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Letture per l’inverno/7: Lo spazio del Tango. Il Cabaret porteño, di Alessandra De Luca

Creato il 07 marzo 2012 da Eldorado

Alessandra De Luca è nata a Rimini nel 1974. Laureata in Lingue e Letterature ispanoamericane presso l’Università La Sapienza di Roma, bibliotecaria, cura il blog www.lispam.wordpress.com cultura, notizie e curiosità dall’America Latina.

Letture per l’inverno/7: Lo spazio del Tango. Il Cabaret porteño, di Alessandra De Luca
Tango. Il nuovo ritmo approda a Parigi nel 1903. Tutto fa pensare che il cabaret a Buenos Aires si sviluppi prevalentemente come luogo per accogliere il fenomeno del tango, che, al suo trionfale ritorno dall’Europa, ha ormai acquisito la legittimità che gli consente di affacciarsi ufficialmente al pubblico. Inoltre, il successo oltreoceano ne sancisce la definitiva appropriazione da parte delle classi alte e, da ciò, emerge la necessità di collocarlo in un ambiente esclusivo e raffinato in modo da tenervi a distanza guapos e compadritos che, nei bordelli, condividevano gli stessi ambienti della classe agiata.    

In questo clima nasce, dunque, il cabaret, luogo di svago e di ritrovo ispirato all’omonima tipologia di locale notturno francese; si tratta di un luogo che riunisce in sé tutte le funzioni del bordello, ma in una atmosfera decisamente più discreta e lussuosa, che riserva un posto d’onore alla musica ed alla danza, prediligendo il tango. L’inaugurazione del primo cabaret-ristorante avviene nel 1911: si tratta del famoso Armenonville, cui rese omaggio Juan Maglio con un brano omonimo, citato spesso da diversi testi del tango; era immerso in un ampio giardino circondato da vari padiglioni e funzionava soltanto durante il periodo estivo. In questo luogo era possibile mangiare all’aperto, oppure appartarsi nelle sale riservate, collocate sopra i padiglioni; presentava, inoltre, una villetta con ampie vetrate in cui si esibì anche il duo Gardel-Razzano. Nel 1913 si decise di eleggere, attraverso il voto dei clienti, una orchestra stabile di tango; dalla votazione risultò vincitore Roberto Firpo. Questo avvenimento diede avvio all’era dei cabaret poiché sancì la nascita di quella che più tardi si sarebbe evoluta come “orchestra tipica”. I musicisti del cabaret si trasformarono in poco tempo in personaggi eleganti e ben educati, integrati perfettamente nell’ambiente borghese in cui si esibivano; questo elemento contribuì ad incrementare il prestigio del tango fra le classi alte ed a dissipare anche le ultime esitazioni. Luoghi di svago di una classe conservatrice che sentiva il bisogno di affermare e consolidare il proprio potere anche attraverso l’ostentazione ed il lusso, i cabaret, attrezzatisi per restare aperti durante tutto il corso dell’anno, si diffusero in pochissimo tempo, cambiando il volto notturno del centro della città: nacquero il Royal Pigall, il Chanteclair, il Moulin Rouge ed altri, ed in questo contesto i testi di tango abbandonarono definitivamente il loro lato osceno per lasciare spazio a quello sentimentale e patetico che più si confaceva al nuovo pubblico.

La clientela del cabaret degli anni venti è composta prevalentemente da un pubblico di funzionari e magistrati vicini all’allora presidente Torquato Alvear; costoro impegnarono i loro sforzi nel tentativo di acquisire i costumi della classe aristocratica ed amalgamarsi ad essa. In questo nuovo panorama furono selezionati, per le orchestre, musicisti più colti e raffinati rispetto alla generazione precedente, che arricchirono il tango di innovative linee melodiche e sonore. 

Verso il ‘40 il cabaret inizia a venir frequentato dalla nuova borghesia industriale, arrichitasi velocemente in seguito all’isolamento provocato dalla seconda guerra mondiale, che eliminò la concorrenza straniera. Blas Matamoro la dipinge così:

 Copiando los antiguos hábitos de la oligarquía, mostrándose pródiga en gastos de diversión, concurre al cabaret y quiere tener su música. Necesita protección y fomento estatal y depende de lo que consuma el mercado nacional, de manera que su ideología es nacionalista.

Letture per l’inverno/7: Lo spazio del Tango. Il Cabaret porteño, di Alessandra De Luca
Viene rispolverato il tango degli anni Venti, particolarmente caro a questa nuova classe dirigente, ed il nuovo repertorio è contraddistinto da una elevata qualità poetica dei testi ed una attenta ricerca a livello melodico.

Horacio Salas segnala che nel romanzo di Manuel Gálvez Nacha Regules si trova una descrizione del tipico cabaret di Buenos Aires, che dà una accurata idea del clima che si respirava in questi ambienti e, soprattutto, dello stretto legame fra questo fenomeno ed il nuovo modo di prostituirsi: «il cabaret porteño è un locale da ballo pubblico; una sala, tavoli dove poter bere e un’orchestra. La clientela è composta da giovani della classe alta, le loro amanti, curiosi ed alcune “ragazze di vita”, che ci vanno da sole. Il tango, genere quasi esclusivo, e la Orquesta tìpica fanno mettere radici all’anima dell’arrabal tra lo champagne e gli smoking». 

Più avanti Salas illustra gli aspetti salienti della nuova prostituzione, trasferitasi, assieme al tango, dai burdeles ai cabaret; i membri dei ceti elevati, infatti, che fino ad allora frequentavano i postriboli, iniziano ad optare per soluzioni più discrete, ovvero scelgono una mantenuta da installare in un appartamento confortevole sullo stile di quello descritto in A media luz, meglio se francese, indice di raffinatezza, ma non disdegnano nemmeno le belle ragazze dei conventillos, ben liete di vedersi strappate, almeno per un periodo, ad un sicuro destino di miseria. Queste mantenute, osserva ancora Salas, non sono necessariamente passate per il cabaret, spesso ci si recavano in compagnia del loro amante, ma le donne cantate dai tanghi erano generalmente altre; si trattava di dipendenti del locale, vere e proprie entraîneuse, assunte per invogliare i clienti ad ordinare il maggior numero di consumazioni possibile, erano generalmente giovani e civettuole ballerine ed, in caso, anche prostitute. Questo era, dunque, il lavoro che attirava le molte obreras, costureras e pebetas ammassate nei conventillos verso il centro di città, e che le trasformava nelle relative minas, percantas e flores de fango, almeno secondo l’ottica popolare o, al massimo, piccolo borghese dei letristas del tango di quest’epoca.


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