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Life After Death: l’incontro tra Grazia Deledda e Luigi Pirandello

Creato il 18 settembre 2019 da Alessiamocci
Life After Death: l’incontro tra Grazia Deledda e Luigi Pirandello

Odore di pioggia, cielo di nuvole, sono l'unico cliente di questo bar su una spiaggia sperduta. Me ne sto seduto a un tavolino rotondo, nel fondo di una giornata piovosa di fine agosto.

Mi guardo intorno: piacevolmente nessuno, a parte il cameriere annoiato che passa lo straccio sul bancone. Mi sento un viaggiatore che si è perso sbarcando in una zona remota. La solitudine è un senso di distanza dal mondo. La solitudine certe volte è un regalo inatteso. La solitudine è una vera conquista che ti connette coi tuoi territori interiori.

Il cielo nasconde i colori del tramonto con pennellate di grigio che intristiscono il mare. Mi rivedo ragazzino, proprio in questo bar, che allora non aveva la tettoia di legno, ma era solo un chiosco a forma di fungo, che ricordo giallo e blu. In questo angolo, forse allo stesso vecchio tavolino, scrivevo poesie d'amore che spero il tempo abbia sbiadito e cancellato, perché non sopporterei più di guardarmi riflesso in quei versi.

Leggevo e scarabocchiavo davanti a questo mare. La lettura era diventata la mia passione. Per me era iniziato tutto con "La Patente", di Pirandello, che mi aveva incuriosito e poi folgorato per quel sentimento del contrario che andava a scandagliare l'animo umano con leggerezza. Da lì la lettura mi aveva creato dipendenza. La lettura era quell'isola di solitudine dove trovavo tesori e magia.

E con la solitudine avevo conosciuto Grazia Deledda, che raccontava dei colori e dei profumi che ti investono negli angoli più remoti della Sardegna. Scenari solitari e immensi che si misuravano in ore e giorni di cammino. Come ora qui, dove tutto è statico, immobile, lontano. Con questo vento umido e salmastro che sembra una citazione di quel passato malinconico che mi ha sorpreso stasera. Due momenti simili, distanti decine di anni, nello stesso posto, mi danno l'idea della vita che passa come nella famosa frase di Grazia Deledda: " La vita passa e noi la lasciamo passare come l'acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca ".

Ancora ritorno adolescente ad aspettare qui una ragazza che non sarebbe mai arrivata. È la vita che passa, come l'acqua, appunto, e mi chiedo che giro ho fatto per arrivare fino a stasera. Quanta strada e quanti capelli grigi per ritrovarmi in questa stessa spiaggia, oggi indurita dalla pioggia tutto il giorno. Questa stessa spiaggia, ancora immacolata, segnata solo dalle impronte veloci e bianche di un cane che l'ha sfiorata correndo. Lui è andato oltre, lasciando il rumore sordo della risacca ritmata del mare.

Il cameriere del bar mi lancia uno sguardo d'ammonimento. Guarda l'orologio e inizia a chiudere le finestre del chiosco appendendoci davanti vecchi pannelli di legno. Non ci faccio caso perché sto ritrovando un filo di pensieri, e quando mi dice che deve andar via perché è tardi, ci metto un attimo a chiedergli se posso restare. Glielo dico senza inquadrarlo, perché sono incantato a guardare le onde che si srotolano stancamente sul bagnasciuga.

" Se lei deve, vada pure. Ma io posso restare ancora un po'? Finisco di sorseggiarmi questa bottiglietta di birra, e prima di andar via la butto lì, giuro, nel bidone del vetro". Lo guardo in faccia, per garantire la solennità del mio impegno. Lui non risponde, si mette un cappellino nero, e mi fa un lento cenno d'assenso con la testa andando via. Resto sorpreso dal suo viso di giovane che ha fretta di vivere, e non di capire. Forse è la maschera da ragazzo sfrontato che fa il cameriere, e mi ritorna la celebre frase di Pirandello: " Nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti". Sono parole profondamente enigmatiche, che mi fanno riflettere, e che forse non ho ancora capito. Per l'autore siciliano la maschera non era il simbolo dell'ipocrisia; per lui la maschera era la realtà vera, quella multiforme. Per lui la maschera era l'idea stessa della rappresentazione. L'idea di chi guarda, forse, e non l'idea di chi si mostra. Quindi non credo proprio che con quella sua frase volesse dire semplicemente che nella vita incontriamo tante persone false e poche oneste. No. No... voleva significare qualcosa di molto più profondo, ma cosa? Darei il mio oggetto più prezioso per incontrarlo e chiederglielo. Ci penso da anni: tante maschere, pochi visi. Trovo risposte diverse, diverse come fossero tante maschere. Forse era questo, ma non solo.

