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Long Playing Van Morrison

Creato il 28 marzo 2019 da Zambo
Long Playing Van Morrison
George Ivan Morrison, irlandese in America. Van Morrison poeta nervoso, irascibile e intrattabile, piccolo rosso e maledetto. Van che litiga con i giornalisti, non sorride al pubblico e comunica solo attraverso la musica. Van the Man nacque e crebbe in Irlanda del nord, fra la workin’ class di Belfast. Fu figlio d’arte da parte di madre, cantante e ballerina. Il padre, di mestiere elettricista su una nave, rientrava a casa con una sterminata collezione di dischi americani jazz e rhythm and blues. Fu su quei dischi che George scoprì le canzoni di Leadbelly, Muddy Waters, Charlie Parker e Woody Guthrie, che lo iniziarono precocemente alle gioie della musica. George suonava chitarra, sassofono, armonica e tastiere in gruppi nel giro delle dance hall di Belfast, anche se l’unico strumento in cui eccelleva davvero era la voce. Ancora diciassettenne già era il cantante di una band di un certo spessore, i Monarchs, con cui intraprese un tour europeo per le basi militari americane. Nel 1964 fondò i Them come band fissa del club del Maritime Hotel di Belfast. Il gruppo suonava cover rhythm and blues come Baby Please Don’t Go di Muddy Waters e I’ve Got A Woman di Ray Charles, che Morrison interpretava al modo di Mick Jagger. Alle cover si aggiunsero i primi pezzi a propria firma, già canzoni del calibro di Could You Would You e GloriaLo show dei Them si faceva notare e spinse la Decca Records, in cerca di nuovi artisti in quei giorni prolifici, a metterli sotto contratto. L’incontentabile rosso ebbe a sostenere che i dischi dei Them non rendono giustizia all’energia del loro live show, ma i singoli furono comunque notevoli: Baby Please Don’t Go ha un arrangiamento urgente, aggressivo e gutturale, che avrebbe conquistato il regista David Lynch che usò la canzone nel film Cuore SelvaggioLe registrazioni dei Them furono opera del produttore americano Bert Berns. Berns era una leggenda dell’etichetta rhythm & blues Atlantic di New York City. Fu l’autore di canzoni entrate nella leggenda del rock come Twist And Shout e Everybody Needs Somebody To Love. Aveva prodotto gli Isley Brothers e Solomon Burke, ed alla Atlantic aveva rimpiazzato il duo Jerry Leiber e Mike Stoller. Quando l’America fu travolta dalla British Invasion, qualcuno di accorse che le sue canzoni erano nel repertorio di Beatles e Rolling Stones; così fu invitato a Londra, nel bel mezzo di quell’ondata musicale. La Decca gli mise nelle mani i Them, a cui Berns propose la sua Here Comes The NightHere Comes The Night e Mystic Eyes sopravvissero negli anni nel repertorio del cantante. Ma la canzone che decretò la leggenda del gruppo fu Gloria, un rave selvaggio che divenne un inno per ogni garage band al pari di standard come Louie Louie, Satisfaction, Wild Thing, You Really Got MeI Them registrarono It’s All Over Now Baby Blue di Dylan, e con Here Comes The Night fecero il numero due delle classifiche inglesi ed entrarono in quelle americane. Nel 1966 suonavano al Whisky a Go Go di Los Angeles a fianco dei Doors, e i due gruppi fecero assieme Gloria. Ma durante il tour americano uno scontro con la Decca sul pagamento delle royalty portò allo scioglimento della band. Van Morrison raggiunse il manager Bert Berns sull’altra costa, a New York, dove firmò un contratto senza leggerlo e registrò materiale per alcuni singoli, compresi  Brown Eyed Girl e T.B. Sheets, per la nuova etichetta discografica Bang. A settembre scoprì che un disco intitolato Blowin’ Your Mind! era nei negozi a sua insaputa, con una copertina psichedelica scelta dal produttore. Con esperienze come questa non c’è da stupirsi che Morrison abbia sviluppato un sano scetticismo nei confronti del music business. Il singolo Brown Eyed Girl fece il decimo posto nelle classifiche americane, aggiungendo popolarità, ma non denaro, al nome del musicista, che si trovava legato a quel contratto. La Bang records stava andando a gonfie vele, ma proprio per questo motivo l’ego di Berns  straripava. Era entrato in rotta di collisione con i suoi artisti di punta, Neil Diamond e Van Morrison, sulla cui produzione cercava di avere un controllo totale - come i produttori americani erano abituati a fare ai vecchi tempi. In più era in frequentazioni ambigue con la mafia della metropoli, ed in conflitto