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» Lezioni sul 900: Il Sergente nella Neve, Mario Rigoni Stern – Recensione

Creato il 30 novembre 2019 da Marta @M_Sognatrice

» Lezioni sul 900: Il Sergente nella Neve, Mario Rigoni Stern – Recensione

Ho un ricordo vivido delle elementari: la partecipazione della nostra classe a un progetto sulla Resistenza. Ho ancora l’elaborato finale nella mia casa, ad Ascoli. Ricordo le gite fatte sui luoghi in cui i partigiani combattevano contro fascisti e nazisti, le domande fatte ai sopravvissuti, a chi quella guerra l’ha vissuta. Ricordo il film su Anna Frank. E poi crescendo ricordo la mia passione – anche se è un termine forse brutto per il tema – per tutti i film sulla Seconda Guerra Mondiale e non solo. E ancora le lacrime per avermi costretto a entrare ad Auschwitz nella gita delle superiori. Io che non volevo vedere quelle immagini, io che non sono riuscita a gestire le emozioni, soprattutto quando ho visto quegli abiti piccolissimi che appartenevano a bimbi, le vittime più innocenti della malvagità umana. Ho sempre provato molto interesse per la Storia, soprattutto per questi anni; dentro di me c’è sempre quella voglia di conoscere, sapere, ricordare. Perché non si dovrebbe MAI, mai, mai dimenticare. E in questi anni in cui certi termini tornano alla ribalta provocando nausea e spavento, c’è ancora più voglia di leggere libri da parte di chi quella guerra l’ha vissuta. Voglio fare una premessa e poi chiudo l’argomento: no, non sono una di quelle persone che attacca solo il Fascismo e il Nazismo, ma so benissimo anche cosa sia successo in Russia e so delle Foibe. La violenza è sempre un male. Punto. Le dittature, i regimi violenti che spezzano vite umane sono il male. Non mi interessano i colori politici. Certe atrocità non vanno mai dimenticate. Chi incita all’odio dovrebbe essere fermato, perché la Storia corre il rischio di ripetersi.

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Chiusa questa breve parentesi. Perché tutto questo discorso introduttivo? Perché questo mio interesse mi ha spinta in questo mese ad assistere a quattro Lezioni sul Novecento, presso il Circolo dei Lettori di Torino, a cura di Giorgio van Straten, scrittore e traduttore, già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a New York.

Quattro appuntamenti con Quattro grandi Scrittori Italiani: Primo Levi (Se questo è un uomo), Mario Rigoni Stern (Il sergente nella neve), Beppe Fenoglio (Una questione privata) ed Elsa Morante (La Storia).
Per me è stata anche l’occasione non solo di conoscere scrittori di cui sapevo poco, ma anche di leggere nuovi libri. O meglio, finora sono riuscita a leggere Il Sergente nella neve – di cui vi parlo oggi – e Una questione privata di Beppe Fenoglio. Ma nei prossimi mesi (spero entro gennaio) recupero Levi e Morante!

Oggi, quindi, vi propongo i miei pensieri sulla base della mia lettura e di quanto ascoltato nella lezione, su Mario Rigoni Stern e il suo bellissimo libro “Il sergente nella neve” edito da Einaudi.

Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?

Una frase che Giuanin ripete spesso a Rigoni Stern. Quasi un ritornello, una sinfonia, un verso che si imprime molto presto nella mente.
Torneremo a casa? 
È la domanda che forse tutti i soldati in guerra si pongono. La speranza di rivedere la propria abitazione, la baita nel caso degli alpini, i propri cari, di ritrovare il calore, la pace, la vita. Una speranza che svanirà per molti, moltissimi di loro.

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Il Sergente nella neve è la testimonianza di Mario Rigoni Stern sulla sua terribile esperienza in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale. In particolare, viene descritta la difficile e devastante ritirata dal territorio da parte dei soldati italiani – in particolare, in questo caso, degli alpini di cui lui faceva parte nel ruolo di Sergente – tra la fine del ’42 e gli inizi del ’43.

Il libro è diviso in due parti: Il Caposaldo e La Sacca.

