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Le relazioni sino-sudamericane: i cinesi lanciano il satellite boliviano Tupac Katari

Creato il 12 febbraio 2014 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR
Le relazioni sino-sudamericane: i cinesi lanciano il satellite boliviano Tupac Katari

Il 20 dicembre scorso è stato lanciato dalla base cinese di Xi Chian – regione del Sichaun – il primo satellite per le telecomunicazioni dello Stato Plurinazionale di Bolivia. “Facciamo oggi il primo passo per essere presenti nel cielo”. Con queste parole, Alvaro García, vice presidente del paese andino, si è rivolto ai suoi concittadini riunitisi in Plaza Murillo, nel cuore della capitale La Paz, per seguire il lieto evento in diretta televisiva. Invece il presidente Evo Morales è stato invitato a presenziare al lancio dalla base di Xi Chian. E’ la prima volta che il governo cinese ospita un capo di Stato estero all’interno del suo comprensorio spaziale. Morales, visibilmente commosso, ha commentato:

“Questa sarà la nostra luce dopo anni di oscurità, di sofferenza e di dominazione straniera”1

Per Ivan Zambrana, direttore della Agenzia Spaziale Boliviana, il satellite:

“… tornerà utile per analizzare la composizione del suolo e per ottenere una mappatura delle risorse naturali del paese. Sarà inoltre utilizzato per monitorare la crescita della popolazione urbana e per aiutare lo sviluppo agricolo”.2

Tupac Katari, così è stato battezzato il satellite in onore del leader indigeno che si ribellò alla dominazione spagnola nel XVIII secolo, è costato 300 milioni di dollari. L’85% della spesa è stata coperta da un prestito elargito dalla Banca Cinese per lo Sviluppo. La Bolivia, con non pochi sacrifici, ha così raggiunto un importante traguardo di enorme valenza politica, economica e strategica.

L’ambizioso progetto spaziale ha avuto in effetti una travagliata gestazione. L’accordo preliminare per la sua costruzione è stato firmato il 1° Aprile del 2010, dopo un periodo di intense trattative condotte dall’Agenzia Spaziale Boliviana, impresa pubblica nazionale creata appositamente per gestire ed implementare questo progetto e dalla società cinese Great Wall Industry Corporation of China.

Con un peso di circa 5,2 tonnellate, Tupac Katari ha impiegato circa dieci giorni a raggiungere la sua orbita e sarà pienamente operativo a partire dal mese prossimo. Le due stazioni ricettive si trovano a Santa Cruz e La Paz.

L’Agenzia Spaziale Boliviana è già al lavoro per la costruzione di un altro satellite, che dovrebbe vedere la luce nel 2016 o 2017, e che sarà utilizzato per tracciare la pianta morfologica e geologica del paese.

Secondo le stime, Tupac Katari, produrrà un guadagno di circa 40 milioni di dollari l’anno, grazie ai servizi che questo offrirà ai privati e ai paesi limitrofi. Parte degli introiti saranno destinati per estinguere il debito contratto con l’entità creditizia cinese. Rimarrebbe così, secondo le previsioni del governo boliviano, un margine di utile che va dai 5 ai 10 milioni di dollari all’anno3. Il viceministro delle telecomunicazioni, Wilber Flores, ha tuttavia ribadito che il debito con i cinesi sarà estinto, verosimilmente, in un periodo lungo, ossia di circa 15 anni4.

Oltre a migliorare le comunicazioni nazionali ed internazionali, il satellite verrà utilizzato come supporto strategico per progetti educativi e sanitari, senza tralasciare gli ambiti della difesa, del controllo delle frontiere e della sicurezza nazionale.

Per la Cina si tratta del secondo satellite “esportato”. Un accordo similare è stato siglato con il Laos per la messa in orbita del satellite LAOSAT-1. Altri accordi di collaborazione nell’ambito delle telecomunicazioni e dello spazio sono stati firmati, inoltre, con i governi del Venezuela, Nigeria e Pakistan.

Sebbene accompagnato da un forte entusiasmo popolare, il Tupac Katari, ha provocato numerose polemiche legate, soprattutto, agli ingenti oneri finanziari sostenuti sia per la realizzazione del progetto che per la gestione del satellite stesso. Il governo boliviano ha già fatto sapere che il suo utilizzo permetterà l’accesso alle telecomunicazioni di circa 10 milioni di cittadini residenti nelle zone rurali del paese.

Dunque, La Paz non è nuova agli accordi con Pechino. Come noto, la Cina, negli ultimi anni, sta diversificando i suoi investimenti in moltissimi paesi latino americani, primo fra tutti il Venezuela.

Per capire la portata di simili accordi e, naturalmente, delle loro implicazioni geopolitiche è necessario fare un passo indietro, nel tentativo di far luce sui rapporti che intercorrano tra il paese andino e il gigante asiatico. Al centro dell’agenda diplomatica non vi è soltanto il litio e le materie prime semilavorate (si veda, appunto, l’articolo “Le saline della Bolivia e le “Politiche di Stato” della Cina”) ma anche le energie rinnovabili e le nuove tecnologie.

Infatti lo scorso 3 gennaio è entrato in funzione il primo impianto eolico della Bolivia costruito nel dipartimento centrale di Cochabamba. La centrale, inaugurata dal presidente Evo Morales, è stata realizzata dalla società cinese Hydrochina Corporation5. Contemporaneamente, e sempre ad opera della stessa ditta, è stata altresì inaugurata la prima “Wind Farm” in territorio boliviano. L’impianto, costato 7,6 milioni di dollari, si trova nella zona rurale di Qollpana, nella regione di Cochabamba, a circa 500 chilometri dalla capitale La Paz.

