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Le squadre che hanno fatto i mondiali. Belgio 1986

Creato il 11 marzo 2014 da Lundici @lundici_it

Di Semifinale di México 1986. Maradona-Belgio 2-0.

1986 Belgio: avanti verso il disastro

“Se coi Pink Floyd il rock si è avviato a diventare un monumento, ciò è potuto avvenire solo perché noi non abbiamo saputo farne una spada”. Paolo Bertrando, Pink Floyd, 1988, Arcana Editrice

 

Le premesse

1986, per la prima volta il Mundial torna sul luogo del delitto: a neanche 16 anni di distanza da Mexico ‘70, ecco a voi Mexico ‘86. Negli occhi di chi lo ha vissuto, ci sono ancora l’ultimo mondiale di Pelè e la leggendaria semifinale dell’Azteca, l’Italiagermaniaquattroatrè che a noi italiani suona quasi come cheschiavadiromaiddiolachiamò, un verso senza spazi e senza pause che abbiamo imparato a memoria prima ancora di capirne il senso.

Il Mundial torna 16 anni dopo praticamente negli stessi luoghi e negli stessi impianti, perché il Messico non è la Germania: è un Paese terzomondista (ricordo a tutti che non è una graduatoria e tantomeno un insulto), con enormi difficoltà economiche e grande disparità sociale.

A settembre del 1985, poi, il Messico è scosso da un terremoto disastroso, la cui portata ed il cui livello di devastazione furono minimizzati dalle autorità, in un mondo ancora orfano di internet e che per le notizie si basava sui lanci delle agenzie stampa nazionali. La scossa, di magnitudo 8.0 Richter, che colpì in particolare Città del Messico, farà tra 4.000 e 10.000 vittime, un bilancio mai accertato con precisione, vista l’omertà di autorità e stampa locali.

Ma la macchina non si ferma – non può fermarsi a meno di 300 giorni dall’inaugurazione, nonostante un pallido sondaggio della Fifa sulla possibilità di spostare la kermesse in una California ancora fresca di Olimpiade – ed il 31 maggio iniziano i mondiali, tra ritardi e comprensibili disorganizzazioni.

Il Messico in giugno è peraltro il luogo ideale dove giocare a football: si è in altura – non a caso è il luogo dei record mondiali di Pietruzzo Mennea sui 200 metri e di Cecco Moser sull’ora, ai tempi ancora validi – con una altitudine media delle sedi mondiali superiore ai 1.500 metri, le temperature oscillano dai godevoli 20° agli inumani 40° ed una umidità che arriva tranquillamente all’80%, sia pure inversamente proporzionale all’altitudine. E se ancora restano dei dubbi sulla qualità del calcio che andremo a vedere, le tv costringono a giocare alle 12 ed alle 16 ora locale per motivi di fuso orario (-6 rispetto a Greenwich), con la partita da prime time (finali, Italia, Brasile, …) che è proprio quella delle 12!

Se succede a Tigro, pensa di essersi perso l’ombra e va in paranoia.

Se succede a Tigro, pensa di essersi perso l’ombra e va in paranoia.

L’immagine del Mundial è tutta nell’ombra prodotta sul terreno di gioco dai giocatori: un’ombra così verticale, che spesso resta sotto ai tacchetti.

E se ancora vi sembra poco, ricordate che il Messico è anche il Paese della “Vendetta di Montezuma”, quella particolare indisposizione che colpisce gli stranieri, sprovvisti della flora intestinale necessaria a bere l’acqua locale. La Vendetta colpirà non solo tifosi e giornalisti, ma anche alcuni protagonisti del Mundial: per tutti, Daniel Passarella, capitano dell’Argentina e reduce da una strepitosa stagione a Firenze, che non uscirà dal bagno per tutta la kermesse, giocandosi così la possibilità di laurearsi bicampeón.

