Magazine Diario personale

Lo spettacolo è finito

Creato il 19 febbraio 2020 da Marina Viola @marinaviola

Lo spettacolo è finitoFinito.Finito anche questa volta il mio bellissimo periodo italiano. Finisce la mia ansia di dover presentare a tutti quelli che hanno voluto ascoltare il mio lavoro, i miei pensieri su come meglio essere genitori, mettendo in conto anche gli errori di percorso, che tra l’altro credo siano non solo inevitabili, ma necessari.Devo ammettere di aver vissuto con un po’ di ansia il mio arrivo in Italia. Avevo fatto leggere il libro a pochissime persone prima che uscisse e davvero non avevo idea di come potesse essere accolto dai più.Sono atterrata a Milano tre settimane fa con tanti dubbi e tanti pensieri. E invece, come sempre, è andato tutto meglio di quanto mi potessi immaginare.Si pensa sempre, forse con un fondo di verità, che i social media, a partire da Facebook, siano delle realtà immaginarie, fittizie. Che ti facciano sentire al centro del mondo ma che in fondo siano solo delle illusioni. Che le persone con cui si interagisce, che non si sono mai incontrate di persona, siano in realtà solo delle piccole fotografie a lato con dei nomi e delle parole, quasi sempre belle, ma che non siano vere, tridimensionali, in carne ed ossa, immersi nelle loro vite complesse, con il solito tran tran, pronti a far fronte a tutto quello che la vita propone. Invece questa volta, ancora, ho scoperto che non è così. Ci sono state persone che hanno deciso di venire alle mie presentazioni, che hanno comprato il libro e hanno colto l’occasione per un abbraccio. Ci sono state persone che mi hanno supportato, che hanno creduto in me e che hanno condiviso eventi ed emozioni. Ci sono stati gli amici quelli che invece conosco e amo che mi hanno accompagnato: Giorgio Terruzzi, Serena Viola (sì, mia sorella, che ha curato la pagina facebook del libro e molto di più), Luca Bottura, Gianluca Nicoletti, Federico Bernocchi, Sergio Sgrilli, Massimo Vitali, Ugo Cornia, Davide D’Addato &Co, Andrea Beretta e Daniela, Edoardo Erba, Monica Demuru e tanti altri che mi hanno presentato, che mi hanno invitato alle loro trasmissioni, che mi hanno preso per mano per dirmi che dai, non c’è da preoccuparsi, che tutto andrà bene. In queste tre settimane ho vissuto momenti indimenticabili di affetto, di dolcezza, di risate, di calore, di inaspettate confidenze. Un libro è in fondo solo un oggetto come tanti altri, niente di più. Alcuni piacciono, alcuni si dimenticano subito dopo averli letti, alcuni servono solo per fare arredamento. Ma dietro ad ogni pagina, ad ogni pensiero, ad ogni idea ci sono sforzi, sudate, dubbi, editing, certezze messe in discussione, paure. Ogni libro è seguito letteralmente in ogni sua virgola, in ogni suo passaggio. Sono mesi, anni di lavoro. E poi, dopo che esce, ha una vita breve: qualche mese, qualche presentazione, due colonne sui giornali, e quasi subito viene rimpiazzato dal libro pubblicato poco dopo, che ha dovuto passare gli stessi sforzi, che spera allo stesso modo di piacere. Quello che rimane, di tutto questo lavoro da certosini, è proprio questo: l’affetto di chi si conosce personalmente e di chi si conosce solo attraverso un monitor e un accesso a internet. Rimane nel lavoro di chi ha aiutato, nell’affetto di chi l’ha comprato, letto e apprezzato; nel lavoro di chi l’ha presentato agli altri come una buona lettura. Rimane, per noi che lo scriviamo, un gioiello, un marchio indelebile, un’esperienza che marca un prima e un dopo specifica e ben definita. Una conquista, un arrivo a una meta che sembrava impossibile da raggiungere. Rimangono i centomila grazie a tutti, a chi ci ha lavorato, a chi ci ha creduto, a chi l’ha letto e apprezzato e anche a chi l’ha letto e ha pensato che sia una cagata, perché comunque ci ha messo del tempo e dello sforzo.Domani ritorno nella mia casa, nella mia famiglia bellissima che mi ispira ogni giorno, che mi aspetta con ansia, e torno più ricca, e anche, azzardo, più bella.
Quindi, ancora una volta grazie. A tutti ma proprio a tutti voi, che siete riusciti, in queste tre settimane, a farmi sentire una principessa.

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