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LETTERA AI FRATELLI (di Herbert Pagani)

Creato il 04 gennaio 2011 da Rames.gaiba @GaibaRames
Questo è l'ultimo suo atto pubblico prima della morte, il suo "testamento politico" di un ebreo di sinistra.
E' stata letta allo Zénith in occasione della celebrazione dei quarant'anni di Israele. Pubblicata, nell'aprile del 1988, in Italia dal Corriere della Sera.
Shalom Herbert! Toda Herbert! 
LETTERA  AI FRATELLI (di Herbert Pagani)Papa Macelli (1987) - Herbert Paganicuoio, occhiali, gomma. - cm. 29x10x12 
Assediato dai quotidiani, con la vita sospesa tra un telegiornale e l'altro, giro nel mio laboratorio, incapace di lavorare. L'indignazione, ostentata e clamorosa, dei media umilia la mia. Cerco nel concerto delle esecrazioni le poche voci oneste, desiderose di equanimità, quelle che ricordino il prima non per scusare ma per spiegare il dopo, e colleziono i ritagli di questi rari parenti del pensiero, magro album di famiglia. Parlano tutti. Io sono anni che ho rinunciato alla parola e alla musica per lavorare in silenzio ma questo è sempre più abitato da cose non dette. Le parole si affollano, premono, vogliono uscire, e le sento al tempo stesso vane e necessarie. Se non agli altri per lo meno a me. E nella certezza che nessuno mi darà ascolto, l'urgenza di scrivere a tutti.
Fratelli italiani, francesi, inglesi, europei. Nessuna occupazione è pulita. Quella israeliana è sporca come le altre. Da qui a dire che è fatta da sporchi ebrei non vi è che un passo che alcuni di voi hanno fatto agilmente. In nome dei vostri soprusi d'oltremare fateli tacere.
Fratelli yankee. Anche voi gridate allo scandalo, come se quella di David fosse una stella dissidente, e deludente, della bandiera americana. Errore.
Gli israeliani sanno bene di non essere che una briciola della grande focaccia mediorientale che un giorno dovrete spartirvi con i russi. Cosa aspettate a mettervi a tavola con loro? Più il tempo passa, più la briciola indurisce. A qualcuno finirà per restare in gola.
Fratelli russi. Come mai non vi siete uniti al coro? Non siete mai stati così discreti come da quando vi hanno dato la parola. La parola ufficiale di ieri mentiva programmaticamente. Cosa nasconde il silenzio di oggi? Forse il desiderio di apparire neutrali agli occhi di Israele e del mondo, in vista di futuri negoziati? In quel caso avete una strategia più efficace del silenzio: cominciate col lasciare uscire dall'URSS le migliaia di ebrei che ve lo chiedono. Israele vi riconoscerà dei titoli morali, e non solo di potere, per proporre al Medio Oriente una pace che vi soddisfi.
Fratelli delle sinistre, politici, militanti, giornalisti. Avete trovato, per bollare Israele, spazi, titoli e accenti che non trovaste nemmeno per gli attentati e le stragi perpetrate dai palestinesi in casa vostra. Come mai? Condizionare la legittimità di uno Stato alla sua "buona condotta" significa nutrire seri dubbi alla sua necessità. Troppi di voi sono ancora segretamente convinti che la vocazione degli ebrei sia di abitare esclusivamente la storia altrui. Lievito, per secoli, di tante culture, vi sembra innaturale, fors'anche perversa, la nostra volontà di essere pane. Allora io chiedo: a partire da quanti anni di schiavitù lo schiavo perde il diritto di chiedere la libertà, e l'esule una partria? Duemila anni d'attesa sono troppi? Siamo caduti in prescrizione? E chiedo ancora: perché un popolo sia legittimo abitante di una terra occorre che l'abbia conquistata con la spada, l'aratro, il tempo, il denaro o un voto internazionale? Scegliete voi stessi il criterio: sarà il nostro.
Israele è stato agognato nel tempo [1], ricomprato con ul denaro [2], bonificato con l'aratro [3], difeso con la spada [4], e votato dall'ONU [5]. Se oggi Sansone dà colpi di bastone alla cieca è anche a causa della vostra compiacenza nei confronti dei filistei [6].