Nella prima parte, più breve, i soldati italiani stanno ancora combattendo nelle trincee contro i Russi. Diciamo che serve più da presupposto per la ritirata seguente, per comprendere la situazione, per capire come si arriva a quel punto. In particolare, poi, si può leggere benissimo il cambiamento che subisce lo stesso Rigoni Stern: da soldato italiano convinto di questa guerra, e dei principi per cui è lì, pian piano di fronte all’evidente sconfitta, alla situazione difficile da vivere, muta il suo pensiero. Questa sezione del libro è molto più statica: ci mostra la situazione dei soldati che devono lottare contro il freddo della steppa russa, con la difficoltà di trovare cibo, e anche una sorta di incomunicabilità. Rigoni Stern pur essendo a capo di un reggimento alpino, ha un ruolo inferiore e per questo non sa molto. Comunicazioni arrivano solo ai superiori. E questo diventa molto complicato soprattutto con la seconda parte, definita la Sacca, perché è quella in cui i Russi tentano di rinchiudere i soldati italiani. Non si conoscono i luoghi, non si conosce quanto manca alla destinazione finale, si sa solo che bisogna avanzare, costantemente, e stare attenti ai possibili attacchi nemici. Ma avanzare senza mezzi, a piedi, sulla neve, con il freddo che ti penetra nelle ossa, che ghiaccia il corpo, e con poco cibo non è facile. Eppure, con semplicità, un uso continuo di ripetizioni, e una forza evocativa Rigoni Stern riesce a trasmettere tutto ciò che provano, in maniera così limpida, che ti sembra di vederle quelle immagini, di essere lì come un muto spettatore, di avvertire i brividi di freddo, il ghiaccio nelle ossa, l’assurdità della violenza e dei comportamenti umani.

L’autore riesce a trasmettere perfettamente tutto ciò che vede, e attraverso l’uso di particolari piccoli e precisi dona una certa concretezza alle immagini che descrive. Ti sembra, davvero, di essere lì, di averle dinnanzi ai tuoi occhi, di provarle sulla pelle. Ti sembra di vedere il presepe, le lettere, gli oggetti che sono costretti a lasciare nel rifugio, quando inizia la ritirata. Frammenti di ricordi e di umanità.

C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma io non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.

Durante questa ritirata ci sono molti aspetti interessanti da porre in risalto.
Innanzitutto non c’è giudizio. Rigoni Stern si limita a descrivere quanto visto, anche nelle immagini più crude, nelle azioni spietate di quelli che dovrebbero essere gli alleati tedeschi, si limita solo a chiedersi perché di certi atteggiamenti assurdi, ma non dà un vero e proprio giudizio, una polemica, si limita a porsi domande e poi ad avanzare.

In secondo luogo, non si limita a narrare fatti del presente – di ciò che ricorda; questo libro è stato scritto in un lager tedesco nell’inverno del ’44 – ma dà anche riferimenti a un passato che sembra ormai lontano, a quelle memorie di casa che scaldano un po’ il cuore e donano colore in contrasto a quei perenni toni grigi che si respirano in quasi tutto il libro, ma anche al futuro, con alcune immagini molto forti e significative. Sì, questa forza evocativa, questa capacità di trasmettere perfettamente le immagini, facendo risaltare anche i cinque sensi, avviene anche nel tratteggiare ricordi del presente, del passato e del futuro, dove quest’ultimi due rimandano a tocchi di colore, di serenità, di calore, che è casa. Per tutto il presente, durante quella complessa ritirata, invece ti par di osservare un film in bianco e nero. Il bianco della neve che ammanta la steppa russa, gli abiti ormai logori, i piedi nudi o coperti da scarpe ormai mal ridotte, corpi lasciati a terra, perché era impossibile portare con sé tutti i feriti; chi non ce la fa veniva lasciato indietro. E ancora scene di soldati che cercando di dormire uno vicino all’altro, pur di trovare un certo calore; la mancanza di sonno, i sensi sempre all’erta, e a volte quella voglia di arrendersi, di fermarsi lì, di lasciarsi morire come molti o semplicemente di uscire da quell’atrocità e vivere una vita in pace.

Non racconta le vicende dall’alto, da un punto di vista lontano, ma ti fa sprofondare totalmente all’interno, in quel fiume umano – una striscia come una S nella neve bianca – facendoti provare quasi in prima persona le sensazioni avvertite dai soldati, quel senso di caos e dolore, quella speranza di rivedere la baita – la propria casa – ma allo stesso tempo quella voglia quasi di abbandonarsi a quel manto bianco, di lasciarsi andare, perché ormai stanchi.

Non ne possiamo più: siamo disperati di fatica, di freddo, di fame, di sonno.

La natura anche è molto presente, e sebbene possa ricordare in qualche modo quella di casa – parliamo di Alpini che sono abituati alla neve, alla montagna – in verità è molto diversa: quella russa è sconosciuta, fredda, dura, estrema, a differenza di quella di casa che profuma di tutto il calore al quale vorrebbero tornare.

