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Lo strano mistero del Coronavirus che sembra non esistere a Roma

Creato il 02 marzo 2020 da Romafaschifo
Lo strano mistero del Coronavirus che sembra non esistere a RomaOrmai è chiaro che l'epidemia virale provocata dal Coronavirus e le sue conseguenze potranno essere arginate solo appellandosi ad un miracolo stagionale, o alla immediata messa a punto di un farmaco rapido ed efficace adatto alla somministrazione domestica (in attesa del vaccino), o infine alla implementazione di misure restrittive sul modello cinese che però il Governo non sembra intenzionato a attuare e che forse saranno attuate quando sarà troppo tardi. 
In tutto questo caos che ricordiamolo non è solo italiano ma mondiale, c'è però una particolarità: RomaIn Italia, per ragioni che si chiariranno in futuro, abbiamo avuto un significativo focolaio nella Bassa lombarda. Questo focolaio è stato scoperto probabilmente molto tardi rispetto al suo inizio e in maniera assolutamente casuale: un ragazzo, affetto da polmonite, è stato ricoverato come tanti altri ricoverati di polmonite a partire dalle festività di Natale nella zona di Lodi e Piacenza. Un anestesista però, chiacchierando con la moglie in ospedale, scopre che il ragazzo - dirigente all'Unilever - era stato a cena con un collega tornato dalla Cina. Così per mero scrupolo viene fatto lo screening per Coronavirus che dà esito positivo. Senza questa casualità magari oggi lo sconquasso che sta perturbando il mondo non si sarebbe (ancora) generato e avremmo semplicemente negli ospedali alcune decine di ricoverati per polmonite come avviene peraltro ogni anno e alcuni anziani morti per complicazioni dovute a influenza e polmonite esattamente come avviene ogni inverno.Da quel momento però la macchina si è avviata e in Italia si è iniziata la ricerca dei positivi prelevando tamponi dalle gole di migliaia e migliaia di persone anche e soprattutto tracciandone i contatti. Essendo il virus con ogni probabilità circolante da settimane ed essendo appunto stato trovato solo per caso, i positivi sono stati molti e in crescita esponenziale. Il contagio in Lombardia si è rivelato essere ampio, molte persone passate dalla Lombardia (per una settimana bianca ad esempio) e poi tornate nel loro paese si sono insospettite e al primo sintomo di raffreddore hanno richiesto uno screening risultato positive: molti casi individuati all'estero risultano di "origine" italiana. Il virus è arrivato a contagiare rappresentanti delle più significative istituzioni milanesi come La Scala o, oggi stesso, addirittura un assessore della Giunta Regionale.Lo strano mistero del Coronavirus che sembra non esistere a RomaBene, dove sta la stranezza? La stranezza sta nel fatto che Milano e la Lombardia hanno appiccicato il virus a mezzo Mondo fin su su in Islanda o giù giù in Nigeria ma non sembrerebbe che l'abbiano appiccicato all'area con la quale Milano e la Lombardia hanno maggiori interscambi quotidiani: Roma e il Lazio. Come è possibile questa circostanza?La risposta verosimile è soltanto una: non si fanno controlli. Se in Lombardia e in Veneto (e anche in Emilia Romagna) si è andati - o si andava fino a qualche giorno fa - a "cercare" il virus (molto spesso trovandolo) perfino in persone prive del minimo sintomo, a Roma e nel Lazio si tralasciano - a dar credito alle esperienze riportate da molti cittadini - anche persone con 39 e mezzo di febbre. Ed empiricamente lo potrà verificare chiunque di voi chiederà uno screening al 1500 o al 118. Anche in presenza di sintomatologie, si tende a fare tamponi solo e soltanto a chi può dimostrare incontrovertibilmente di aver avuto interscambi con la zona rossa (come ha potuto affermare la signora di Fiumicino che con la sua famiglia è oggi l'unica ricoverata per Coronavirus nel Lazio assieme ad un Vigile del Fuoco che ha potuto dimostrare di essere venuto in contatto con una persona della zona rossa e, stessa history, per un Poliziotto. Come se per ottenere uno straccio di tampone a Roma si debba utilizzare l'autorevolezza della divisa...). Essere stati in zona rossa significa però davvero poco: ovviamente la percentuale di rischio è ben maggiore, ma il livello di capacità infettiva del virus è talmente significativo che limitarsi a quello è risibile per restituire una reale fotografia delle