Leggere nuoce fortemene all’ignoranza

Creato il 13 ottobre 2011 da Cultura Salentina

E’ la frase che si accompagna allo “Scrigno”, un sito letterario dove spesso mi reco a respirare un po’ d’aria buona, sicuro d’incontrare gente come me, amanti della lettura, prosa o poesia che sia, ma capace di farti volare al di sopra delle mille problematiche che affliggono la tua quotidianità. Se un autore è bravo, riuscirai immediatamente a immedesimarti nel personaggio fino a rubargli la personalità e ti sentirai di volta in volta, cavaliere, bandito, vecchio, bambino, fata o vampiro, mentre leviti nel mondo incantato della fantasia, che la lettura è riuscita a creare intorno a te. Altre volte la lettura ti aiuta a crescere culturalmente, diventando studio, impegno, istruzione e allora, armato di una matita multicolore, consumi le ore cercando di capire concetti, equazioni, teorie che accrescano la tua conoscenza e sazino la tua voglia di sapere.

E dialoghi coi grandi del passato, entrando nelle loro menti, tuffandoti nell’antica Grecia, nel mondo fiabesco dell’oriente, o nel pantheon incantato di lontane e pittoresche deità. Inutile leggere se questo esercizio non è per te piacere, inutile sprecare il tuo tempo, se leggere non ti conduce per mano a godere di antichi concetti o moderne teorie che ti spronino alla ricerca, allo scambio di esperienze eterogenee e difformi che, col dialogo, annullino o affievoliscano le distanze e le differenze culturali. Leggendo si diventa più tolleranti e la mente si apre, sprigionando a sua volta tutte le potenzialità che restavano latenti, in un angolo remoto dei tuoi meandri cerebrali, aspettando forse che una frase, una parola, un concetto, ne ridestino la volontà di fare, in un mondo dinamico e suscettibile di ogni evoluzione e progresso.

Alla base della lettura c’è il libro, quel volume cartaceo che forse sarà sostituito da microscopiche librerie, capaci di contenere in una scatoletta non più grande di un accendino, l’equivalente dell’intera biblioteca d’Alessandria, ma non credo che ciò avverrà. Troppo bello il profumo di vecchi testi ingialliti dal tempo, magari quelli scolastici dove hai attinto i primi rudimenti del sapere e che sanno di fanciullezza, di tenero e nostalgico ricordo del tuo infantile divenire. Platone diceva che non si deve scrivere. A suo dire scrivere impedisce l’esercizio della memoria ma, se neanche lui avesse scritto come il suo maestro Socrate, come avremmo noi potuto attingere alla sua sapienza, alla sua logica, al suo complesso dialogare?

Eppure nell’antica Grecia solo gli schiavi leggevano e questo compito era considerato scadente e disdicevole e soprattutto passivo (anche con riferimenti vagamente sessuali) perché lo schiavo doveva leggere ciò che altri avevano creato ed esprimere concetti magari contrari alle proprie opinioni. Alcune raffigurazioni presenti in antichi vasi dorici, ci confermano la realtà di questa usanza che già nell’antica Roma si andava modificando laddove i cantori e i rapsodi che, a differenza dagli aedi, si limitavano a ripetere creazioni altrui, pure venivano considerati degli artisti con una notevole evoluzione sociale rispetto ai lettori greci.

E nella Roma antica gli stessi scrittori cominciavano a leggere in pubblico le loro opere, diventando al tempo stesso, soggetti ed oggetti dei loro scritti e dei loro pensieri.

Nei secoli successivi la cultura sia greca che latina o ebraica, era relegata nei conventi e nei monasteri, laddove la lettura assurse quasi al rango di preghiera, perché tutti i monaci leggevano contemporaneamente come se stessero pregando ed infatti questa usanza prese il nome di “murmuratio” ed era veramente prerogativa di pochi, mentre sempre nei monasteri, alcuni amanuensi copiavano minuziosamente i testi antichi e i testi sacri senza neanche capire ciò che andavano scrivendo.

La stampa sarebbe nata infatti alla fine del 1400 anche se con tirature ridottissime, appannaggio di ecclesiastici e pochissimi dotti e questa usanza, retaggio del periodo medievale, si sarebbe protratta fino al secolo dei lumi, ma sempre con tirature ridotte ma che cominciavano ad annoverare tra i lettori, anche artigiani, medici, avvocati e qualche nobile più o meno stravagante.

Era talmente elitario l’uso della lettura, che alcuni medici parigini assimilavano la lettura alla masturbazione, vuoi perché si legge in solitudine, vuoi perché si pensava conducesse alla cecità come qualche prete di campagna si ostina a predicare da dietro i confessionali. L’esplosione della lettura si ebbe coi primordi del romanticismo e assunse aspetti maniacali. Tutti leggevano e dappertutto, preda di passioni incontrollabili come il romanticismo comandava e non per niente il fenomeno ebbe maggior consistenza in Germania dove lo Sturm und Drang (tempesta e impeto) assurse a simbolo della nuova corrente pittorica e letteraria. Da allora non si è più smesso di leggere e alla lettura è affidata la nostra educazione, la nostra cultura, il nostro piacere. Leggere intensamente un autore ti fa diventare l’autore stesso, condividere le sue emozioni, significa regalargli la vita, il soffio vitale dell’esistenza. Un libro non letto è come un cadavere in putrefazione. Sfogliare le sue pagine, godere della magica sequenza di tante parole che si combinano, danzano, cantano sotto i tuoi occhi, significa trasformare la materia inerte in magico splendore, che ha illuminato i nostri padri e potrà gratificare infinite generazioni che verranno dopo di noi.


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