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Le visioni di Youngabout

Creato il 27 marzo 2019 da Af68 @AntonioFalcone1

Le visioni di YoungaboutIl cartellone della 13ma edizione di Youngabout International Film Festival, attualmente in corso a Bologna coinvolgendo diversi siti della città (ha preso avvio lunedì 18 per concludersi venerdì 30 marzo), presenta anche quest’anno una rilevante varietà di titoli, sempre con l’obiettivo di coinvolgere le nuove generazioni, rimarcandone problematiche ed aspettative attraverso la proposizione di film loro dedicati. Fra le novità di quest’anno, la proiezione dei lungometraggi risulta preceduta da quella di una serie di cortometraggi, operazione senz’altro meritoria, in quanto consente di portare a conoscenza opere, anche di animazione, spesso di alto livello nel loro impatto visivo e contenutistico ma trascurate dalla consueta, omologata, distribuzione. Tra quanto ho potuto visionare finora, iniziando a scrivere dei corti, mi ha piacevolmente sorpreso Bloeistraat 11, produzione animata belga-olandese scritta e diretta dall’esordiente Nienke Deutz: uno stile piuttosto semplice, essenziale, ma al contempo ricercato, incline a visualizzare con toccante sensibilità ed un pizzico di poesia, senza dimenticare il realismo, l’amicizia profonda fra due ragazzine che presto però muterà nei toni e nella sostanza, quando per una di loro avrà inizio la delicata fase della pubertà, cambiamenti fisici e psicologici in rapida successione, nel progressivo accostamento ad una compiuta consapevolezza di una inedita dimensione nell’approcciarsi con la quotidianità.

Le visioni di Youngabout
Degno di nota poi, Il Mondiale in piazza, diretto da Vito Palmieri (anche sceneggiatore insieme a Michele Santeramo), opera particolarmente incisiva, che mette in scena con sagacia di scrittura ed accortezza registica la tematica dell’ integrazione, evidenziando come elementi quali il carattere, la personalità, le attitudini, siano i veri parametri attraverso i quali valutare una persona, sic et simpliciter in quanto essere umano, al di là della sua etnia, rendendo in definitiva la diversità il vero ago della bilancia nel rendere concreto un sostanziale criterio d’eguaglianza. Riguardo invece i lungometraggi mi ha piuttosto divertito, ma anche fatto riflettere, Los bando, ironico e scanzonato road movie norvegese diretto da Christian Lo su sceneggiatura di Arild Tryggestad, girato praticamente ad “altezza d’adolescente” nel mettere in scena il viaggio, dalla consistenza metaforica, intrapreso da quattro ragazzi per prendere parte ad un concorso musicale: l’iter narrativo e la fluidità  registica offrono spazio, circoscritto da tematiche quali il bullismo o l’influenza delle problematiche genitoriali sui figli, alla rilevanza del far prendere aria ai sogni rinchiusi nel cassetto, attivandosi perché si realizzino attraverso un percorso al cui termine, per dirla con Giorgio Faletti, “non è importante quello che provi alla fine di una corsa, l’importante è quello che provi mentre corri”.

Le visioni di Youngabout
Di tutt’altro tenore invece La familia, film venezuelano scritto e diretto da Gustavo Rondón Córdova, presentato nel 2017 alla 56ma Seimane de la Critique del 70mo Festival di Cannes, il cui plot narrativo è incentrato sul tormentato rapporto fra il dodicenne Pedro (Reggie Reyes) e suo padre Andrés (Giovanny Garcia), una volta che si troveranno a fronteggiare una difficile situazione, venutasi a creare quando il primo, nel reagire ad un tentativo di furto perpetrato da un coetaneo, riduceva in fin di vita quest’ultimo. Siamo in un quartiere di Caracas, squallido e idegradato, difficile pensare di risolvere il tutto appellandosi alle istituzioni, del resto assenti, sostituite da leggi non scritte dal retaggio tribale, per cui i due, dopo aver svolto una serie di lavori per continuare a sopravvivere, mantenendosi distanti dalla loro abitazione, troveranno rifugio in aperta campagna, lontano da tutto e da tutti per ricominciare, forse, una nuova vita, lontano da quel consesso sociale che non ha messo in atto nulla per una loro effettiva integrazione, a parte una voluta disparità in nome di un progresso che appare ben distante da una concreta evoluzione.

Una rappresentazione scabra, essenziale, realistica, avvolta da una ruvida  fotografia tendente al grigio ( Luis Armando Arteaga) che sembra voler inglobare ambienti e personaggi in un indistinto  tutt’ uno, intesa a visualizzare sullo schermo, senza alcuna mediazione “estranea” che non sia il filtro della sceneggiatura, la realtà nient’altro che come essa è, restituendone la visione attraverso lo sguardo di Pedro, sempre più progressivo  testimone di una inedita consapevolezza nei confronti dell’esistenza. Il regista pedina letteralmente padre e figlio, ne indaga ogni espressione stando loro addosso con la macchina a mano, mantenendosi distante da ogni forma di compiacimento o pietismo, senza indulgere in sbrigative annotazioni sociologiche: più concretamente, invece, costringe noi spettatori  a riprendere possesso di una morale che non si nutra di ipocrisie o buonismi di circostanza, come evidenziato dall’emblematico finale, quando un leggero movimento della macchina da presa, che ancora una volta si fa tutt’uno con lo sguardo del ragazzino, ne rende atto di una presa di contatto col reale dalla valenza formativa, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, incline ad un’inedita percezione della propria essenza, quest’ultima adattata, così come quella del genitore, col quale si è ormai instaurata una certa complicità,  all’esistenza che ci si è trovati a vivere.


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