LE STAGIONI DEL CUORE presenta...NEMMENO QUESTA NOTTE di Adele Vieri Castellano

Creato il 08 maggio 2012 da Francy
Come iniziare il mese di maggio al meglio? Con un  nuovo racconto romantico, naturalmente! Oggi l'autrice è ADELE VIERI CASTELLANO, nome ormai noto a chi frequenta questo blog, sia perchè Adele è una nostra  collaboratrice fissa, sia perchè il suo racconto ( vedi qui) è stato il più votato dalle lettrici a Christmas in Love 2011. NEMMENO QUESTA NOTTE è una storia ambientata nell'Italia di fine Ottocento, con due protagonisti ugualmente testardi, fieri e appassionati, e sottesa da una tensione erotica che non mancherà di intrigarvi fino alla fine. Buona lettura.
*Nota: Questo racconto ha partecipato al PREMIO ROMANCE 2012, indetto in collaborazione da I Romanzi Mondadori e Romance Magazine ma non è arrivato tra gli otto finalisti. A mio parere avrebbe dovuto.
Lago di Como, tenuta di Montecorvo, aprile 1896Era vedova da tre anni gli avevano detto gli avvocati. Sarebbe dovuta essere scialba, sgraziata, insignificante.
Quando Guido si servì fece tintinnare più del dovuto la caraffa di vetro. Al diavolo! Si meritava un bicchiere di porto. Lo scolò d’un fiato e poi la squadrò da capo a piedi, per l’ennesima volta.
«Bevete il vostro rosolio, signora Maffei. Sembra ne abbiate bisogno.»
La donna alzò un sopracciglio, una sottile pennellata di velluto su un viso che sembrava un cammeo. Lei osservò il bicchiere sul tavolino davanti alla finestra, fece un passo avanti e incrociò le braccia sotto il seno.
Abbondante, rifletté Guido. Troppo, per un corpo così snello e quel movimento lo rivelò in pieno. Si impose di fissare un punto neutrale, la bocca magari.
Un altro errore.
Era rossa, succosa e vellutata e lei si stava torturando il labbro inferiore coi denti candidi. Stava per ordinarle di smetterla, di non rovinarlo. Poi Guido rinsavì, ricordando perché Laura Maffei era troppo agitata per stare seduta. Riprese a parlare, lo stesso tono che impiegava con gli stalloni ricalcitranti.
«Lorenzo è mio nipote. Come vi hanno scritto i miei avvocati e vi ho ripetuto io stesso, non ho nessuna intenzione di lasciarvi la custodia dell’erede dei Montecorvo. Non lo farei neppure se vostro marito fosse vivo, signora. E con questo, l’argomento è chiuso.»
«Beatrice mi aveva avvisata.» Replicò lei e la vibrazione bassa e pastosa della sua voce gli entrò fin sotto la pelle. Per non lasciarsi sviare Guido serrò la mano destra e indurì lo sguardo.
«Allora sapete bene che è inutile insistere. Io ottengo sempre quello che voglio.»
Lei si riparò dietro alla poltrona di velluto rosso. Le dita si piegarono sulla modanatura del legno. Lunghe, con unghie corte e ben curate.
«Non vi siete mai occupato del bambino.»
«Sapete il perché. Beatrice ha preso la sua decisione fuggendo e sposando vostro fratello.»
«E così l’avete punita.»
La giovane non si permise di indietreggiare dopo quelle parole ma sollevò il capo, sfidandolo.
Guido fece due passi nella sua direzione. La sovrastò, non solo col corpo. Notò l’imporporarsi delle guance e il velo d’allarme nello sguardo. Ma lei rimase ferma dov’era.
«Punita?» La rimbeccò con tono sprezzante, storcendo la bocca. «No, signora. Non l’ho più voluta vedere, questo è vero. Ma ho sempre pagato tutti i debiti, ho risollevato dal fango quell’irresponsabile di suo marito infinite volte. Il gioco, l’ipoteca sulla casa, quella sulla seteria. Gesù, non erano rimasti neppure i soldi per il loro funerale!»
«Mio fratello è stato sfortunato.»
