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Letture per l’inverno/8: La voracità europea, di Gustavo Duch

Creato il 13 marzo 2012 da Eldorado

Gustavo Duch, catalano di Barcellona, veterinario, per 18 anni è stato il direttore di Veterinarios sin Fronteras. Attualmente è il coordinatore della rivista Soberania Alimentaria e collabora con la Universidad Rural Paulo Freire. L’articolo qui riproposto in italiano è apparso su Liberación e sulla pagina web di Duch: http://gustavoduch.wordpress.com/

Letture per l’inverno/8: La voracità europea, di Gustavo Duch
Il calcolo mi ha impressionato e, come tale, è inequivocabile. Il giornalista ambientalista Jordi Bigues mi ha spiegato che un albero di cacao produce ogni anno un chilo di cacao processato, pronto per essere consumato. Se il consumo di cacao all’anno e per persona in Spagna è in media di 5 chili, significa che in Costa d’Avorio o in qualsiasi altro territorio tropicale, ci sono cinque alberi piantati a mio nome. E questo senza che io lo sappia. Se pensiamo al caffè, altra coltivazione tropicale, le persone che bevono un paio di tazzine al giorno, possiedono in usofrutto 18 piantine. Padroni di una mini piantagione.

In un sistema di commercio perfetto e solidale, con i livelli di consumo equilibrati alle possibilità della natura, forse questo uso di terre d’altri potrebbe essere un semplice scambio, con benefici per il consumatore ed il produttore. Non è così. Dietro il cacao o il caffè ci sono molte ore di lavoro infantile e salari da miseria, di persone cacciate dalle loro terre e di terreni spremuti dallo sfruttamento. Ragion per cui, conoscere questo dato dei prodotti che solo alcuni paesi producono grazie al loro clima, può essere rivelatore. Ora che sappiamo che il cibo che giunge sulle nostre tavole, il legno con il quale si fabbricano i mobili e, naturalmente, gli agrocombustibili con i quali si pretende assicurare il pieno delle auto viene da lontano, cosa succede se contiamo quante vacche, galline, maiali, frutteti, campi di grano, pini, palme africane etc. Possediamo nelle nostre nomine agroalimentarie?

Il calcolo è già stato fatto. Cominciando dall’indicatore conosciuto come impronta ecologica, che rappresenta ¨lo spazio del pianeta che ogni popolazione usa per generare le risorse necessarie e per assimilare i residui prodotti¨ (ossia, una misura che raffronta consumo e sostenibilità) appare ora un nuovo indicatore, l’impronta dell’uso della terra, che si centra nel calcolare la superficie di cui ha bisogno una persona o un paese per disporre dei prodotti agricoli e forestali che utilizza.  Come l’impronta ecologica, questa misura ci avvisa dell’uso esagerato al quale stiamo  assoggettando la terra; indica l’ingiustizia della fame in paesi produttori di alimenti; e aggiunge, come vedremo, un valore di dipendenza: con questi calcoli possiamo interpretare l’attuale vulnerabilità alimentaria alla quale è giunta l’Europa.

Il calcolo del nostro uso di alimenti, legnami o energía è facile se lo misuriamo in base alla quantità di terra necessaria per la sua produzione. La superficie, gli ettari di terra, è un parametro che ci permette di sommare i terreni dedicati alla coltivazione di pomodori o di cetrioli delle nostre insalate allogene –con grandi probabilità che provengano da terre proprietà del re del Marocco-; gli ettari di soia necessari per ingrassare i nostri piatti carnivori –al cento per cento provenienti dal latifondismo oligarca sudamericano- o gli ettari di palma africana –sicuramente piantati in Indonesia o Colombia, nell’ambito di gravi episodi di violenza- che si piantano e vengono sfruttati per fabbricare biocombustibile. Restano fuori da questi calcoli, logicamente, i prodotti del mare, che attraverso altre informazioni sappiamo che, nel caso dell’Europa, provengono per un 70% da mari di altre latitudini.

Come c’era da aspettarsi, gli studi dell’organizzazione Amigos de la Tierra sull’impronta dell’uso della terra, hanno indicato che gli Stati Uniti sono al primo posto del consumo, con 900 milioni di ettari per l’alimentazione della sua popolazione. Segue l’Europa, dove si consumano 640 milioni di ettari di terra, ossia l’Europa usa l’equivalente di 1,5 volte la propria superficie, diventando così il continente che più dipende dall’¨importazione¨ di terre. Siamo, di fatto, la popolazione che più terra prende a prestito (a volte sotto la forma di trattati commerciali, a volte con la forza) da altri continenti: un 60% della ¨terra consumata in Europa¨ è importata.

I fattori che ci hanno portato a questa situazione sono facili da scoprire. In primo luogo, ci sono le misure politiche europee, che si incamminano precisamente verso questa direzione, a comprare cibo fuori, spopolando il nostro ambiente rurale; in secondo luogo, il consumo eccessivo di carne, che si è imposto progressivamente dall’agroindustria alla popolazione, che porta alla necessità di importare milioni di tonnellate di cereali e legumi per ingrassare il bestiame; ed infine, i criteri politici di favorire l’agrocombustibile come fonte d’energia.

Questo modelo di terre conquistate implica molte conseguenze, però qui ne segnaliamo due che possono passare inavvertite. Primo: l’Europa è vulnerabile parlando di alimenti. Ossia, non siamo autosufficienti ed un pessimo raccolto di soia in Argentina, per esempio, può significare un deficit di latte, carne e uova nei nostri supermercati. Oppure, una speculazione alla Goldman Sachs sul valore del mais alla borsa di Chicago, rappresenterebbe un incremento del costo delle importazioni sulle nostre bilance commerciali.

Secondo: dietro questo modelo di agricultura globalizzata e di consumo eccessivo, c’è l’accaparramento di terre che da un decennio si sta estendendo come una piaga nei paesi più poveri. I calcoli indicano che una superficie equivalente alla metà delle terre fertili disponibili in Europa è già stata acquistata (a un prezzo ridicolo, se c’è un prezzo) dal capitale straniero nei migliori posti dei paesi africani o sudamericani. Oggi, l’incetta delle terre fertili nei paesi agricoli del Sud è sicuramente il maggior responsabile delle nuove popolazioni affamate, derubate del suo mezzo per guadagnarsi la vita.

Per fermare la dipendenza e la fame, l’equazione è semplice: proteggiamo la nostra agricoltura locale, consumiamo con misura ciò che producono stagionalmente i piccoli produttori locali. Tutto è collegato.


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