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Lillian Gish: l’eroina fragile e romantica del cinema muto

Creato il 02 maggio 2013 da Oggialcinemanet @oggialcinema

Lillian Gish: l’eroina fragile e romantica del cinema muto

14 Ottobre 1893, Springfield (Ohio – USA)

27 Febbraio 1993, New York City (New York – USA)

 La grandezza e l’importanza artistica di questa straordinaria attrice statunitense è  stata sancita  dalle parole che pronunciò la divina Greta Garbo quando fu  assunta negli studios della Metro Goldwyn Mayer: «Sarò felice quando diventerò una grande diva come Lillian Gish. Allora non avrò più bisogno di pubblicità o di farmi ritrarre mentre stringo la mano ad un pugile professionista». A riportare questa dichiarazione della diva svedese fu un’altra attrice,  l’intrigante Louise Brooks in un capitolo del suo libro “Lulù a Hollywood” dove esprimeva grande ammirazione per l’esile e delicata ex bambina prodigio.

Lillian Gish nasce in una famiglia di artisti, avviata insieme a sua sorella Dorothy alle scene, con melodrammi strappalacrime che conquistano il pubblico, fin quando non entrano nella squadra della Biograph, dopo essere state presentate dalla loro amica Mary Pickford a D.W. Griffith che rimane impressionato positivamente dal talento naturale e dalla luce che irradia soprattutto  la giovane Lillian.  Esordisce cosi nel 1912 in un breve film di Griffith “ Un nemico invisibile” insieme a Dorothy. Sebbene non sia facile riconoscere le due sorelle, G. sin da subito manifesta la sua predilezione per Lillian  che diventerà la sua interprete ideale, incarnando perfettamente quella ragazza candida ed indifesa che tanto occorreva al padre della narrativa per far presa sugli spettatori.

Nasce cosi l’eroina pura, fragile e romantica , protagonista di storie drammatiche, intrise di avversità, pericoli, violenza, ingiustizie; dalle quali però ne uscirà trionfante. La forza interiore che vince su quella fisica, l’innocenza e la bontà che sconfiggono il male si dimostrano immediatamente ingredienti vincenti per la riuscita e il successo dei film di G. , caratterizzati dall’arrivo dei buoni all’ultimo minuto e dalla messa in salvo degli indifesi. Caratteristica questa, tipica del cinema americano sin dai suoi albori ,che  spesso neutralizza  il dramma con il lieto fine; non solo per esigenze commerciali ma per un ottimismo nazionale, quasi fosse un inno.

Lavorare con G. significa avere a che fare con un regista che scambia continuamente i ruoli degli attori, girando almeno due film a settimana, nei quali si vedono attori che una volta sono protagonisti e un’altra semplici comparse. Lo stesso vale per Lillian Gish che se la si riconosce a malapena in “Judith of Betulia” (1914), in “Nascita di una Nazione” (dello stesso anno) è la protagonista. Riveste un piccolo ma importante ruolo in “Intolleranza(1916): è la donna che dondola la culla, fungendo da collante tra le quattro storie.

Il successo e la popolarità di questa tenace e perfezionista diva del silenzio (“Agonia sui ghiacci” del 1920 “Le due orfanelle” del 1921,”La suora bianca”del 1923)  coincidono con un’ impressionante emulazione da parte di altre attrici; ma Lillian disorienta le sue plagiarie accettando ruoli a lei non propriamente adatti, e dimostrando di essere un’artista versatile: “Diane of the Follies” del 1916 e “The House Built Upon Sand” dell’anno successivo ne sono una prova evidente. Prima di cimentarsi in una delle sue migliori performances con lo struggente e sublime“Giglio infranto”(1919) per la regia del suo pigmalione Griffith, affronta un film di guerra molto duro e crudo , “Hearts of the World”, dopo aver conosciuti i disastri della guerra in Europa.