«No, la sfortuna non c’entra nulla. Vostro fratello ha sempre gestito i suoi affari e la sua vita così come ha condotto la carrozza quella notte: come un folle. Ha ucciso Beatrice. Se non fosse morto, lo avrei ammazzato io stesso.»
L’umiliazione era bruciante come stringere un tizzone nella mano. Laura sentì ardere le guance. Ma fuori si sforzò di mantenere la stessa espressione che teneva lontani i creditori e i corteggiatori molesti.
Ancora una volta provò quella sensazione che le aggrovigliava le viscere e le asciugava la bocca: il ricordo di Corrado, imprudente e cocciuto, la disgrazia che era costata la vita a lui e alla moglie, la certezza che Guido Odescalchi, conte di Montecorvo, non stesse parlando a vanvera. L’uomo la fissò con uno sguardo minaccioso.
Nonostante Laura fosse arrivata alla tenuta decisa a dissuaderlo dai suoi propositi, si scoprì a deglutire e a sforzarsi per mantenere gli occhi fermi su di lui.
Suo cognato.
Non era preparata al suo aspetto.
Beatrice lo aveva sempre descritto come un cinico tiranno. Arrogante, irremovibile, dispotico.
Pensava di dover affrontare un uomo dal volto rigido, segnato dalle rughe dell’astio, col corpo magro ingobbito dai conti e dal peso delle responsabilità. Un uomo imbruttito dalla tenacia, ripugnante nella sua spietatezza.
Niente di più sbagliato e Laura avrebbe fatto tesoro della lezione.
Era bello, così bello che al primo impatto con quella mascolinità arrogante e sensuale, era rimasta a corto di parole. E di fiato. Ogni donna sana di mente avrebbe dovuto aver paura di rimanere sola con lui.
Si muoveva con la grazia indolente di un grosso felino, alto, forte e muscoloso. I capelli gli sfioravano le spalle, lunghi e neri in modo indecente.
Gli occhi erano grigi come piombo fuso e le ciglia folte attenuavano solo a tratti quell’impressione sconcertante.
Ma il suo aspetto era solo la scorza esteriore. Rabbrividì al pensiero del bambino tra le sue grinfie.
«Cos’è tutto questo improvviso interesse per Lorenzo? Come pensate di poter allevare vostro nipote?» Gli chiese Laura cercando di nascondere il tremito della voce.
«Con una folta schiera di balie, istitutrici e insegnanti. Con il denaro che a voi manca, signora Maffei. Con tutto ciò che voi non potete offrirgli, visto che siete sola al mondo e priva di mezzi.»
«La seteria del mio povero marito tornerà a funzionare, fra due settimane.»
«Ma davvero?»
Laura si pentì subito della confessione. Lo sguardo del conte brillò di cupo interesse e fece un passo verso di lei.
«Avete trovato qualcuno disposto a rovinarsi? Cosa gli avete offerto, oltre ai debiti e all’ipoteca?»
Un altro passo avanti, un guizzo insolente negli occhi.
«Vedo che avete ereditato voi la scaltrezza che mancava a vostro fratello. Brava,» mormorò allusivo «ma non basterà. Lavorerete gratis per i prossimi tre anni per poter uscire dal tunnel della miseria e non potrete permettervi di sfamare una bocca in più.»
«Lorenzo non è un oggetto, non ne disporrete a piacimento come fate con tutto ciò che vi appartiene.»
«Non avete né capacità né potere per tenermi testa, signora Maffei. Risparmiatevi per altre battaglie. Lasciate che mi occupi io di mio nipote. Sparite dalla sua vita, Lorenzo non ha bisogno di voi.»
«Ho perso tempo venendo qui. Non me lo porterete via, non ve lo permetterò.»
Laura sollevò l’ingombrante vestito a lutto che ancora indossava. Si diresse verso la porta. La voce le arrivò chiara, mentre afferrava la maniglia.
«Mio nipote sarà qui tra pochi giorni. Potrete vederlo ogni sei mesi.»
Si voltò con apparente calma.
«Come siete magnanimo, Vostra Grazia.»
La mano aperta appoggiata sul cuore, piegò appena il busto nell’imitazione di un inchino.
«Ma non ce ne sarà bisogno. Lui rimarrà con me.»
Il conte la raggiunse con due falcate. Abbatté il palmo aperto sulla porta per impedirle di aprirla. Era vicino. Troppo.