Diventa un desiderio struggente quello mio di tornare indietro di un secolo per incontrare lui, coi suoi centomila volti, o uno, o nessuno; e Grazia Deledda, con la nostra Sardegna spettinata, poetica eppure intimamente autentica.

Un altro sorso di birra ancora fresca, ma che trasmette calore. Chiudo gli occhi per assaporarla meglio e riprendere il volo.

Resto così, con le palpebre giù quasi con forza, quando mi investe una folata repentina di vento teso freddissimo. Un secondo, e ritorna una pace profonda, quasi ancestrale. Rimane sospesa persino la risacca delle onde. Anche io trattengo il sospiro come il mare. Silenzio irreale. Poi un vociare serrato, come due persone che litigano, risorge in crescendo dalla spiaggia.

Apro gli occhi, e resto esterrefatto quanto mi trovo una coppia, vestita come due maschere del secolo scorso, che passeggiano vicino alla riva discutendo tanto animosamente quanto compostamente.

Lui in abito attillato, con cravatta a farfalla e fazzoletto bianco nel taschino, parla facendo vibrare il pizzetto grigio perfettamente triangolare. Voce leggermente nasale, ha uno sguardo stupito e un po' perso, come per sfuggire a una leggerissima follia. Ha un eloquio molto agitato, e come mi vede si dirige nella mia direzione cedendo il passo alla signora al suo fianco. Che ascolta in silenzio, severa nel volto e nello sguardo, con un lungo e abbondante vestito nero che sfiora la sabbia sporcandosi un po'.

Camminano vicini lasciando nette impronte chiare sulla crosta grigia della sabbia, indurita dalla giornata di pioggia. Il vento le scompiglia i capelli bianchi, raccolti senza troppa cura, che sottolineano i tratti duri del suo viso di ovale pieno.

Li ho visti solo nelle fotografie d'epoca, ma non possono che essere loro: Grazia Deledda e Luigi Pirandello. Stranamente non mi sorprendo, li pensavo... li sognavo da una vita, da accanito lettore, e trovo normale che adesso siano qui, davanti a me, in una serata di solitudine magica dove mi sento passeggero provvisorio.

Li vedo che sono ormai a un passo da me quando lui alza un dito come per chiedere il permesso di farmi una domanda:

Luigi Pirandello: Gentile signore, scusi se la disturbiamo, ma la vorremmo come arbitro di una nostra inestricabile discussione.

P.B.C.: Ma... ma siete voi. Siete veramente voi. Ho letto con piacere moltissime delle cose che avete scritto, e io stesso... eh... io stesso, scrivo...

Grazia Deledda: Oh, eccone un altro! Possibile che ogni volta che scendiamo sulla terra in questa benedetta isola troviamo uno di questi?

P.B.C.: Mi spiace.

Luigi Pirandello: Non si deve dispiacere. È la signora che conosce solo i modi burberi.

P.B.C.: Fa niente, ma le pare. Però ora che siete qui vorrei intervistarvi per la rubrica Life After Death, che forse voi non...

Grazia Deledda: Certo che la conosciamo, su da noi è la più seguita, per noi è motivo d'orgoglio apparire lì.