Altura, umidità, orari, Montezuma. Condizioni al limite, che ben si addicono alle star più attese del Mundial: Platini, che ormai da dicembre gioca con una scarpa speciale, nel tentativo di lenire la tendinite che lo affligge; Zibì Boniek, stremato da una rincorsa con la Roma di Eriksson, infrantasi proprio all’ultimo contro il Lecce all’Olimpico; Rummenigge, che arriva al mondiale semi-infortunato; il Brasile di Socrates, Falcao e Zico, le stelle di quattro anni prima sedotte e abbandonate dal calcio italiano e tornate in patria per un malinconico sunset boulevard. E poi l’Italia dei campioni del mondo ultratrentenni (Cabrini, Scirea, Conti, Rossi, che non giocherà un minuto), che dalla magica notte di Madrid ha giocato 29 partite perdendone 9.

L’unico che arriva nel pieno degli anni e con una nuova maturità da caudillo populista, forgiata al sole di Napoli, è Dieguito Maradona. Questo sarà il suo mondiale, un mondiale che probabilmente avrebbe vinto alla guida di una qualunque delle 24 nazionali che se lo sono giocato, Canada e Iraq comprese.

A proposito, la formula cambia rispetto a España 82: dopo la prima fase, si giocano ottavi, quarti e semi a eliminazione diretta. Ma visto che la matematica non è un’opinione e che per giocare degli ottavi di finale completi ci vogliono 16 squadre, la prima fase serve solo per eliminare 8 su 24 partecipanti: 36 partite su 54 (il 66%) che servono per scremare la pattuglia di appena un terzo delle squadre, qualificando le migliori 2 di ogni girone e le 4 migliori terze su 6. Detta in sintesi, la formula del tubo.

Come va il mondiale

Sarà che per mille motivi ci si è arrivati un po’ corti, sarà che si pensava di poter gestire il tutto con la macchina organizzativa del 1970, la prima settimana di Mondovisione sembra di stare su Scherzi a parte: praticamente non ci sono replay né sovraimpressioni, cosicché quando un giocatore del Brasile segna di mano contro la Spagna (profetico!) e tutti gli spagnoli fanno capannello attorno all’arbitro, da casa si pensa che il gol sia stato convalidato. Si scoprirà solo un quarto d’ora dopo, quando il Brasile segnerà questa volta sul serio, che si era ancora 0-0 e che le proteste erano una composta e mediterranea richiesta di ammonizione del brasileiro.

Tre giorni dopo, però, la Mondovisione si blocca al 4° del primo tempo, sul fermo immagine dell’urugayo Alzamendi che segna contro la Germania e non si riprende più fino alla fine (la Mondovisione, non l’uruguayo). Sponsor e tv internazionali decidono che può bastare, mettono sotto tutela la tv nazionale messicana con la minaccia di rescindere il contratto e i problemi si risolvono (anzi, fa anche il suo esordio una grafica accattivante per sovraimpressioni e presentazione delle squadre).

Sul campo, al di là che il primo turno serve giusto per tagliare fuori esordienti ed improvvisati, si vedono fin da subito una solida Argentina, impreziosita da un Maradona in gran spolvero e da un Valdano che è la punta che mancava quattro anni prima; una bolsa Italia che comunque chiude la prima fase imbattuta (ma deve ringraziare Spillo Gol Altobelli, 4 gol e mezzo su 5, e un autogol sudcoreano); un altrettanto bolso Brasile, che però cresce di partita in partita e chiude il girone al primo posto; una brutta Germania 1-1-1 nel tabellino: vittoria stentata e in rimonta con la Scozia, pareggino e sconfitta finale.

I padroni di casa del Messico dovrebbero essere guidati da Hugo Sánchez, star mondiale del Real Madrid dove segna caterve di gol e li fa seguire dalle famose capriole. Hu-gol fallisce clamorosamente l’appuntamento (finirà con una marcatura in tutto pi’ un rigore sbagliato), ma la “Tri” va comunque avanti bene, guidati dalla salda mano di un giocondo zingaro della panchina: è Bora Bora Milutinovic, che dal 1986 al 2006 parteciperà a 6 edizioni del mondiale alla guida di altrettante nazionali, l’uomo che – sposato a una ereditiera messicana – lancerà lo slogan “avere il padre povero è una sfortuna, ma avere il suocero povero è una idiozia”.

Il Mundial 86 è anche il primo in cui passi il primo turno una squadra africana: collocato in un girone di tutto rispetto (la Polonia, il Portogallo finalista di Euro 84 e l’Inghilterra), il Marocco addirittura lo vince da imbattuto.