Lillian Gish è stata un’attrice sensibilissima, devota al suo lavoro, quasi fosse una religione, tanto che non volle mai sposarsi; né ebbe figli. Ammirata, imitata, adorata da colleghi, registi e pubblico incantati da questa fragile figura dalla bellezza eterea, ha alternato cinema e teatro a grandi livelli, per una delle carriere più longeve e leggendarie  della storia del cinema.

Filmografia 

“Giglio infranto” e “Nascita di una Nazione” a parte, molto probabilmente il capolavoro girato da Lillian Gish risponde al titolo “Il vento”(1928) dello svedese  Victor Sjöström (al quale il connazionale Bergman dedicherà “Il posto delle fragole”) nel ruolo di una ragazza che va a vivere con i suoi parenti in uno sperduto angolo di deserto del Mojave, dominato da un vento ossessionante. Ossessionante come la gelosia delle donne del luogo e il desiderio degli uomini. Fortemente espressionista sia nella recitazione che nella rappresentazione della potenza della Natura.

Ma già  due anni prima la Gish volle girare con Sjöström  il film scandalo per l’epoca “La lettera rossa”, sfidando la morale dei puritani e schierandosi dalla parte dell’amore :  Nel New England della caccia alle streghe , Hester rimane incinta del Reverendo del villaggio. Quando ritorna suo marito, che lei credeva morto, viene accusata di adulterio e marchiata a fuoco con la A di adultera. Ruolo più maturo per la Gish in un film fedele al romanzo di Hawthorne, con scene indimenticabili come quella in cui Hester perde la cuffia mentre insegue un uccellino tra i boschi o quando incontra il Reverendo. Ma questo romanticismo botticelliano ben presto si scontrerà con il progressivo chiaroscuro dell’incombenza della repressione e della condanna.

Importanti sono anche “La Boheme” del 1926 di King Vidor , tenero con un’indimenticabile interpretazione della Gish nei panni della ricamatrice tisica Mimi; “Uragano all’alba” del 1942 per la regia di John Farrow sulla resistenza ai Tedeschi in Norvegia durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ ancora di Vidor che si alterna ad altri 5 registi, il barocco “Duello al sole” del 1948 , considerato un film di cattivo gusto per la forsennata violenza usata per  rappresentare questo dramma d’amore e morte nel Texas alla fine dell’Ottocento. Valse una nomination all’Oscar per la Gish oltre che per la protagonista Jennifer Jones.

“Il ritratto di Jennie” del 1949 è un manifesto del trionfo dei moti dell’anima sulla logica, un misto di thriller psicologico e dramma malinconico con una particolare attenzione per le arti figurative.“La morte corre sul fiume” del 1955 per la regia di Charles Laughton è uno dei tanti film che rientrano nella categoria di “film sottovalutati”. Un noir unico nel suo genere con uno strepitoso Robert Mitchum, omicida psicopatico che si spaccia per un predicatore vagante. Affascinante nel sua splendida fotografia in bianco e nero per un atto  d’accusa non troppo velato contro le false dottrine e il fanatismo religioso.

Anche Vincente Minnelli ha avuto l’onore di dirigere Lillian Gish nell’attualissimo “La tela del ragno” nel 1955 mettendo sullo stesso livello medici e malati. Uso del Cinemascope magistrale. Nel 1978 è la volta di Robert Altman che vuole Lillian per un ruolo nel suo “Il matrimonio” , geniale, caotico o ricchissimo a seconda dei punti di vista che prende in giro le istituzioni della società del Nord America.

Dopo i dimenticabili “Un amore sotto accusa” e “Quelle stupide vecchie scarpe” Lillian Gish prende parte al suo ultimo lavoro cinematografico accanto ad un’altra gloria del cinema , Bette Davis. Nel 1987 gira “Le balene d’agosto” di Lindsay Anderson: commedia dove non succede niente ma non ci si annoia mai. Come quando si sfoglia un vecchio album di fotografie sbiadite dal tempo, ci si rattrista, semmai.

di A. Grasso

 


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