Una strettissima collaborazione quella che si è venuta a creare con il celeste impero, andatasi ad intensificare in modo netto, non a caso, con l’avvio della presidenza di Evo Morales.

Al riguardo, il 20 gennaio scorso, durante un incontro tra Morales e Zhang Dejiang, quest’ultimo ha ricordato come i rapporti sino-boliviani, iniziati nel 1985 con l’inaugurazione delle relazioni diplomatiche tra i due Stati, si siano progressivamente intensificati. Dal canto suo, Morales, ha manifestato pubblicamente la sua “gratitudine” per gli aiuti ricevuti in campo economico e sociale. Nel corso dell’incontro, entrambi i mandatari, hanno ulteriormente rafforzato la relazione bilaterale basata sul principio della cooperazione di mutuo vantaggio.

La ormai radicata presenza cinese in Bolivia, così come nei restanti paesi sudamericani, lascia intravedere i contorni di un piano sistematico, messo a punto dal governo centrale di Pechino a partire dagli anni ’90 e che si manifesta sia sotto veste “pubblicistica” ma anche “privatistica”.

Il consolidamento di una simile politica ambivalente, ha significato per Pechino importanti occasioni di investimento e profitto; per i paesi sudamericani, invece, l’occasione di concludere ottimi affari con una superpotenza emergente. Detto in altre parole, l’influenza cinese nella regione ha rovesciato la dottrina Monroe nonché spostato l’asse dal unipolarismo americano verso una forma molto più radicata di multipolarismo.

Tanto è vero che Pechino ha considerevolmente ampliato la sua rete diplomatica e nel contempo intensificato i contatti commerciali con gli imprenditori sudamericani. Non dimentichiamo che la Cina è diventata il primo partner commerciale di Bolivia, Brasile, Uruguay, Cile e Perù.

L’America meridionale garantisce alla Cina essenzialmente due cose: materie prime e un ampio mercato interno che ha visto crescere molto, negli ultimi anni, la sua capacità di acquisto.
A ciò si aggiunga che Pechino non esita ad investire direttamente nei settori sensibili di queste economie, finanziando la costruzione delle infrastrutture necessarie per estrarre in loco e succesivamente esportare in patria le risorse minerarie di cui ha bisogno, così come non esita a piazzare sul mercato sudamericano prodotti e lavorati hi tech con il relativo trasferimento di tecnologia.

Conclusioni

Alvaro García, in diretta televisiva dalla Plaza Murillo, ha spiegato che la Bolivia ha ottenuto “la terra” attraverso le nazionalizzazioni delle risorse naturali; “il cielo” a seguito del lancio del satellite Tupac Katari e, dopo una breve pausa, ha aggiunto: “l’unica cosa che ci manca è il mare”. Una annosa questione, quella dello sbocco sul pacifico, che attende, da secoli, una fattibile soluzione.

Per quanto attiene i rapporti della Cina con i paesi sudamericani, numerosi analisiti concordano sul fatto che, nel breve periodo, tale relazione potrebbe fruttare copiosi benefici a queste ultime economie. La Cina è un partner economico vigoroso, con una domanda crescente ed un potere di acquisto enorme. Tuttavia questo tipo di relazione, nel medio-lungo periodo, potrebbe far sorgere altrettante incognite, legate principalmente alla possibilità che le nazioni sudamericane possano, di fatto, ritrovarsi dipendenti dalle sole esportazioni di materie prime e semilavorati, mettendo a repentaglio i propri piani riguardanti la cosiddetta “industrializzazione pesante”.

Alcune voci dissidenti sollevano preoccupazioni circa la “svendita” delle terre nazionali agli investitori cinesi. Sebbene è vero che senza l’intervento di quest’ultimi molte grandi opere sudamericane, così come anche i progetti infrastrutturali dell’America centrale, non avrebbero mai visto la luce è altrettanto vero che non sempre sono vantaggiosi i tassi di interesse e le clausole contrattuali praticate dai cinesi.

Inoltre, spetta ai governi sudamericani vigilare sulla sostenibilità sociale nonché ambientale e sull’utilità economica delle infrastrutture finanziate dalla Cina, adottando misure che sfuggano alla logica “elettorale” o “clientelare”.

Infine, vale la pena ricordare come non vi sia fra la Cina e le nazioni sudamericane una “automatica” comunione d’intenti in ambito politico-internazionale. Un esempio classico riguarda i rapporti tra il Venezuela e la Cina. Se i primi vedono in essi anche un chiaro messaggio ostile nei confronti degli Stati Uniti d’America, i secondi non hanno mai presentato tale relazione se non come meri rapporti commerciali, mai posti sotto l’effige di una qualche rivendicazione ideologica.

E, in effetti, aldilà degli appelli pubblicamente dichiarati al multipolarismo, i cinesi seguono una propria agenda d’interessi, che spesso non coincidono con quelli dei partners economici e politici; pensiamo alla richiesta brasiliana di diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, palesemente non sostenuta dai cinesi perché preoccupati dal possibile ingresso di rivali temibili quali l’India e il Giappone.

Insomma, appare ormai evidente la strategia cinese sin’ora adottata. La sfida riguarda allora, inevitabilmente, la capacità dei paesi sudamericani di pensare ed attuare, in un periodo relativamente breve, una “strategia sudamericana” che parta dalla consapevolezza, alle possibilità, ma anche dei rischi, che questa stretta “collaborazione” con il gigante d’Oriente comporta.


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