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Lettera aperta a Daniele Novara sulla dislessia (e non solo)

Creato il 31 ottobre 2017 da Frmagni
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scritto da: Francesca Magni

Buongiorno dottor Novara,

il 29 ottobre, a Uno Mattina, lei ha definito malattie mentali la dislessia, la discalculia, la disgrafia. Provocazione? Lo spero…

Sono la mamma di un “malato di mente” (studente al liceo classico), la “moglie di un malato di mente” (giornalista), la figlia di un “malato di mente” (chirurgo pediatra), la cognata di un “malato di mente” (fisico), la nuora di una “malata di mente” (insegnante di lettere). Sì, nella mia famiglia ci sono alcuni “dis”, ognuno con le proprie personalissime declinazioni di questa neurovarietà, chi dislessico, chi disgrafico, chi con difficoltà nella memorizzazione dei lessici specifici, a fronte di intelligenze piene se non sopra la media e di ottime carriere professionali.
Per ragioni anagrafiche solo uno, mio figlio ora 15enne, è certificato; gli altri si sono riconosciuti attraverso di lui e proprio grazie a questa “agnizione” (la scoperta della dislessia di mio figlio quando aveva 12 anni) hanno riletto le proprie personali peculiarità: si sono capiti meglio.

Io chiamo i dislessici i mancini dell’apprendimento. Le neuroscienze – non un atto di fede – oggi ci dicono che esistono persone con alcune reti neurali disposte in modo atipico

e che da questo deriverebbero alcune caratteristiche come i cosiddetti DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), di cui oggi persino l’Associazione Italiana Dislessia arriva a mettere in dubbio l’acronimo: disturbi? Si tratta di disturbi solo in relazione a una scuola che non sa prendersi cura dei diversi stili di apprendimento e dei diversi modi di “funzionare” del cervello. Tant’è che, se sopravvivono alla scuola e ai suoi effetti collaterali sull’autostima, queste persone spesso hanno vite e carriere soddisfacenti se non brillanti.

Ora, se il suo ragionamento è: “ci sono troppe certificazioni perché non sappiamo occuparci dell’infinita (neuro)varietà dei nostri bambini”, io posso essere d’accordo.

Mi perdoni, non mi sono ancora presentata. Sono giornalista e mamma di un ragazzo dislessico, ho appena pubblicato  “Il bambino che disegnava parole” (Giunti) storia della scoperta tardiva della dislessia di mio figlio.
È storia vera scritta come un romanzo.
In fondo ci sono alcune appendici scientifiche:
una sintesi degli studi sulla dislessia dal 1870 a oggi;
una serie di domande e risposte sulle “best practises” a scuola;
un “Decalogo dei diritti del dislessico e di ogni studente” in cui parlo per esempio del Diritto di essere considerato normale, ovvero il diritto non essere etichettato” (pag. 358), del Diritto di dirlo/non dirlo” (pag.363), e anche del Diritto di non fare media, ovvero il diritto al perdono” (pag. 360) in cui, come lei, sostengo che i voti numerici non siano cosa buona.

Io sono certa che lei è mosso da intenti positivi e condivisibili. Ma se ora lancia la crociata anti certificazioni, raccoglierà il partito di quelli che quando sentono dislessia dicono «Io non ci credo». Raccoglierà il partito degli ignoranti che non sanno cosa dicono le neuroscienze, raccoglierà i facinorosi e gli arrabbiati che hanno sempre bisogno di gridare a qualche lupo. Farà il gioco di certi insegnanti che mi dicono «Suo figlio non è dislessico, ha problemi psicologici, è ansioso e non sta mai fermo»… Finirà per rafforzare proprio le cose che vuole combattere.

La battaglia contro le certificazioni ha senso, sono io la prima a pensarlo, ma richiede lente tappe di avvicinamento. Si combatte capillarmente, parlando con gli insegnanti in modo ragionevole. Aiutandoli a vedere, sapere, capire. Non si combatte urlando in tv, come ha fatto lei a Uno Mattina il 29 ottobre  (il suo intervento inizia a 1h e 20′) che la dislessia e la disortografia e la discalculia sono malattie mentali.
Perché io credo di avere capito che la sua era una provocazione (me lo confermi, la prego!), ma nelle orecchie della gente resteranno solo poche parole: dislessia=malattia mentale. L’ennesima ferita per chi, come mio figlio, lotta perché la scuola finalmente riconosca e accetti il suo modo di essere e di funzionare. Accetti la sua intelligenza, anche se non corrisponde agli standard richiesti per anacronistica prassi.

Se ho intuito bene il suo pensiero e l’obiettivo che lei si pone, credo che non sarà contro quello che ho scritto nel mio libro, anzi. Per questo mi fa piacere regalarglielo (gliene ho spedito una copia al Centro PsicoPedagogico di Piacenza). Spero che troverà il tempo e la voglia di leggerlo, per amore di tutti quei bambini e ragazzi che oggi hanno solo la certificazione, una detestabile etichetta, come mezzo per accendere una luce sul proprio specifico modo di essere.

Mi permetto di suggerirle il video di un intervento (al Festival della Mente di Sarzana) di Maria Luisa Gorno Tempini, neurologa comportamentale che da 15 anni lavora a San Francisco al Dyslexia Center. Quello che racconta sull’origine della dislessia è illuminante. Va nella direzione che le è cara, glielo assicuro.
Dobbiamo trasferire alla scuola e ai pedagogisti le conoscenze sul cervello umano: per capire che esistono infinite neurovarietà e che NON sono malattia mentale.

Oggi queste caratteristiche le certificano i neuropsichiatri: è un passaggio, doloroso, detestabile, ma al momento necessario.
Un giorno lo sapremo e basta: tu sei/non sei mancino, io sono stonato/intonato, tu hai/non hai senso dell’orientamento, io so/non so disegnare, tu sei/non sei coordinato, io ho/non ho memoria per i numeri, tu sai/non sai ballare, io ricordo/non ricordo le parole strane, tu stai attento solo se ti muovi, io solo se sto fermo, tu impari guardando, io ripetendo… Ognuno raggiungerà il proprio voto massimo con il proprio stile e le proprie capacità specifiche. Se sei un pesce, ti farò nuotare, se sei uno scoiattolo ti farò arrampicare.

L’obiettivo è che non servano più certificazioni. Ma dobbiamo arrivarci senza fare morti e feriti, più di quanti già non ce ne siano. Inseguendo evidenze scientifiche, non atti di fede. Con alleanze, non crociate.

Ci proviamo? Io ci sono.

La ringrazio per l’attenzione e la saluto con stima.
Francesca Magni


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