Luigi Pirandello: Veramente non è poi così speciale, comunque devo confessare che la trovo sempre interessante, e uno stralcio glielo do sempre volentieri anch'io. Però mi permettevo di importunarla per dirimere una nostra discussione di carattere letterario: nella scrittura quanto è importante la forma? Può essere vera letteratura se non si rispetta la grammatica? Sono convinto che un'ottima espressività, con importanti contenuti, non possa essere apprezzata se non in una forma assolutamente corretta. Se fosse sgrammaticata, non sarebbe letteratura. Come se un pittore dipingesse un'opera d'arte con colori di pessima qualità. Che subito dopo aver finito sbiadirebbero, e colerebbero. Allora, anche di un quadro bellissimo, cosa resterebbe? La gente non vedrebbe un'opera d'arte, ma indefinite lacrime di colore che colano; e si perderebbe il senso del quadro!

Grazia Deledda: Invece no. Anche le lacrime colorate possono comunicare emozioni. Può essere espressività anche quella imperfetta, perché pure la goccia di acquarello che cola può destare sensazioni, dolore, o malinconia, e forse più intensamente. Quindi tornando alla scrittura, credo che una grammatica più semplice, anche non rigorosa, ma più vicina al linguaggio familiare di tutti, sia più diretta e più carica di espressività. Il linguaggio della gente di tutti i giorni è quello che fa letteratura, non quello degli scrittori che restano sulla torre d'avorio a bearsi tra di loro di una cultura distante dalla folla.

P.B.C.: Se è per questo che devo fare da arbitro, direi che avete ragione entrambi. Certo che una scrittura senza complicazioni arriva di più al grande pubblico, e menomale! I grandi libri sono così. Ma che vita sarebbe se mancassero i testi con quella sottile ricerca cerebrale che riportano al senso della vita? Alludo a quelle pagine dense, che ti lasciano a pensare, indispensabili alla nostra formazione, anche se talvolta portano a un insuccesso.

Grazia Deledda: Infatti, e il mio collega qui conosce benissimo l'umiliazione dell'insuccesso. Penso che ancora adesso, magari in qualche triste serata, si senta rimbombare nella testa il diluvio di fischi alla sua prima rappresentazione di "Sei personaggi in cerca d'autore".

Luigi Pirandello: Eh, questa vecchia storia! In realtà io ho cambiato il teatro! Ho rivoluzionato gli schemi, ho stravolto un vecchio modo polveroso di fare teatro. Ho esplorato nuove strade, e ancora adesso si parla di teatro moderno, teatro moderno dopo di me; ed è quindi normale che non sia stato capito subito. E anche lei, "grande" scrittrice di Nuoro, nella sua città natale non era per niente amata. Nonostante suo padre fosse stato sindaco di Nuoro, lei, alle elezioni, lo vogliamo dire... ha avuto trentaquattro voti... nella sua città!

P.B.C.: Ecco, gentile signora, questa è una domanda molto interessante che volevo rivolgerle: perché nella sua terra, e soprattutto nella sua città natale, si dice che non abbia avuto quel seguito, quella acclamazione che pure le è stata riconosciuta?

Grazia Deledda: Ma che domanda è? Impertinente! Lo chieda ai nuoresi, io questa indifferenza che dicevano, non l'ho vista. Voci maligne sostenevano che nei miei romanzi si raccontava solo di una Sardegna arretrata culturalmente, addirittura retrograda, e me ne facevano una colpa grave. In realtà io ho dato voce agli ultimi. Il pastore, il mezzadro, la servetta, come si diceva allora, diventavano protagonisti, con tutto il loro mondo difficile e complicato, con la loro grande cultura contadina, religiosa e popolare, certo molto diversa dalla cultura dotta, come la intendevano in quei tempi. In più non mi perdonavano di aver abbandonato Nuoro dopo sposata. Come se avessi tradito il senso di appartenenza alla mia terra, che da noi è colpa grave. Ma dopo il matrimonio, nel 1900, mi sono trasferita a Roma, con sacrificio, con dolore, con una nostalgia infinita, che non mi ha mai abbandonato. Ma ho seguito la mia strada nella capitale. Lo so io, e lo so bene, e so che altrimenti non sarei diventata quella che sono diventata.

Luigi Pirandello: Insomma, non è che anche a Roma sia stata tanto acclamata. Lo si è sentito più volte, nei salotti della città capitolina, che la chiamavano "La scrittrice sgrammatica".

