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Locarno 70. Recensione: GOOD LUCK di Ben Russell. In miniera

Creato il 10 agosto 2017 da Luigilocatelli

972208Good Luck, un documentario di Ben Russell. Concorso Internazionale.
972209Una miniera di rame in Serbia e la caccia all’oro in Suriname. Un documentario di rocce, pietre, sabbia, fango, polvere. Di buio e di luce piena. Con lunghe, immersive sequenze in tempo reale. Voto 7
972205Si comincia con una dotta citazione del surrealista (e anche altro) Henri Michaux sulle pietre, sulla roccia. Pietre inscalfibili, invincibile, e pietre domate, spaccate. Pietre che resistono e pietre che cedono. Di pietre, e di sabbia, pulviscolo, ghiaia, melma, è fatto questo film-documentario (e anche altro) di Ben Russell, diviso in due parti opposte e complementari. La prima girata in una miniera di rame a centinaia di metri di profondità a Bor, in Serbia. La seconda in un sito a cielo aperto di cercatori d’oro nel Suriname olandese l(e i cercayori sono maroon, o cimarron, neri discendenti da schiavi fuggiaschi). La prima imersa nel buio, la seconda in piena luce. E si potrebbe continuare con i dualismi: Europa e Sud America, miniera di stato e scavi liberi e selvaggi, tutt’al più precariamente autorganizzati. Le due parti restano nettamente distinte, nessun rimescolamento, solo un prologo comune. Si superano di un bel po’ le due ore di durata, anche per via del feticismo di Russell (e non solo suo) per il tempo reale, quindi camminate singole o di gruppo attraverso la foresta, lungo sentoieri calcificati dal sole, o per strade sconnesse di villaggi polverosi riprese dalla solita steadicam per minuti e minuti senza il minimo stacco. E naturalmente tutti ripresi da dietro, secondo il comandamento sperimental-avanguardistadelle nuche-che camminano (copyright Vieri Razzini) ormai imperante nel cinema da festival. È in tempo reale la discesa dei minatori di Bor, in montacarichi fino ai cunicoli dove si lavora di picconi e compressori, e a noi spettatori sembra una discesa infinita, una specie di intrappolamento progressivo nelle viscere della terra. Perché quello del riprendere in tempo reale non è solo un’ossessione autoriale senza scopo, ha un suo senso narrativo, sprofondando chi guarda dentro l’azione, abbattendo il diaframma con lo schermo, in un’esperienza immersiva e sensoriale, per dirla in psicologhese (e anche critichese). La mdp pedina gli uomini al lavoro, che siano alle prese con le ansimanti macchinerie della miniera o con le ancora più rugginose pompe e scavatrici della cava dell’oro. Colpisce che i minatori di Bor e i gold diggers del Suriname dicano le stesse, assennate e prevedibli cose. Fatichiamo come bestie per una vita migliore, per un futuro migliore per i nostri figli, perché possano avere l’istruzione che noi non abbiamo avuto e che gli faccia trovare un lavoro decente. Solo i suoni, le lingue, cambiano. E si resta incantati dalla misteriosa lingua dei maroon del Suriname, si direbbe un creolo (ma mi piacerebbe saperne di più). E mentre i serbi si lamentano della vita dura e del governo, i cimarron rievocano i tempi non così lontani di una guerra civile. Affiora il pensiero magico, e si starebbe a sentirli all’infinito quando parlano della foresta come di un organismo vivente, sensibile, che impone le sue regole. E che se non la rispetti, ad esempio versando sangue o lavorando la domenica, si vendica. Ben Russell spezza la sua narrazione con primi piani di operai che guardano fissi in macchina per un tempo che a noi spettatori sembra interminabile (e probabilmente sarà sembrato anche a loro). E quello sguardo rivolto a noi sembra una sfida a chi resiste di più. La sfida dello sguardo (che è, in fonddo, anche la sfida del cinema), e capita che siamo noi a lasciare per primi, a non reggere più quegli occhi che ci scrutano, a volte il contrario. Momenti in cui le immagini del reale si trasfigurano in visione, come la magnifica sequenza – puro cinema – del minatore serbo che, nel buio e con quella luce sul casco protettivo, diventa nella ripresa di Russell una sorta di automa semovente o di androide o di marionetta con un enorme occhio luminoso (avete in mente la scena dei corpi luminosi di Holy Motors? Ecco). Eppure alla fine si ha l’impressione che a Good Luck manchi qualcosa per essere un film assoluto. Forse lo penalizza una certa pedanteria, un’eccessiva minuziosità nel mostraici i lavori di scavo. O forse una specie di pudore nel rompere con i dogmi del cinema del reale e etnografico. Sicché un po’ si rimpiange il folle, fantasmagorico, perfino psichedelico A Spell to Ward Off the Darkness che Ben Russell ha girato con Ben Rivers qualche anno fa e portato prima qui a Locarno a Cineasti del presente e poi al Torino Film Festival.


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