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Long Day’s Journey into Night

Creato il 12 gennaio 2020 da Eraserhead
Long Day’s Journey into NightCome relazionarsi con un regista nato nel 1989 capace di girare film che, se portassero in calce la firma di Tsai Ming-linag, Wong Kar-wai o qualche altro maestro asiatico, nessuno ne rimarrebbe meravigliato? Come rapportare poi il fulgido debutto con l’opera seconda quando quest’ultima è a conti fatti la rielaborazione di quella precedente? In tutta onestà (o più probabilmente in tutta codardia) non so dare risposte nette a domande del genere, la visione di Diqiu zuihou de yewan(2018) lascia interdetti, e per quanto possa valere la mia opinione io stesso, leggendo per esempio due pareri piuttosto divergenti come la recensione entusiasta di Grosoli (link) ed il commento più tiepido di Negro (link) con le quali, incoerentemente, concordo, fatico, tutt’ora, a riordinare le idee. Sicuramente è un film che lascia il segno, non solo nello spettatore, ma, penso, anche nel cinema contemporaneo orientale e non, del resto già con Kaili Blues(2015) Bi aveva dato segnali di un’autorialità a cui quasi non si credeva dimostrando già una linea e uno stile da Grande, ma Grande davvero. Ora, maneggiando il suo secondogenito, non si può evitare di lodarlo per la finezza stilistica che lo forgia, se piacciono le impostazioni elaborate dove scenografi e direttori della fotografia mettono in campo tutta la loro professionalità allora Long Day’s Journey into Night è un prolungato orgasmo di due ore e diciotto minuti. La raffinatezza della messa in scena se la gioca alla pari con una sofisticata sceneggiatura che rafforza la continuità argomentativa di Bi, ovvero un mix indistinguibile tra tempo, spazio e sogno, materie a dir poco incandescenti se applicate come si deve al mezzo-cinema.
E la prima parte, che potremmo considerare nient’altro che una lunga introduzione all’inizio del film, è un dedalo in cui consiglio spassionatamente di perdersi, qui il regista riduce al minimo i confini che separano le varie coordinate e succede che i vari piani dimensionali e temporali si mescolino in un sempre elegante flusso ipnotico. Se si ha la pazienza di seguire il protagonista sulle tracce di una figura femminile perduta che talvolta assume una configurazione materna e talvolta una erotico-sentimentale, sarà facile venire assorbiti da un ordito le cui maglie parametrano cortocircuiti in serie, sfasamenti, traboccamenti, illusioni, slabbrature, insomma il depliant è ampio e ricco ed è realmente godibile solo se si è predisposti a certi ritmi e a certe soluzioni tecniche. La percezione principale che si ha della storia narrata vede nell’assenza del Tempo, o per meglio dire dell’assenza di una categorizzazione del Tempo (non a caso nessun orologio funziona), il punto di rottura in grado di far convergere in una realtà costantemente ubicata nel presente (filmico) la memoria di un persona e gli ectoplasmi che la popolano. Ci sono eventi richiamati da dialoghi o descrizioni antecedenti che al momento di verificarsi hanno però soggetti diversi, dei dettagli si ripetono senza essere mai uguali a se stessi, epifanie indescrivibili illuminano per poi rivelarsi fuochi fatui, permane, dall’inizio alla fine, una sensazione di sfuggevolezza, è come se la ricerca di Luo Hongwu in luoghi che via via hanno sempre meno connotati fisici sfumasse nel suo stesso vagare e divagare. Se questi sono punti a favore di Bi spetterà a voi dirlo, il fascino, comunque, non manca mai.
E non manca, sarò banale, nel sontuoso (e forse anche mostruoso) piano sequenza che sostanzia la seconda parte della pellicola. Anticipato da una chiara strizzatina d’occhio a chi assiste (l’uomo che in un cinema si infila degli occhialini 3D, metodo effettivamente utilizzato da Bi), e generato da un superbo incontro con quello che potrebbe essere – personale opinione – il figlio mai avuto o avuto e perso nella caverna-utero (ce lo ricorda la faccenda del ping pong), dal segmento di cinema in oggetto si viene a dir poco risucchiati, Bi sfodera un arsenale di prim’ordine dove droni e steadycam rendono l’immagine fluttuante, fluida oltre il reale, si supera Kaili Blues, si supera tutto e tutti. È un’estremizzazione dello stile il cui effetto, e lo asserisco a mente fredda perché durante la proiezione era totalmente rapito dalle traiettorie della mdp e quindi incapace di formulare la benché minima osservazione, potrebbe spazientire, se non irritare, chi preferisce la sostanza, comunque tangibile, alla forma, ammesso e non concesso che le due istanze, ad un certo punto (e potrebbe essere proprio il puntoin esame), non arrivino a sovrapporsi facendoci dire che la forma è la sostanza o viceversa. Ad ogni modo, l’appunto che sento di fare a Bi Gan è di non aver modificato in niente la struttura di Long Day’s Journey into Night rispetto all’esordio ed è da ciò che sono sorte delle “accuse” legate ad un eventuale manierismo che, lo ammetto, hanno toccato anche chi scrive. Poi ci sarebbe da discutere a lungo sulla libertà espressiva di un regista che vuole essere un autore, su ciò che può fare o non può fare, nel frattempo attendiamo un nuovo film di Bi Gan, sperando di venir ancora strabiliati, magari con qualcosa che non abbia a che fare con un piano sequenza.

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