Ma si avverte anche una lenta caduta dell’autore stesso. Man a mano che si avvicina al caposaldo tedesco, al luogo dove sentirsi al sicuro, in salvo, sembra perdere la sua lucidità, la sua sensibilità, la sua umanità. Il freddo – termine più volte ripetuto – e il gelo, sembrano penetrare a fondo in quegli uomini, arrivando a coprire anche le loro anime, facendo loro perdere tutto il calore, quasi a svuotarli della loro umanità. Veder morire i suoi compagni, ritrovarsi solo, lo porta quasi a essere una sorta di macchina che si limita a colpire, senza più uno slancio emotivo, se così si può dire. Sensibilità che ritrova solo sul finale, quando incontra alcuni suoi compagni e guardandosi allo specchio dopo un iniziale turbamento, si sorride, e rivede in qualche modo se stesso.

Ma io, ormai, non pensavo più a niente; neanche alla baita. Ero arido come un sasso e come un sasso venivo rotolato dal torrente. Non mi curavo di cercare i miei compagni e, dopo, nemmeno di camminare in fretta. Proprio come un sasso rotolato dal torrente. Più niente mi faceva impressione; più niente mi commuoveva.

Quello che vuole fare – e che fa, a mio parere benissimo – l’autore è narrare solamente una condizione umana.
E tutto ciò si sente, si respiraNei rapporti che s’instaurano con i suoi compagni, nei civili russi che incontrano e sembrano donargli un pezzettino della loro umanità, negli sguardi e le voci degli innocenti, dei bambini. Ma anche in una delle scene più forti ed emblematiche che porteranno al suo pensiero finale: quella in cui ha un incontro con dei soldati russi, e inizi a provare una sensazione quasi di sospensione. Pensi che la situazione potrebbe degenerare e, invece, accade qualcosa che non ti aspetti, che sembra per certi versi assurdo se non sai di non essere di fronte a un semplice romanzo, ma a una vera e propria testimonianza realmente vissuta. E lì, respiri quel senso di umanità, quella sensazione di essere uguali nonostante le nostre diversità: uomini, donne e bambini, che possono vivere in pace, rigettare la violenza, instaurare relazioni umane. Un messaggio bellissimo.

Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

Io non conoscevo Mario Rigoni Stern, ma questo libriccino mi ha totalmente fatta immergere in questa testimonianza molto forte e devastante. Mi ha fatta scoprire un aspetto storico di cui forse si parla poco, ma che è importante, essenziale, ancor di più per far comprendere alle persone quanto la violenza vada rigettata. Quanto la Storia vada studiata, compresa, e mai dimenticata.

Ci sono molte, moltissime ripetizioni, ma sono a mio parere essenziali, per far comprendere profondamente quello che molti italiani hanno dovuto subire, in questa guerra assurda e senza senso. Se poi pensiamo che su 230.000 soldati partiti, quasi la metà non tornerà a casa, be’ fa male.

Insomma, io vi consiglio di recuperarlo.
Sì, forse sono letture che fanno male, ma sono anche quelle che possono aiutare ad aprire il cuore e la mente, e a diventare forse più umani.

Ho trovato un video su youtube che voglio condividere con voi. Mario Rigoni Stern parla del suo ritorno a casa dalla Russia, o meglio, del suo mancato ritorno e del coraggio di dire No.
Prima di far rientro a casa, infatti, viene preso e rinchiuso in un lager dove erano morti moltissimi russi. Qui, lui e i suoi compagni furono messi di fronte a una scelta: arruolarsi con la nascente Repubblica di Salò o essere considerati dei traditori? Lui e alcuni suoi compagni rifiutano, perché dopo le campagne in Grecia, Albania e Russia, hanno ormai capito di essere dalla parte del torto, e decidono di seguire la propria coscienza. Qui restano fino al ’45. Nell’ordine del Lager venivano dopo ebrei e slavi. Più di 80.000 italiani morirono qui. Lui tornò a casa a piedi, dall’Austria, nella primavera del’45. Molto forti e belle le sue parole in questo video, da imprimere nel cuore: Non bisogna credere, obbedire e combattere, bisogna avere il coraggio di dire no.


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Il sergente nella neve
, di Mario Rigoni Stern

Casa Editrice: Einaudi
Pagine: 139
Prezzo: / preso dalla Biblioteca Centrale di Torino

Voto: ♥♥♥♥♥


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