P.B.C.: Questa è una leggenda che non trova riscontri certi, nella realtà delle cose. La cultura ufficiale, quella sussiegosa dei salotti letterari, forse non le perdonava di essere un'autodidatta con solo la quarta elementare.

Grazia Deledda: Ma santo cielo, in quel tempo era il percorso obbligato di formazione delle donne. Le donne a scuola arrivavano al massimo alla quarta elementare! Poi io ho completato gli studi con un istitutore, e ho studiato molto di mio, sì, da sola. Ma perché ve lo dico? Sono fatti miei personali, giudicatemi dai miei libri. Uno scrittore è quello che scrive: è lì che vive, sogna, soffre, è lì che deve essere apprezzato. Non per la maschera che vedono gli altri. Come direbbe il qui presente Luigi Pirandello. Di me devono parlare le mie pagine, le mie parole, che ogni volta ho strappato dal mio cuore, non gli squallidi pettegolezzi dei salotti letterari. Salotti letterari... lasciamo stare, dove questo bel figuro si è permesso di oltraggiare pesantemente il mio consorte.

P.B.C.: Ho capito: allude a quella volta che in uno di questi affollati salotti, all'arrivo di suo marito lui avrebbe detto davanti a tutti: "Oh, ecco Grazio Deledda!", è vero?

Grazia Deledda: È vero sì, lo hanno sentito in tanti. Era un'offesa molto grave, a quei tempi, per deridere mio marito che viveva nella mia ombra, secondo alcuni. In realtà Palmiro aveva lasciato il suo lavoro di funzionario statale per farmi da agente letterario a tempo pieno, e devo al lui... sì, devo dire grazie a lui se...

Luigi Pirandello: Ma io non ricordo d'averlo detto. E comunque, forse sì, quello dava l'idea di un uomo orrendamente subalterno alla moglie, succube dei suoi capricci letterari; ma dove si era mai visto? Mi ha ispirato anche un libro, Il marito, che non riuscivo a far pubblicare perché lei mi boicottava presso tutti gli editori.

Grazia Deledda: Ispirato? Era esattamente lui, e lo ha scritto solo per metterlo in ridicolo. Tanto che era veramente un pessimo libro, che ha messo in imbarazzo vari editori, presentandogli un testo così insulso! No, questo non glielo perdonerò mai, in eterno!

Luigi Pirandello: Ecco, lo vede era lei, ossessionata da me, che mi faceva la guerra a tutti costi; era "una persecuzione ingiustissima", come avevo scritto a Ugo Ojetti, direttore del Corriere della Sera. E in un'altra lettera, sempre allo stesso giornalista, insistevo a lamentare: "Che povertà di spirito, che angustia mentale in quella Deledda! Non capire che reagendo così stuzzica peggio la curiosità morbosa di questo sporco e meschino cortile di pettegolezzi che è il nostro odierno mondo letterario". Ci sono ancora documenti di questo. Come ci sono ancora prove che era il marito che, avendo le mani in pasta in ogni ambiente politico, ha costruito il suo successo editoriale. E infatti solo grazie a lui se con poco talento ha avuto tutta la fortuna letteraria che ha avuto.

P.B.C.: Tutta questa guerra, scatenata da un semplice libro su suo marito?

Grazia Deledda: Ma non era un libro! Era una pugnalata alle spalle. E un bruttissimo libro, ripeto. Mi sono sempre chiesta come ha fatto uno che ha scritto un'opera geniale come Il fu Mattia Pascal, a scrivere una cosa così noiosa. Ma soprattutto non si permetta, lui, di parlare del mio, di talento. Chi è lui per giudicare? Solo perché lui è uomo e io donna? Lo so che tutto il suo rancore, la colpa grave che non mi perdona, è perché sono una scrittrice donna! Lo sa lui, e lo so io. È così. Ha idea di quanti pregiudizi, quante maldicenze, quali ostacoli dovevano superare le donne che scrivevano? Quanti "no" assurdi abbiamo dovuto affrontare... per il nostro essere donne. E l'umiliazione di quel certo sguardo, sempre con sospetto, perché se sei donna e non stai a casa a fare figli, certamente c'è qualcosa che non va! Era il primo Novecento. Lo sappiamo bene: la donna artista, la donna scrittrice, era destabilizzante nella società maschilista di allora.