Sensibile agli odori, Laura rimase sconvolta dal profumo che percepì. Una mescolanza calda, muschiata, satura di sfumature mascoline che non le riuscì di definire appieno. Si tirò indietro il più possibile, appiattendo le spalle contro l’anta di legno scuro.
«Lasciate che vi accompagni, cognata. »
«Non sprecatevi, cognato e non illudetevi. Non l’avrete vinta. Non questa volta.»
SEI MESI DOPO
Lui sedette sulla poltrona che le stava davanti. Accavallò le lunghe gambe, abbandonò le mani sui braccioli, le dita snelle rilassate. Puntò lo sguardo su di lei.
«Non vi rendete conto del danno che possono fare poche parole, gettate qua e là con furbizia?»
«Non do importanza ai pettegoli e voi non mi sembrate il tipo da lasciarvi guastare l’appetito dalle malelingue, conte.»
Laura sentì sotto di sé tutte le cuciture del cuscino, la durezza del bordo di legno. Si mosse a disagio.
«Sareste bollata come una donna di dubbia moralità. La seteria e i vostri affari potrebbero risentirne, più di quanto immaginate.»
«La gente non bada ai miei affari. Sono una vedova, non frequento la buona società. Non più.»
«Vi stupireste di quanto quella stessa gente che voi non frequentate sia interessata a voi. E quanto possa far male.»
«Non c’è soluzione a questo problema, mi pare. Non è neppure affar vostro. Ma grazie per avermi avvisata.»
Si alzò di scatto ansiosa di allontanarsi. Si sentiva soffocare e quel volto severo, modellato dal gioco delle ombre e della luce, la metteva a disagio. Forse era il silenzio o il buio o il fatto che erano soli, in quella stanza, e lui un uomo affascinante e pericoloso.
«Sposatemi.» Si alzò rapido, impedendole di fuggire via. Torreggiò su di lei. Laura lo guardò e lo sgomento fu tale che trattenne il fiato.
«Mi prendete in giro?»
«Niente affatto e se rifletterete per un attimo, vi renderete conto che entrambi ne trarremo vantaggi.»
Il conte fece un passo e Laura non ebbe la prontezza di ritrarsi, le gambe non ubbidirono.
«Sposatemi. Potrete stare vicino a Lorenzo quanto vorrete.»
Lui sollevò una mano e prese fra le dita una ciocca dei suoi capelli, sciolti sulle spalle.
Laura se ne uscì con uno sbuffo derisorio. Tirò indietro il capo e il conte rimase con le dita vuote, a mezz’aria.
«Siete pazzo.»
«Nessuno potrà più dividervi. Avrete denaro, rispetto, potere. E Lorenzo sarà tutto vostro.»
«Non fatemi ridere. Il matrimonio non è un contratto d’affari ma l’unione di due persone. Persone. Esseri umani, capite?»
Un altro passo. Laura non si mosse, sentì con l’istinto che era importante resistergli.
«Affari e piacere possono mescolarsi, mia cara.»
«Affari? Piacere? Di cosa state parlando?»
Il conte annullò la distanza che li separava in modo così naturale e spontaneo che lei lo lasciò fare.
«Di questo.»
Chinò la testa e troppo tardi Laura alzò le mani per cercare di respingerlo. I palmi si appiattirono contro il petto solido mentre le copriva la bocca, avvolgendola nel suo calore. Lo stordimento le rombò nelle orecchie e sentì il cuore dell’uomo batterle forte e pesante, sotto il palmo destro.
Quando le gambe sembrarono troppo fragili per sostenerla, la gentile pressione della mano maschile la sbilanciò in avanti e i suoi seni si schiacciarono sul panciotto. Sentì la forma dell’orologio che il conte custodiva nella tasca. L’aveva intrappolata e lei, spinta da un impulso a cui non poté resistere, piegò le dita e artigliò i risvolti della giacca, aggrappandosi a lui.
Una follia.
Perché ad un tratto non voleva più fuggire ma restare. Sentì pulsare ogni centimetro di pelle e, a quel punto, socchiuse le labbra. Lui le separò con determinazione, col suo sapore dolce e caldo. Esplorò in profondità la sua bocca e con la lingua l’accarezzò deliziosamente.