condizioni della città.Lo strano mistero del Coronavirus che sembra non esistere a RomaChiaramente gli ospedali romani non possono andare a fare i tamponi a chiunque abbia febbre e mal di gola a fine febbraio e inizio marzo altrimenti occorrerebbero alcune centinaia di migliaia di tamponi nel solo Lazio, ma neppure restare così indietro rispetto ad altre regioni. Come si può vedere dai dati di oggi riportati qui sopra, su 21mila tamponi complessivi effettuati in Italia, Roma e il Lazio ne hanno fatti un po' meno di 800.Si potrebbe obbiettare però come segue: è vero che i tamponi sono pochi, ma è anche vero che nel Lazio non c'è nessuno che ha richiesto un ricovero in terapia intensiva, se ci fosse stato in circolo il virus avremmo avuto anche i ricoverati  con difficoltà respiratorie come hanno al Nord. Questa lettura può essere corretta e possiamo provare anche a spiegarla: magari a Roma il virus c'è (perché come abbiamo detto è inverosimile che non ci sia) ma attecchisce meno, ha più difficoltà, è indebolito, magari il virus è più virulento e aggressivo nelle pianure inquinate dall'agricoltura intensiva del nord Italia, della Bassa Lodigiana, delle Valli Bargamasche, della Pianura Veneta. E magari da noi con l'aria buona, la ventilazione che pulisce, un inquinamento inferiore gli effetti sono minimi e assolutamente non superiori ad una normalissima influenza. Questo contribuirebbe a dimostrare (sempre in maniera totalmente empirica, intendiamoci: si sta facendo del puro brainstorming) anche la larga propagazione dell'epidemia in aree storicamente molto inquinate come Wuhan in Cina e Daegu in Corea del Sud.Bene. Questa è una risposta. Ma ce ne possono essere mille altre di letture. Un'altra lettura è che semplicemente da noi l'incubazione del virus è più indietro. Ci sta concedendo dei giorni in più rispetto al nord Italia. Il virus c'è, ma è ancora spento. Nella condizione in cui era probabilmente in Lombardia un mese fa. Ma se abbiamo un mese o due settimane di "vantaggio" (ovvero se tra un mese avremo noi nel Lazio lo scenario che oggi vediamo in Lombardia) perché sciupare questo vantaggio senza prendere ora contromisure che potrebbero essere decisive tra qualche settimana per tenere a bada il numero di riproduzioni di base dell'epidemia? Perché aspettare l'eventuale "tsunami" (così lo hanno definito all'ospedale Sacco di Milano) di casi gravi facendosi cogliere di sorpresa? Curare le persone non sarebbe di per se un problema perché il SARS COV2 (Covid19) è largamente curabile, ma c'è un particolare: le cure sono molto lunghe (i due cinesi, autentici pazienti zero romani, sono usciti dall'emergenza dopo un mese quasi!) e impegnative e spesso richiedono la terapia intensiva penumologica in isolamento. A Roma, stando alle dichiarazioni apparse sulla stampa negli ultimi giorni, ci sono 11 posti complessivi in terapia intensiva penumologica. Molti altri se ne potranno creare ma se dovessimo replicare tra qualche giorno lo scenario Lombardo come faremo a fronteggiare decine e decine di casi in terapia intensiva? Il sistema sanitario rischierebbe di andare in panne con conseguenze per chi deve curarsi le polmoniti provocate dal nuovo virus e con conseguenze su tutti gli altri: da chi ha un infarto, un ictus, una peritonite o altro.Lo strano mistero del Coronavirus che sembra non esistere a RomaForse una strada potrebbe essere quella di aumentare il numero degli screening. Smetterla di ignorare tutte le segnalazioni non relative a contatti con la zona rossa e capire effettivamente quale è lo scenario reale della città in relazione ai positivi e fare le relative proiezioni, attrezzando gli ospedali per quello che potrà succedere. Magari si potrà scoprire che è opportuna una settimana o due di chiusura delle università, delle scuole, delle manifestazioni anche a Roma. O magari si potrà scoprire che c'è meno da preoccuparsi perché il virus perde di violenza in zone più salubri come per fortuna è la Capitale. Ma oggi, in assenza di dati, nessuna considerazione si riesce a fare.Dopodiché incrociamo le dita e speriamo che l'arrivo delle temperature miti della primavera indebolisca e fiacchi il virus come avviene storicamente per tutti i virus influenzali. Ma gestire le epidemie sperando nel fato è cosa che attiene al medioevo...

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