Fratelli cristiani. Il vostro Salvatore è nato dal grembo di una delle nostre donne. L'antisemitismo è nato nel grembo della vostra Chiesa. I morti ebrei per mano cristiana sono stati, nei secoli, infinitamente più numerosi di quelli uccisi nei lager dai nazisti. Non c'è fede che giustifichi tanta barbarie. Né visita di Papa in sinagoga che ce la possa far dimenticare. Coraggio, Santità, riconosca lo Stato d'Israele. Solo allora i giudizi del suo gregge potranno cominciare ad avere per noi valore.
Fratelli musulmani. Abbiamo lo stesso padre, Abramo, quindi entrambi diritti di successione. Israele è un paese imperfetto nato da un sogno necessario. Se non potete accettarlo, è perché rincorrete un sogno contrario: quello dell'unità araba. Nato dal ricordo dei vostri splendori passati, vi è servito da cemento durante i secoli dell'umiliazione coloniale. Ma non è un sogno, è un mito. Le vostre diversificate indipendenze ve l'hanno provato: il mondo arabo non esiste. Vi sono soltanto dei paesi arabi, spesso incompatibili, nemici fra di loro, più o meno uniti da una medesima fede, da una medesima "malafede" nei confronti di Israele. Il vostro problema non è mai stato quello di trovare una patria per i palestinesi, ma di impedire agli ebrei di averne una. Comprensibile. Essendo noi stati, nella vostra storia, ciò che le donne furono nelle vostre famiglie - soggetti di second'ordine, senza diritto di parola -  il nostro desiderio di emancipazione è sembrato anche a voi perverso, contro natura. Incapaci di espellere Israele dal vostro corpo geografico avete espulso gli ebrei dal vostro corpo sociale, costringendoli alla fuga.
Così facendo: 1) avete incrementato a centinaia di migliaia gli effettivi del vostro stesso nemico; 2) avete confermato la vocazione al rifugio d'Israele; 3) vi siete privati di uno degli argomenti più speciosi ma anche più trainanti della propaganda araba: Israele, scheggia occidentale. Oggi due terzi degli israeliani sono profughi dei paesi arabi. O, come dice Sua Maestà Hassan II, re del Marocco, arabi di religione ebraica.
Dopo quattro guerre perse nella difesa di un mito, i palestinesi sono rimasti la vostra ultima arma. Invece di assorbirli, li avete caricati come una bomba a orologeria, come timer generazionale. Divenuta anch'essa troppo difficile da maneggiare, avete preferito abbandonarla sul terreno. Oggi esplode a catena, ovunque.
Fratelli palestinesi. I campi nei quali siete nati non sono opera di Israele, ma di una precisa volontà araba. E gli atti terroristici di quelli che si ergono a vostri paladini non fanno che ritardare la vostra liberazione. E' più conveniente discutere con un nemico sincero che prestar fede a leader di così provata cecità. Oggi siete soli con le fionde davanti a Israele. Guardatelo bene questo esercito avversario. Non se ne andrà mai. E questo per due ragioni: Israele è l'unico paese al mondo  dove sporco ebreo significhi un ebreo che non si lava. Israele è l'unico paese i cui "invasori", quando scavano il suolo della terra occupata, ritrovano le tombe dei loro antenati. E, inoltre, l'unico paese democratico di questa parte del globo. Il solo in cui si può votare. Il solo in cui  ci si possa esprimere liberamente. E, per assurdo che possa sembrare, è il solo paese dove abbiate ancora qualche amico. E' forse troppo tardi per chiamarli in aiuto? Spero di no. Prego di no. Dio al quale non credo, al quale credo, al quale faccio tanta fatica a credere, se è vero come dicono le Scritture che un giorno fermasti il sole, ferma per un istante la moviola dei secoli. Congela a mezz'aria pietre, pallottole e bastoni. gli uomini hanno forse ancora qualcosa da dirsi, e io due parole da dire ai miei.
Israele. I profeti ti chiamarono un giorno "Sposa del Signore". Ogni sposa ha bisogno di uno specchio. La storia te ne offre uno: siamo noi, gli ebrei della diaspora. Non infrangerlo. Interrogalo. Ascolta.