P.B.C.: Oddio, questo è sacrosanto, e menomale siamo andati avanti, ma c'è ancora così tanta strada da fare! Nella letteratura, nel mondo accademico in particolare, la parità di genere è ancora molto remota. Ai tempi vostri non era neppure un argomento futuribile. Pensate al Premio Nobel, che vi accomuna, in Italia dal 1901 ne sono stati assegnati venti, due donne e diciotto uomini. E questa proporzione di genere, di circa una a dieci, è quella complessiva dei quasi centoventi anni della manifestazione.

Luigi Pirandello: Non parliamo del Premio Nobel! Non potete immaginare che rabbia! Non l'ho mai detto chiaramente, ma l'ho sempre pensato, e adesso lo rivelo come per liberami di un peso: non potete immaginare che strazio, che umiliazione cocente, nel 1926, vederle assegnare il Premio; a lei, una scrittrice, per una letteratura regionale, minore...

P.B.C.: Veramente un Premio Nobel per la letteratura è sempre il riconoscimento più importante...

Luigi Pirandello: Ma cosa dice? Se lo hanno dato anche a Dario Fo e a Bob Dylan! E a questa, appunto...

P.B.C.: Non lo svaluti, nel 1934 lo ha preso anche lei, e meritatamente!

Grazia Deledda: Meritatamente? Non glielo avrei proprio concesso, ancora adesso penso sia stato un errore!

Luigi Pirandello: E infatti si è dannata, lei ha mosso mari e monti per cercare di non farmelo assegnare! Le pare possibile? Le pare umano? Scrittrice? Sì... E questo è storico. Si figuri che il giornalista Antonio Baldini, nel 1934 scrisse allo scrittore Marino Moretti: "Hai visto che la sarda ha detto no ai vecchioni di Stoccolma? Che donna!". Appunto, che donna, osteggiare con l'Accademia il mio conferimento!

Grazia Deledda: Era il mio modo di difendermi! Anche adesso ha appena detto che la mia era una letteratura minore. Ma che arroganza! Ma come si permette! Con una scrittura che qualcuno negli anni ha anche definito poetica, ho raccontato con semplicità, il cuore della nostra Sardegna di allora. E la semplicità è sempre la cosa più faticosa e difficile da scrivere, e non certo "minore".

P.B.C.: Ne sono convinto. Infatti la motivazione del suo Premio era più che lusinghiera. Soprattutto là dove si diceva che la Deledda " ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano ". Che poi letteratura minore non esiste come genere. Sarebbe un ossimoro impossibile: infatti o è letteratura, e non può essere minore; o è una cosa minore, e allora non è letteratura. E voi due, una per il cuore, uno per la mente, avete segnato la letteratura. Quella importante, che resta. Entrambi, nell'interesse umano, anche in anni che in Italia erano molto complicati, persino politicamente.

Grazia Deledda: Non per lui, che dopo aver manifestato simpatia per il fascismo, nel 1924 si era anche iscritto al partito.

Luigi Pirandello: Non è vero, non avevo nessuna simpatia per il fascismo. Inizialmente ne apprezzavo gli ideali di patriottismo, e poi ci avevano inculcato, con una propaganda serrata, che fosse l'unica soluzione alla corruzione dilagante e al disastro sociale. Ma io avevo messo su una compagnia teatrale, e l'iscrizione al partito era l'unica soluzione per lavorare. In fondo speravo in un contributo statale, come ottenevano tanti artisti che si dicevano fascisti. Ma Mussolini aveva simpatia, per niente ricambiata, solo verso Gabriele D'Annunzio e, appunto, Grazia Deledda.

