Le “Stagioni” di Guccini

Creato il 17 ottobre 2011 da Postscriptum

Stagioni di Francesco Guccini, Anno 2000

Ho deciso di scrivere di Guccini dopo aver riascoltato, a distanza di qualche mese dall’ultima volta, Don Chisciotte ed a dire il vero inizialmente m’ero ripromesso di parlare di questo mostro sacro nel complesso, ma scorrendo uno dopo l’altro tutti i suoi album, ascoltando pezzo dopo pezzo la sua evoluzione artistica ed umana mi sono reso conto di non esserne in grado.

A un certo punto mi è venuta in menta una domanda che era poi anche una risposta, in pratica mi sono chiesto (e non con i toni pacati con cui riporto la domanda) ” ma come cavolo si fa a riassumere in un post 44 lunghissimi anni di musica e poesia? Come cavolo è possibile descrivere a parole un condensato di musica,passione e sentimenti così grande e profondo e meravigliosamente in continua evoluzione tale da aver cavalcato, anzi no, attraversato ed assorbito quarantanni di storia e società italiana?”.

Come ho detto in pratica mi sono risposto da solo, non è possibile, o meglio, non ne sono all’altezza. Perchè vedete, quando un uomo come tanti si trova di fronte alla grandezza di qualcuno che ha lasciato veramente un solco profondo nella storia della musica e nel cuore degli italiani, allora quell’uomo non può fare altro che tacere e restare in ammirazione, in adorazione.

Forse però, mi sono detto, sono in grado di mostrare un piccolo grande condensato del lavoro di Francesco Guccini da Pàvana (piccolo paesino dell’appennino in cui il cantautore ha trascorso l’infanzia durante la guerra) e seppur con enorme difficoltà alla fine ho scelto uno dei suoi lavori più maturi e ricercati, mi riferisco appunto a “Stagioni”, album pubblicato nel 2000, il diciannovesimo del Guccio, che rappresenta forse la summa del suo pensiero poetico, politico, sociale ed umano ed il cui messaggio assume più significato proprio in un periodo particolarmente difficile come questo.

Il disco è composto da dodici tracce e sole tre stagioni, perchè lo stesso Guccini disse di non aver inserito l’estate che richiama la leggerezza, elemento quasi del tutto assente in questo lavoro.

  1. Addio (Intro) -- 0:53
  2. Stagioni -- 6:08
  3. Autunno -- 4:55
  4. E un giorno… -- 5:25
  5. Ho ancora la forza -- 3:24
  6. Inverno ’60 -- 5:17
  7. Don Chisciotte -- 6:00
  8. Primavera ’59 -- 5:59
  9. Addio -- 4:10

Lo capisco, sembro noiso ma, Guccini non si può affrontare con leggerezza, scrive testi che sembrano semplici ed usa melodie altrettanto dirette ma, tutto delle sue canzoni rivela un pensiero più profondo; lui è uno capace di dare la misura di sè in maniera perfetta proprio in Addio (link), descrivendosi così:

” io, figlio d’una casalinga e di un impiegato,
cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna
che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia,
io, tirato su a castagne ed ad erba spagna,
io, sempre un momento fa campagnolo inurbato,
due soldi d’elementari ed uno d’università,
ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato
dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà”.

Stagioni, come detto, fu pubblicato nel 2000 e rappresenta per il Professor Guccini (che professore universitario di lettere lo è davvero) una sorta di momento per fare il punto su quanto della vita e dell’Italia ha percepito fino all’arrivo del nuovo millennio, è un album profondamente ragionato e complesso, dal cui ascolto emergono chiare ed immediate tristezza, sdegno e delusione (Addio ne è l’emblema).

Tristezza e delusione per le tante speranze andate perse, quelle di uno che il sessantotto l’ha vissuto in prima fila, che ha creduto fortemente nelle persone e nella voglia di cambiare il mondo ma, che ha finito col vedere sgretolarsi piano piano ogni sogno ed ideale alla cruda mediocrità ed al cinismo quotidiano del frenetico vivere moderno.

Sdegno per una classe politica e culturale che a parole scalano le montagne, ma nei fatti si rivelano sempre più inadeguate di generazione in generazione, di promessa in promessa, di menzogna in menzogna.