Maria Santissima.
Il desiderio carnale le si raccolse e tese nelle viscere.
Stava perdendo il senno? Si rese conto che quel corpo maschile avrebbe potuto disporre di lei in qualsiasi modo e allora, con l’ultima scintilla di buon senso, si ribellò irrigidendosi di colpo tra le sue braccia. Cominciò a spingerlo e lui si staccò, riluttante.
Avevano entrambi il fiato corto e quando il conte la guardò con quei suoi occhi severi, Laura faticò a dominarsi. Si scoprì a desiderare di aggrapparsi ancora a lui e reclamare quelle labbra. Un bacio, due, cento. Ancora e ancora.
I loro corpi rimasero allacciati, a contatto.
 «Lasciatemi andare.»
«Il piacere esiste. Ho voglia di voi, Laura. Da quando siete apparsa sulla mia soglia.» Confessò lui con una voce così bassa che la fece tremare dalla testa ai piedi. «E so che anche voi avete voglia di me.»
«Non dite sciocchezze. Non ci conosciamo e voi siete l’ultimo uomo che vorrei come marito.»
«Bugiarda. Voglio baciarvi ancora. Ora che l’ho fatto, non rinuncerò a voi come non ho rinunciato a Lorenzo.»
Laura avrebbe dovuto allontanarsi. Ma le mani, invece di spingere ancora, si allargarono sul ruvido tessuto della giacca.
Voleva dire qualcosa ma la temeraria sconosciuta che aveva preso il sopravvento rifiutò di privarsi di qualsiasi cosa provenisse da lui.
Sentì le pulsazioni del suo cuore nei timpani. Era certa che non avesse mai battuto così intenso, né più veloce.
Lui le accarezzò con gentilezza la linea del mento e sfregò il pollice contro il soffice rigonfiamento delle labbra.
«Laura. Non potete permettervi di rifiutarmi. Avete troppo da perdere.»
«Volete vincere sempre, voi.»
«No. C’è qualcosa tra noi e il fatto che siate qui, tra le mie braccia, lo dimostra.»
Come sarebbe stato bello sentirsi rilassata e al sicuro con quell’uomo. Sentire che quella spietata determinazione, quell’intensa vitalità sarebbero state impiegate in sua difesa, anziché contro di lei.
«Avete fatto di tutto per ostacolarmi.»
E il ricordo della separazione da Lorenzo, i lunghi mesi passati lontana da lui, le restituirono d’un tratto onore e buon senso.
Il Conte Nero era il nemico. Non doveva permettersi di dimenticarlo, doveva impedire che desideri irrealizzabili le offuscassero il buon senso.
«Lasciatemi andare.»
«Non è quello che volete.»
«Siete arrogante.»
«Lottare con voi è più esaltante che fare l’amore con le altre donne.»
«Se mai ci sposassimo, non ci sarebbero altre donne nella vostra vita.»
«Mi state già dettando le condizioni?»
Lui aprì finalmente le braccia e Laura si sentì libera.
E sola.
«Le posso pretendere. Adotteremo Lorenzo, entrambi.»
Il conte piegò le labbra in un sorriso divertito. Un ciuffo di capelli gli cadde sulla fronte e Laura si dominò per non scostaglielo.
«Terrò il controllo della mia seteria. Voi non potrete ficcarci il naso.» Aggiunse e riconobbe nella propria voce una sfumatura di puntiglio che la rassicurò.
Le braccia che un attimo prima l’avevano stretta e fatta rabbrividire si incrociarono sul petto, mettendo in risalto i muscoli e il torace ben fatto.
«E il vostro socio straniero? Come fate a sapere che sarà d’accordo?»
«Lo so e basta.»
Guido si guardò bene dal rivelarle che quel socio era lui. O meglio, una delle sue società inglesi. Ed Ersilio Vannini uno dei suoi migliori contabili.
«Siete spietata.» Dichiarò invece notando come il labbro inferiore le tremava appena.
Ma un attimo dopo trovava il fegato di sorridergli, gli occhi luccicanti di vitale soddisfazione.
«Non cercate di confondermi, conte. Lo spietato siete voi. Io solo una donna che cerca di difendere i suoi interessi.»