Nel complesso, passano agli ottavi Argentina, Italia, Messico e Paraguay, Francia e URSS, Brasile e Spagna, Danimarca e Germania, Marocco e Inghilterra, più le migliori terze Belgio, Polonia, Bulgaria ed Uruguay. Bizzarre: il tabellino dei marcatori riporta un nome che illuminerà in futuro l’empireo del calcio mondiale; il nome è quello di Zidane, ma si tratta solo di un omonimo algerino del divin Zinedino.

Arrivati per ammirare Italia, Brasile e, soprattutto, la Francia campione d’Europa dei quattro moschettieri (Platini, Tigana, Gigi Giresse e Fernandez), la prima fase si farà ricordare soprattutto per un campione assoluto (e The best is yet to come, come canta Frank Sinatra) e per due squadre che fanno sprecare a più di uno il paragone con la Grande Olanda di Crujff.

Una è la Danimarca degli “italiani” Elkjaer e Laudrup, squadra giovane che gioca effettivamente un calcio scintillante e votato all’attacco, da cui estrae senza fatica 3 vittorie (Scozia, Uruguay, Germania) e 9 gol. I tifosi (e le tifose, che girano per il Messico in strizzatissime t-shirt sul punto di esplodere) cantano “we’re red, we’re white we’re Danish dynamite” e il futuro sembra cosa loro. L’altra, è una URSS da laboratorio sovietico guidata dal Colonnello Valery Lobanovsky, l’uomo sulla cui tomba poi Shevchenko porterà in omaggio la sua Coppa Campioni nel 2003. L’URSS si era qualificata malino per i mondiali e sta già per diramare tristi e stanche convocazioni, quando Lobanovsky guida alla conquista della Coppa delle Coppe una Dinamo Kiev che sembra giocare con gli occhi bendati. È il 2 maggio 1986 ed il giorno dopo la federazione caccia il CT e incarica Lobanovsky di dirigere l’URSS in Messico. Il Colonnello, va per le spicce, chiama 11 giocatori della Dinamo e gli cambia semplicemente la maglia. Quella squadra che gioca a memoria in campionato e in coppa, continua a farlo con la scritta CCCP sul petto: 6-0 agli odiati ungheresi, 2-0 comodo con la cenerentola Canada e non infierisce sulla Francia (1-1), qualificandosi da prima del girone.

Da buone squadre nordiche, entrambe queste macchine perfette si squagliano imprevedibilmente agli ottavi: la Danimarca brutalizzata dalla Spagna (5-1), l’URSS battuta 4-3 ai supplementari (tra gol in fuorigioco e amnesie difensive) dal Belgio e da una intuizione tattica di quel vecchio marpione di Guy Thys. È del Belgio che parleremo in questa puntata; perché il Belgio farà scuola, ma sarà – ahinoi e forse suo malgrado – un cattivo maestro.

Il Belgio: quando tutto ebbe… fine

Thys ed il Belgio erano assurti agli onori della cronaca agli Europei italiani del 1980, quando da perfette cenerentole arrivarono in finale; due anni dopo fecero un onesto mondiale, con la ciliegina della vittoria all’esordio sui campioni del mondo argentini.

In Messico, Thys porta una squadra con la vecchia guardia dell’80 (Pfaff, Gerets, Renquin, Ceulemans) e qualche ventenne di belle speranze (Grun, Demol, Claesen, l’ex-enfant prodige Vincenzino Scifo, tre anni prima in predicato di vestire la maglia azzurra). Sorteggiato nel girone dei padroni di casa il Belgio accetta senza battere ciglio il ruolo di zerbino: perde con molto savoir-faire la partita di esordio con la Tri, ma poi si complica la vita con una striminzita (ed immeritata) vittoria sull’Iraq, chiudendo il girone con un pareggio di non belligeranza con il Paraguay per il passaggio del turno.

