Lesbiche come ladri

Da Cultura Salentina

di Eliana Forcignanò

Pablo Picasso, "La corsa" (1921) - Museo Picasso Parigi.

Ma quand’è che i politici impareranno a ragionare?

L’ultimo oltraggio al sillogismo aristotelico viene da Domenico Scilipoti – l’appellativo di onorevole può tranquillamente rimanere in un remoto cantuccio, considerando il personaggio – convinto assertore dell’uguaglianza fra lesbiche e ladri. Le lesbiche sono orgogliose di esser tali, tuttavia anche i ladri ostentano – secondo le fantasie del politico – orgoglio per la loro condizione. Dunque lesbiche e ladri sono della medesima razza. Scilipoti commette due macroscopici errori: uno logico, l’altro, per così dire, ontologico.

Errore logico: l’orgoglio non è, forse, proprio di tutti gli uomini?

Non solo le lesbiche – e i ladri, secondo Scilipoti – sono orgogliosi, ma ogni individuo è dotato di almeno un briciolo di orgoglio, pertanto essere orgogliosi significa soltanto appartenere alla schiera degli esseri umani, prescindendo dall’orientamento sessuale e dalla “professione”.

Errore ontologico: i ladri non sono poi così orgogliosi della loro condizione, soprattutto se si distingue l’orgoglio dalla protervia di chi sfida la legge.

Il ladro non è orgoglioso, perché contaminato dalla paura dei suoi atti illeciti. Il sol fatto che i furti si commettano di nascosto contraddice la nozione di orgoglio e lascia spazio a quella di paura.

Parole non solo di una certa incoerenza, bensì anche di estrema arretratezza quelle che Scilipoti ha rivolto alla deputata del Pd Paola Concia, perché, paragonare una lesbica a un ladro significa avere ancora in mente lo stereotipo dell’omosessuale che si nasconde dinanzi all’opinione pubblica e mendica pietà dagli eterosessuali.

Ma Scilipoti non ha detto il contrario? Non ha asserito che le lesbiche sono orgogliose?

Apparentemente sì, ma l’uguaglianza fra lesbica e ladro deriva da un’inconscia tendenza omofoba a credere che la sessualità non etero – dal gay al trans – debba essere criptata proprio come un furto perpetrato ai danni delle persone perbene. E i matrimoni gay? E le manifestazioni come il Gay Pride? Anche questi sarebbero “furti”, perché sottraggono agli etero le loro tradizioni – il matrimonio e la famiglia – e i loro spazi – le sfilate dell’orgoglio gay – nei centri urbani. Il gay deve starsene rintanato nei locali equivoci e nei bagni della stazione aspettando di abbordare uno come lui e di contrarre l’Hiv. Questa “legge”, lungi dall’essere naturale, è un mero capolavoro di perversione che distingue gli uomini e le donne in esseri di prima e seconda classe sulla base di un elemento che dovrebbe, invece, costituire un collante sociale: la sessualità.

Qualcuno, a questo punto avrebbe preferito leggere la parola “amore” al posto di “sessualità”, ma nessuno è tanto sciocco da ignorare che sesso e amore, talvolta s’incontrano, talvolta no. E questo accade sia per gli eterosessuali sia per gli omosessuali. Fra chi s’incontra per una sola notte e chi sta insieme per costituire una famiglia scorre comunque un flusso di energia, avviene comunque uno scambio, per quanto fugace nel primo caso, da non sottovalutare né rinnegare, a condizione che le parti in causa siano adulte e consapevoli delle loro azioni.

Prima di Scilipoti, il cardinale Tarcisio Bertone, con una dichiarazione resa nell’aprile del 2010, aveva omologato i gay ai pedofili: sillogismo sbagliato anche qui, perché, se la pedofilia dipendesse dall’orientamento sessuale dell’individuo, non vi sarebbero pedofili fra gli eterosessuali, mentre è noto che la maggior parte degli abusi sui minori si compiono fra le mura domestiche per mano di padri, nonni, zii che contano sull’acquiescenza delle rispettive consorti. E poi, ascoltare la Chiesa che parla di pedofilia è un po’ come credere che il lupo perda pelo e vizio.

Eppure, il problema non è l’omofobia di certi politici, non gli insulti, pur abominevoli di Scilipoti, almeno finché questi sono rivolti a una collega che ha i mezzi per difendersi e per rispondere adeguatamente. La politica non è più d’esempio in nulla, perché dovrebbe esserlo quando si parla di rispetto della persona? Il teatrino prosegue davanti alle telecamere e su internet, ma quel che più preoccupa – o dovrebbe preoccupare – è la tendenza a trattare certi argomenti soltanto in maniera scandalistica. Scilipoti insulta la Concia, Calderoli si preoccupa per la Padania “ricettacolo di culattoni” e poi lui stesso, insieme con Gianni Letta, compare sulla lista dei politici omofobi ma gay pubblicata dal famigerato blogListaouting”.

In breve, l’elenco degli “scandali” potrebbe non finire mai, ma a chi importa veramente di queste frecciate che si consumano nell’arco di una giornata? Nessuno tocca i piani alti, mentre una lesbica che non si chiama Paola Concia è attesa nel buio di un sottoscala e violentata, un gay che non si chiama Grillini viene brutalmente picchiato mentre fa ritorno a casa.

Gli insulti mediatici sono, forse, meno pericolosi delle percosse notturne che trovano solo un piccolo spazio nel telegiornale delle tredici e trenta. E prima delle percosse ci sono i sorrisi di scherno, le offese fra adolescenti, l’ostracismo delle famiglie nei confronti degli omosessuali. Ma di questo non si parla.

Quasi mai. Non fa audience, non è divertente, è all’ordine del giorno.


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