Guido si intestardì ancor di più nel suo intento. Non voleva perderla. Mai, per nessuna ragione.
Allungò il braccio destro e le circondò dolcemente uno dei polsi con le dita, portandosi la mano alle labbra.
La sensazione della sua vicinanza era così intensa che lui se la prese comoda e con uno scintillìo malizioso negli occhi argentati, le sussurrò all’orecchio:
«Fate bene a difendere i vostri interessi.»
«Non venderò la casa di mio marito.» Aggiunse lei in un soffio.
«A che vi serve? Non ci tornerete più.» La rimbeccò stringendosi la mano al petto e una vampata di folle gelosia lo travolse. Un morto. Era geloso di un morto. Eppure quell’uomo l’aveva avuta per sé.
Controllò l’impulso di scrollarla e gettarla su quel divano a pochi metri da loro, per dimostrarle che lui era lì davanti a lei e non si poteva vivere nei rimpianti.
«Un’ultima cosa. Aspetteremo tre mesi prima di consumare il matrimonio.» Puntualizzò spavalda.
Ma questa volta qualcosa vacillò nel riflesso smeraldo dei suoi occhi. La vedova Maffei abbassò per un istante le palpebre e lo spiò di sottecchi. Sapeva di essersi spinta troppo in là.
Guido osservò la sua pelle di porcellana.
Perfetta.
Avrebbe serbato ogni suo tocco, ogni bacio.
Pensò di marchiarla di nuovo con la propria bocca. Questa volta su tutto il corpo, sino a raggiungere le morbide pieghe tra le gambe. L’immagine lo condusse quasi a perdere il senno.
«Ripetilo e guardami negli occhi mentre me lo chiedi.»
Laura raddrizzò le spalle e, con un movimento inconsapevole, si leccò le labbra.
«Aspetteremo tre mesi prima di consumare il ma-matr…»
La strinse così impetuoso da toglierle il respiro. Ci riuscì, poiché lei si interruppe.
Mentre farfugliava qualcosa e prima che potesse riprendere fiato, chinò il capo e tornò a baciarla.
Quella frase mai terminata si trasformò in un gemito roco. La spinse contro di sé rude e il desiderio esplose tra loro come un rogo che incenerisce ogni cosa.
«Tutto il resto, tutto quello che vuoi te lo concedo.» Le sussurrò stregato dalla morbidezza delle labbra. «Ma non questo. Non posso aspettare nemmeno un minuto. Nemmeno questa notte.»

 
CHI E' L'AUTRICE
ADELE VIERI CASTELLANO ha preso il suo nom de plume  dalla bisnonna, ligure doc e cugina di un ufficiale che combatté a fianco di Garibaldi, in Sud America e per l’Unità d’Italia. Lo spirito combattivo e la testardaggine probabilmente li ha ereditati da loro. E' nata a metà degli anni Sessanta, ha vissuto per cinque anni in Francia e ha girato mezzo mondo ma gli unici punti saldi della sua vita sono sempre stati lettura e scrittura.  Oggi vive a Milano, dove fa editing e traduzioni per case editrici italiane. Inoltre, collabora con grande passione al blog “La mia Biblioteca Romantica”  e nel 2011 ho vinto il concorso di LeggerEditore per la Fan Fiction sul libro di Ornella Albanese “L’anello di Ferro”. Scrivere racconti e romanzi d'amore, infatti, è da sempre la sua più grande passione. A fine maggio 2012, con LeggerEditore, uscirà  il suo romanzo, Roma 40 d.C. Destino d’Amoreprimo di una serie ambientata nell'antica Roma, epoca storica che insieme all'antico Egitto l'ha sempre affascinata.  A questo proposito Adele dice: " Gli antichi romani possono essere affascinanti tanto e forse di più degli highlanders o di qualsiasi libertino inglese, credetemi. Il film in cui Ridley Scott raccontava la storia di un coraggioso ufficiale romano, divenuto gladiatore, non ha fatto forse battere tutti i nostri cuori? Chissà se anche il protagonista del mio libro, Marco Quinto Rufo, toccherà i cuori di tutte voi, inguaribili fanciulle romantiche? "
VISITATE IL SUO SITO:http://storiealietofine.blogspot.it/

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