C’è tutto questo nei quarantadue minuti di musica ed eleganza di Stagioni, ma ci sono anche speranza e voglia di lottare (Ho ancora la forza), c’è una visione chiara e consapevole della società e del fatto che per quanto il mondo sia cinico e disincantato oggi, rimane ed anzi è più forte che mai oggi il desiderio di portare avanti nella realtà della vita quotidiana i propri ideali, non importa se con grandi gesti plateali o piccoli fatti della quotidianità (Don Chisciotte).

In un album del genere c’è anche spazio per la malinconia, per uno che la vita ed il pensiero del giovane Francesco l’ha segnata davvero e cioè il Che Guevara, cui è dedicato il singolo che da il nome all’album, Stagioni (link) appunto ma, anche nelle tre stagioni Autunno (link), Inverno ’60 - per altro forse il brano meno riuscito di tutto l’album, un’ imprecisa imitazione di Jazz che Jazz non è e che perfino un amante del Jazz come Babar da Celestropoli ha faticato a collocare -- e Primavera ’59 (link).

Malinconia, speranza, tristezza, tutti sentimenti, tutti riflessi che ritroviamo ascoltando E un giorno… (link), toccante lettera dedicata alla figlia, che da bambina si risveglia adulta nel mondo ed ogni cosa appare diversa, più scura e che per fino il suo amato padre sta invecchiando, finchè realizza che lo stesso è avvenuto ad altri,a tutti ed allora assume una nuova consapevolezza di sè e del padre “Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po’ folle, un po’ saggio nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio, la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato, la paura e il coraggio di dire: io ho sempre tentato, io ho sempre tentato… “

Volevo esser breve e mi sono dilungato però portate pazienza perchè due parole vanno dette su Ho ancora la forza (scritta a quattro mani con Ligabue) che è proprio un inno a tener duro ed a combattere anche se tutto gira male ed il semplice andare avanti sembra impossibile, brano vibrante e molto rock, che tiene in continua tensione e non lascia spazio a pause, perchè il vivere di pause non ne da.

Ed arriviamo al mio brano preferito, sì lo so che non dovrei dirlo e dovrei essere imparziale, ma come si fa a non lasciarsi andare quando s’ascolta un capolavoro del genere -- che a dire il vero Guccini ha solo riadattato in alcune sue parti ma che fu scritto inizialmente da Beppe Dati e Goffredo Orlandi per le musiche -- che si può tranquillamente considerare il naturale collegamento tcon Cirano (brano inserito nell’album D’Amore, di Morte e di Altre Sciocchezze del 1996)?!?

Il brano è a due voci (Guccini-Don Chisciotte e Juan Carlos Biondini-Sancho Panza) , riprende il celebre libro di Cervantes ed in breve descrive la storia di un vecchio nobile disamorato della caducità e del cinismo che hanno pervaso il mondo -- dominato dall’ avidità e dalla continua ricerca del potere -- che salta in sella ad un ronzino accompagnato da un improbabile scudiero ed inzia a lottare contro mulini a vento e pastori credendo di combattere giganti avidi ed invasori.

Al sognatore Don Chisciotte si contrappone sempre il concreto e disincantato Sancho,che segue inizialmente il suo padrone solo perchè ha ricevuto promessa di un castello, ma sebbene siano due personaggi separati,due voci contrastanti, è possibile sentire che il pensiero che c’è dietro è unico, quasi che Sancho e Don Chisciotte fossero quelle due voci che sentiamo in testa ogni qual volta dobbiamo affrontare una scelta di vita e questo aspetto è forse ancora più evidente alla fine del brano, quando anche il rozzo e materialista Sancho capisce che il padrone non vuole scappare dalla realtà  ma, che il suo obiettivo è dimostrare al mondo che c’è sempre un altro modo di vedere le cose e che portare avanti i propri ideali nella quotidianità è possibile ed è giusto anche quando questo significa mettersi contro il mondo intero ed esser presi per pazzi o visionari.

Un pezzo straordinario, un vero e proprio capolavoro musicale e poetico, un piacere per l’ascolto ed un momento di riflessione profondo per chiunque, perchè Guccini è grande proprio in questo, nel permetterti di riflettere usando parole e musica semplici ed eleganti, cortesi e quasi familiari come è lui, cresciuto in montagna nella semplicità e vissuto semplicemente seguendo i propri principi senza mai giudicare ed odiando chi si erge a giudice o portatore di verità assolute.


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