Le vite degli Altri: alla ricerca del significato ultimo delle cose

Creato il 16 ottobre 2012 da Dietrolequinte @DlqMagazine

A volte è estremamente difficile riuscire a cogliere i diversi aspetti di una pagina di Storia, specie se traumatica come il comunismo. Eppure il regista Florian Henckel von Donnersmarck vi è riuscito particolarmente bene nel film del 2006 Le vite degli altri, tanto da ricevere una pioggia di nomination e premi, tra cui nel 2007 l’Oscar come Miglior film straniero. Il ritmo da thriller, la suspense coinvolgente della seconda parte, il finale inaspettato, la forte caratterizzazione dei personaggi che oscillano tra paura e disperazione, la passione e la solitudine che li rende estremamente vivi e realistici, fanno della pellicola un ottimo esempio di cinema impegnato, che affronta senza timore tematiche difficili come le persecuzioni e lo spionaggio nella Germania dell’Est. All’ottima riuscita del lungometraggio contribuisce in modo sostanziale la mirabile interpretazione degli attori protagonisti (tutti tedeschi) che si calano alla perfezione nei loro ruoli, in particolar modo Ulrich Mühe, scomparso poco tempo dopo la fine delle riprese. Le vite degli altri è ambientato nella DDR, l’anno è il 1984 (che porta immediatamente a ricordare le pagine del capolavoro omonimo di Orwell) e la STASI (Ministero per la Sicurezza di Stato) tiene sotto stretto controllo l’intera popolazione. In particolare gli intellettuali, da sempre nemici giurati di ogni regime totalitario. Tra questi viene preso di mira il drammaturgo, inizialmente ritenuto non pericoloso, Georg Dreyman (Sebastian Koch) compagno dell’attrice Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck). Sarà proprio a causa dell’interesse del Ministro della Cultura per quest’ultima, che il drammaturgo verrà messo sotto controllo.

Ed è qui che entra in gioco il vero protagonista della vicenda: ad ascoltare, tramite microspie piazzate in tutto l’appartamento, sarà il capitano della Stasi Gerd Wiesler (Ulrich Mühe), fermamente fedele al partito, al socialismo e al sistema. Ciò a cui assistiamo nei densi 137 minuti è un vero e proprio cambiamento, lento e profondo, di quelli che spesso si ritiene impossibile possano verificarsi. Così che la frase/preambolo pronunciata dal Ministro della Cultura ad inizio film, «Le persone non cambiano così facilmente, succede solo nelle commedie» è ribaltata completamente. Perché quella che permea la pellicola è proprio la convinzione che le persone possano cambiare; che di fronte a determinati avvenimenti e circostanze non sia più concesso chiudere gli occhi ed eseguire un compito, come quello di spiare qualcuno, senza che ciò ci travolga. Impossibile credere che si possa restare impassibili quando ci si rende conto dell’atrocità del controllo totale, del lento logoramento che subisce un uomo, privato non solo del suo pensiero, ma anche dell’intimità. Impossibile credere che non si possa restare colpiti dalla bellezza della poesia, dell’arte, dei versi di Brecht e dalle sonate per pianoforte. A punteggiare l’opera vi è la notevole colonna sonora affidata a Gabriel Yared e Stéphane Moucha, le cui composizioni si caratterizzano per l’accentuato lirismo volto a rimarcare l’atmosfera malinconica e asfissiante della storia.

La stessa atmosfera che si respira ne La conversazione di Francis Ford Coppola, altro lungometraggio pluridecorato (Palma d’Oro al Festival di Cannes 1974 e candidato all’Oscar come Miglior film nel 1975). Si nota soprattutto un’affinità tra i due protagonisti: l’investigatore privato Harry Caul (Gene Hackman) del film di Coppola, come il capitano Gerd Wiesler, evita ogni coinvolgimento emotivo, fino a quando non esplode il senso di colpa derivante da una tragica esperienza precedente. Come nella pellicola di Donnersmarck il solitario protagonista sembra vivere ed emozionarsi grazie alle “vite degli altri” ed ecco che il loro lavoro diventa uno strumento per continuare a tenersi a galla, a cui si attaccano quasi morbosamente per sopravvivere, per aver qualcosa che li sostenga e li mantenga vivi. Così quello che Orwell aveva prospettato nel suo 1984 come l’incubo più nero dell’umanità, l’essere costantemente osservati, rivela il suo lato più tragico nella speranza che costituisce per coloro che spiano. Perché se risulta impossibile gestire e controllare la propria vita, i due protagonisti controllano magistralmente quella degli altri. Ne notano ogni dettaglio, particolare, ogni pausa, ogni inflessione della voce. Passando alla lente d’ingrandimento ogni frase, ogni parola, sperano di coglierne il significato ultimo. Ma forse il significato ultimo delle cose, sempre se ne esiste uno, è come la nube bianca della poesia di Bertolt Brecht Ricordo di Mary A. letta dal capitano Wiesler: fiorisce solo un istante, per poi sparire nel vento.


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