Ascolta Israele. L'Eterno tuo Dio è uno, e i suoi figli sono tutti i bambini del pianeta. Secondo me c'è un refuso nella Bibbia: tu non sei il popolo eletto, bensì il popolo elettore. Hai eletto Dio a presidente della tua storia per l'eternità, e se sei sopravvissuto, malgrado la tua debolezza, fino ai nostri giorni, allorché tante civiltà sono cadute in polvere, è perché sei stato fedele ai suoi comandamenti. Egli ti ordina di difenderti, ma anche di amare. Obbedisci. Cosa vuol dire amare? Vuol dire assumersi la responsabilità del prossimo. Il tuo prossimo è là davanti a te. Ha demolito la tua immagine agli occhi del mondo, rubato i tuoi amici, ucciso i tuoi figli e si è servito dei suoi come esca per farti cadere nella trappola della repressione. guarda chiaro, Israele1 Avviene per i popoli come per i bambini. Alcuni cadono in delinquenza per mancanza di genitori vigili alle loro necessità. Prima di te, Israele, i palestinesi non esistevano come nazione. Sono nati dall'averti visto nascere, sono cresciuti all'ombra delle tue vittorie, e se oggi gridano che vogliono tutto, anche Tel Aviv e Haifa, è più per disperazione che per convinzione. Non hanno più niente. Lo so, avrebbero potuto tenersela quella parte di terra assegnatagli dall'ONU nel 1947. Ma chi sbaglia i calcoli nella storia non può essere penalizzato in eterno. Lo so, non c'è con chi parlare. Tutti i palestinesi  moderati sono più o meno succubi dell'OLP, e l'OLP prevede ancora nel suo statuto la liquidazione dello Stato d'Israele. Lo so, non esiste in tutta la storia della diplomazia il caso di uno Stato sovrano disposto a trattare con un gruppo che si prefigge la sua distruzione. Lo so, il mondo ti chiede l'impossibile. Trovare una soluzione che poggi sulla morale che tu gli hai insegnato e che esso, ogni giorno, ovunque, trasgredisce. Il mondo che di te non ha avuto petà, ti chiede pietà per chi di te non ne ebbe, e domani probabilmente non ne avrà. Quindi a rischio della tua sopravvivenza. Provaci lo stesso. Siamo abituati ai miracoli. E i miracoli moderni sono i gesti inattesi degli uomini. Per una volta, dirotta tu qualcosa: dirotta il corso della storia. Tendi la mano, Israele, anche se non c'è nessuno a stringerla. E prendi il mondo a testimone di questa mano tesa. E finalmente, si saprà chi sei: non una scheggia occidentale piantata nel cuore del mondo arabo, ma la punta di diamante del Medio Oriente nel mondo.
Shalom, Herbert Pagani - Parigi, 1988   
  
_________[1] Per ben duemila anni  gli ebrei della diaspora hanno ripetuto questa invocazione nella preghiera di Pasqua "Oggi schiavi in Egitto, l'anno prossimo a Gerusalemme". Il Sionismo ha trasformato questa preghiera in programma. [2] La rinascita geografica di Israele è stata possibile grazie alla presenza in ogni casa della diaspora, dal 1902, di un bossolo del KKL (Fondo Nazionale Ebraico) per la raccolta di oboli destinati all'acquisto di terre in Palestina. Il progetto ebraico scatenò l'avidità dei latifondisti arabi che pretesero ed ottennero prezzi esorbitanti anche per appezzamenti di deserto o di palude.[3] Kibbutz, plurale: kibbutzim: comunità di lavoro socialiste. Moshav, plurale moshavim: coperative agricole. [4] 1948, 1956, 1967,1973: quattro guerre in quarant'anni. 1982: spedizione in Libano. Primo evento bellico sulla cui necessità si divide l'opinione di civili e militari in Israele.[5] 9 novembre 1947: le Nazioni Unite votano la spartizione della Palestina in due aree, preludio alla costituzione di due Stati indipendenti. Voti a favore: 33 (fra i quali quello dell'URSS); voti contrari: 13 (fra i quali quello della Grecia); astensioni: 10 (fra i quali la Gran Bretagna).[6] Il nome Palestina deriva da Falastin, filisteo.  

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