Agli ottavi lo aspetta il sottomarino nucleare sovietico, con il suo gioco di attacco alla velocità della luce e il bomber Igor Belanov da fermare a tutti i costi. E al vecchio marpione viene l’idea che indirizzerà la tattica calcistica per i 10 anni a venire: di scuola olandese e quindi da sempre abituato alla difesa a zona (in tempi in cui ancora le squadre maggiori giocano a uomo, soprattutto le nazionali) Thys non rinuncia alla difesa a 4 in linea, ma… oplà. Per la prima volta, mette alle loro spalle un libero. La linea a 4 continua a giocare a zona, con i centrali che non seguono gli attaccanti avversari sugli incroci, ma il libero alle spalle gli dà maggiore sicurezza; certo, si deve essere molto sincronici nel non perdere le distanze e nel salire all’unisono quando il libero chiama il fuorigioco e accorcia la squadra.

Belgio 2

Alzi la mano chi se ne ricorda uno solo di questi (non tu, Diego, giù quella mano!)

Pochi se ne accorgono (anche perché chi si guarda un ottavo tra due squadre così a mezzanotte di un giorno infrasettimanale?), ma il 15 giugno 1986 a León, nasce il 5-3-2 a zona, che monopolizzerà il panorama tattico fino a metà degli anni ’90: lo utilizzerà (molto bene) Nevio Scala nel suo Parma europeo, come vedremo lo scimmiotteranno (molto male) praticamente tutte le nazionali a Italia ‘90.

Perché l’idea è sì notevole, e Thys grazie ad essa porterà una squadra men che mediocre al quarto posto finale, ma se non la si applica con un po’ di dinamismo – ossia tenendo la squadra molto corta e scalando in avanti un uomo quando la fase è offensiva, trasformandolo di fatto in un 4-3-3 – lo schema finisce per diventare un catenaccio a zona (monumentale battuta di Franco Riportino Strippoli da Bari qualche anno dopo: “Se gioca a zona il Genoa di Scoglio, la giocava anche il Padova di Nereo Rocco”).

Ecco, la colpa degli epigoni di Thys è stata proprio quella: con l’esclusione di Scala a Parma e fino a quando la difesa a 5 non evolverà nella difesa a 3 di Crujff e Van Gaal (ma con differenze notevoli nella disposizione generale e in ogni parte del campo), di questo schema si sfrutteranno solo gli aspetti più deleteri. Poteva essere una affilata spada, ne hanno fatto un pachidermico monumento al non gioco. Fino a quando lo si è rottamato.

Di questo gruppo di onesti pedatori, si distingue sostanzialmente il solo Jean Marie Pfaff, ribattezzato il portiere pagliaccio per i suoi atteggiamenti istrionici, ma in realtà un ottimo ed affidabile numero 1. Grun, Demol e Scifo faranno un passaggio in Italia qualche anno dopo, Grun diventerà anzi il perno del Parma di Scala, prima che un antipatico e mai recuperato infortunio lo togliesse di scena, mentre Gerets aveva già dato un paio di anni prima, nell’ umoristico Milan di Luther Blissett e Giusy Farina.

Infine, un’altra curiosità: dei 22 del Belgio, con due piccole e striminzite presenze da subentrante a partita ormai finita (anche se parteciperà poi anche al mondiale italiano di 4 anni dopo), fa parte anche Leo Clijsters, il padre della grande Kim, vincitrice di 4 Slam e 3 WTA Championship. Ci ha lasciato per un brutto male nel 2009. Requiescat.

Diegolandia

Esaurita la parentesi tattica, le partire proseguono ad eliminazione diretta, tra più di una sorpresa. Se l’Argentina si libera di un molle Uruguay ben al di là dell’1-0 finale, un Brasile in continua crescita chiude il ciclo della Polonia di Boniek (4-0), che non tornerà mai più a livelli mondiali. In crescita è anche l’Inghilterra, che risolti alcuni equivoci e sostituito Mark “Attila” Hateley, altra grande scoperta del compianto Giusy Farina, con Gary Lineker, poi capocannoniere del torneo, inizia a viaggiare. Il 3-0 con cui l’England spazza via il Paraguay consegna a noi telespettatori italici una perla che diventerà proverbio: quando infatti Lineker segna la rete del 3-0, 5° gol sui 6 complessivi della intera nazionale (alla fine del torneo saranno 6 su 7), Giorgio Martino,  che fa la telecronaca, si accorge di una peculiarità: l’unico gol che manca al carnet del nostro (il 2-0 nel corso della stessa partita) è segnato mentre lui è in panchina a farsi medicare. Insomma, l’unica maniera perché nell’Inghilterra segni un giocatore diverso, è che Lineker sia fuori dal campo. Solo che a Martino la scoperta esce di bocca un po’ diversamente: “Incredibile! Nell’Inghilterra o segna Lineker, o segna uno che non è Lineker”. Monsiuer de Lapalisse non avrebbe saputo fare di meglio.

