ordinarietà esistenziale, le sue problematiche così come considerate e vissute dalla gente comune, intenta, ogni giorno che Dio manda in Terra, a perpetrare  la personale battaglia per conferire un qualche significato nel recitare la propria parte sul comune palcoscenico (Shakespeare). Un film, andando a concludere, emozionalmente semplice, volto a porre in scena un coinvolgente racconto di formazione al femminile, sfruttando un fluire narrativo coralmente ininterrotto, minuta osservazione di un mondo in via di concreta evoluzione.
Nel 1998 venne girato un remake televisivo per la regia di José Maria Sanchez, una mini serie andata in onda per tre stagioni su Rai Due, protagoniste Romina Mondello, Vittoria Belvedere ed Alice Evans.

Pubblicato su Diari di Cineclub N.83- Maggio 2020Podcast su Zattera del pensiero


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