Grazia Deledda: E no! È ben noto che non mi sono mai interessata di politica, né a favore né contro. Consideri quanto sono state imbarazzanti per me, le congratulazioni che Mussolini mi ha inviato in occasione del mio Nobel, dicendo che "tutto il mondo consacrava una scrittrice italiana". Che sembrava più uno slogan di propaganda per salire sul carro dei vincitori. Anche se poi, grazie a lui ho potuto salvare dal confino il nostro ex mezzadro, Elias Sanna. Il duce mi aveva chiesto cosa potesse fare per me, per ricambiare l'onore, e io gli avevo chiesto di far tornare a Nuoro il nostro ex dipendente. Che infatti è rientrato subito a casa sua, senza sapere il perché, e io non gliel'ho ho mai detto.

P.B.C.: Che bella storia, non la sapevo!

Grazia Deledda: Forse è stato l'unico risultato positivo del Premio. Per il resto mi ha causato molta invidia, ingiusta, inimicizie e diffidenza. Non so come sarebbe adesso, ma allora, da donna, l'ho pagato caro, molto caro, mi ha lacerato l'anima. E, come ha visto, mi ha messo anche in grande imbarazzo col potere politico, pensi che Mussolini pensando di ricompensarmi mi aveva regalato una sua foto autografata con una cornice d'argento. Ma le pare? Pensi che aveva consigliato un mio libro alla sua amante, ma non avendo mai letto, non sapeva neppure il titolo.

P.B.C.: Certo che erano anni molto difficili. E qui verrebbe da chiedere come un intellettuale si debba rapportare col potere politico.

Luigi Pirandello: Io non posso rispondere, perché non ci sono mai riuscito. Infatti dopo tre anni che mi ero iscritto al partito fascista son rimasto talmente deluso, talmente in contrasto, che ho strappato la tessera. L'ho fatto pubblicamente, con gesto molto plateale, forse anche scomposto. E mi sono convinto che i "così detti" intellettuali, ma forse anche questa è una maschera, debbano fare da baluardo per la libertà. Si debbano schierare con tutte le loro forze per la loro libertà culturale, per potersi esprime sempre contro le prepotenze, contro le ingiustizie, contro i pregiudizi. Ma potersi esprimere come un grido folle, liberatorio, senza temere minacce o ritorsioni.

Grazia Deledda: Questa volta sono d'accordo anche io. Lo scrittore, l'artista, soprattutto se donna, deve saper sollevare le coscienze, che troppo spesso si assopiscono con la propaganda ossessiva. Le più belle pagine scritte devono far guardare incantati il mondo che ci circonda, farlo scoprire, far parlare gli ultimi, far pensare tutti... Questa è la meraviglia del nostro bellissimo lavoro.

Luigi Pirandello: Bene, gentile signore. Visto che almeno su una cosa siamo d'accordo, per noi è giunto il momento di rientrare. Buona fortuna a lei.

P.B.C.: No, dovete già andare? Ho ancora tante cose di cui parlare con voi. Tornate anche domani!

Grazia Deledda: No, finisce qui! Non possiamo, queste sono magie di una sera soltanto. Addio. Auguri per suoi sogni di scrittore...

Luigi Pirandello: Non si dice auguri, che porta male. Quasi quasi dovrei riscrivere "La patente" mettendo un personaggio femminile al posto di Rosario Chiarchiaro!

Grazia Deledda: No! Una donna, protagonista principale? Ma quando mai...

Si avviano così, continuando a discutere come quando erano arrivati. Nemici per indole, senza saper più perché, nemici forse per sopravvivenza.

Io resto come inebetito, a vederli allontanare senza poter fare niente. La luce crepuscolare si tratteggia nel cielo grigio, e loro vanno. Diversi passi più in là sento ancora le loro voci. Poi più scuro, come fosse nebbia, e all'improvviso silenzio. Silenzio innaturale, secolare, profondo.

Mi sento arruffato, disordinato nelle idee. Un'onda anomala mi ha trascinato giù, e adesso risalire sarà molto difficile. Però, come si dice, quando un'onda ti butta giù, ti rialzi molto più forte, molto più consapevole. E loro ce l'hanno fatta, pur con tante onde che li hanno buttati giù. Grazie a loro.

Written by Pier Bruno Cosso

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