Chi manca? Già detto della brutta e inaspettata fine di Danimarca e URSS, restano la Germania che con una punizione da distanza siderale a due minuti dalla fine interrompe il sogno marocchino (una partita per la quale anche i Tuareg del deserto erano andati a cercare una tv in città) e l’Italia. Dello spirito di Spagna ormai non è rimasto più niente e dopo 4 anni di mezze polemiche, fallimenti, difesa dei campioni del mondo e loro tardiva sostituzione con qualche bel giovane ancora acerbo (De Napoli, Vialli, Vierchowod) e gente non all’altezza (Galderisi, Di Gennaro, Bagni, Galli), l’Italia si consegna imbelle alla Francia. La difesa del titolo finisce agli ottavi.

Semifinale di México 1986. Maradona-Belgio 2-0.

Semifinale di México 1986. Maradona-Belgio 2-0.

Da questo momento è l’apoteosi di Maradona: batte da solo Inghilterra (si veda più giù) e Belgio (2-0 in semi) e resta all’asciutto in finale, ma conducendo da capitano coraggioso l’Albiceleste alla conquista del suo secondo titolo. In finale, l’Argentina fatica più del dovuto (3-2 all’ultimo respiro) a superare una Germania Ovest che arriva fin lì imbroccando la sola semifinale con la Francia, dopo avere patito non poco nella prima fase ed avere eliminato con la lingua di fuori squadroni del calibro di Marocco e Messico (ai rigori, dopo squallido 0-0).

Terza è la Francia, che fedele a se stessa gioca la finalina di consolazione con tutti quelli non ancora scesi in campo, ma è sufficiente per battere il Belgio, sia pure ai supplementari. È una Francia che arriva in Messico da grande favorita, ma che nel complesso delude: passa il primo turno dietro l’URSS, batte i fantasmi azzurri e deve ringraziare Zico (che sbaglia un rigore a 10’ dalla fine) ed un errore di interpretazione dell’arbitro durante la cinica lotteria dei rigori, se riesce ad eliminare il Brasile nei quarti, prima di sbattere la faccia contro la Germania. Chi le viene meno è proprio Roi Michel, non più il condottiero di Euro ’84, che alla fine dell’anno dopo abbandonerà il calcio giocato. È iniziata l’era de El Diego.

Il gol del mondiale

In un Mundial sfortunato sotto il profilo del gioco ed al limite dell’umano per condizioni climatiche, si vedono stranamente parecchi bei gol. Uno di questi è segnato negli ottavi di finale contro la Bulgaria da Manolo Negrete, il Maradona del Messico padrone di casa, con una strepitosa sforbiciata da fuori area dopo uno scambio al volo. Sarebbe probabilmente il gol più bello di qualsiasi edizione del mondiale.

“Per me non l’ha fatto di mano. L’ha presa di aureola”. Luciano “O filosofo” De Crescenzo.

“Per me non l’ha fatto di mano. L’ha presa di aureola”. Luciano “O filosofo” De Crescenzo.

Sarebbe. Perché almeno due gol sono al tempo stesso la storia e l’essenza di Mexico 86: uno è quello strepitoso, impensabile, inarrivabile, di Maradona contro l’Inghilterra; l’altro, è quello altrettanto strepitoso, altrettanto impensabile, altrettanto inarrivabile di … Maradona, sempre contro l’Inghilterra. Perché se con uno dei due (il secondo, nella fattispecie) Diego mostra al mondo di cosa è capace con i piedi, fissando nella memoria l’archetipo del gol “alla Maradona”, con la Mano di Dio lo stesso Diego compie il più grande bluff della storia del calcio.


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