con i soci dell’etichetta, Ahmet Ertegün e Jerry Wexler della Atlantic.Fin da bambino Berns soffriva di endocardite, e alla vigilia del capodanno del 1967 morì nel sonno per un attacco di cuore all’hotel di New York dove viveva. Una delle sue ultime canzoni era stata Piece Of My Heart, quella del repertorio di Janis Joplin. La sua morte addirittura peggiorò le cose per Morrison, che si trovò senza un dollaro al centro di una disputa con la vedova di Berns. La Warner Bros si offrì di rilevare il suo contratto e Van si spostò a Los Angeles, la città degli angeli. Affamato e in bolletta, sposato di fresco con l’americana Janet Planet Rigsbee, Van campava tenendo concerti ogni volta che poteva, ma già aveva fra le mani le canzoni che avrebbero costituito il cuore del disco Astral Weeks del 1968. Quel disco e Moondance nel 1970 furono le pietre angolari della carriera di Van Morrison, e in gran parte anche della storia della musica rock. Erano due dischi differenti, quasi agli antipodi: mistico, onirico e incantato il primo, energico e rhythm & blues il secondo, rappresentando le due facce complementari dell’artista. Astral Weeks nacque attorno ad una sequenza di canzoni acustiche registrate con musicisti jazz provenienti dai collaboratori di Eric Dolphy, Charles Mingus e il Modern Jazz Quartet. Sopra tutti il contrabbassista Richard Davis, il cui strumento è in evidenza nelle registrazioni. A lui si aggiungeva la chitarra classica di Jay Berliner. I brani erano jam session improvvisate sui brani di Morrison, colte nelle primissime esecuzioni senza aver provato. In un secondo momento furono aggiunti gli arrangiamenti di fiati e archi. I musicisti ricordano la registrazione come una specie di volo mistico: al momento dell’atterraggio l’album era pronto. Questo è più o meno lo stesso che accade ai concerti di Morrison, fra i più intensi che si possano ascoltare: esperienze di decollo per un altrove fuori dal tempo e della spazio, fino al traguardo del bis, che lascia gli ascoltatori increduli e trasognati. Gli otto brani di Astral Weeks sono un ipnotico flusso di poesia per la durata di cinque, sei, sette, dieci minuti. Le due facciate sono intitolate rispettivamente In The Beginning e Afterwards. La prima («all’inizio») comprende l’intensa Astral Weeks, la classicheggiante Beside You, la vivace  Sweet Thing e la mistica Cyprus Avenue, ispirata ad una strada di Belfast, una canzone deputata per molti anni a chiudere gli show. La seconda facciata («successivamente»), si apriva con un brano di diverso tenore, The Way That Young Lovers Do, un pezzo jazz molto orecchiabile giocato sul vibrafono e su una sezione di fiati, sostenuto da un ritmo swing che lo lancia letteralmente in volo, su un testo che canta dei primi amori. Era un brano che avrebbe potuto essere il singolo, ma per un problema di contratto con la vecchia Bang Records, che manteneva per un anno i diritti sui 45 giri, dall’album non ne furono ricavati. I dieci minuti di Madame George (che Morrison canta «Madame Joy» e che si apre con i versi: «Down on Cyprus Avenue, with a childlike vision leaping into view…») sono le parole magiche di un incantesimo che avvolge l’ascoltatore e lo trasporta in un supra mondo, un’esperienza di ipnotico viaggio musicale. Ballerina è un altro dei pezzi cardine del disco, anche se risaliva ad una composizione già suonata con i Them sulla futura moglie, che aveva conosciuto nel corso del primo tour americano. Chiude l’album Slim Slow Rider, un blues malinconico sostenuto da un flauto celtico che racconta di una junkie incontrata forse a Londra.Appena arrivato nei negozi Astral Weeks non ebbe un gran riscontro di vendite, ma fu nominato album dell’anno da Rolling Stone e Melody Maker. Anni dopo sarebbe stato nominato il secondo più grande album di tutti i tempi dalla rivista Mojo (il primo era Pet Sounds, il terzo Revolver, il quarto Exile, mentre Dylan era quinto con Highway 61). L’album ebbe un tremendo impatto fra i musicisti e gli addetti ai lavori. Fu uno degli album preferiti di Lester Bangs. Martin Scorsese dichiarò che gli aveva ispirato tutto l’inizio di Taxi Driver. Influenzò fortemente l’esordio di Springsteen, e Steve Van Zandt ebbe a dire: «per noi quell’album era religione»Non ci fu un tour per Astral Weeks perché la Warner non volle investire denaro per l’orchestra che avrebbe dovuto accompagnarlo. Per lo meno non fino al 2009, quando Van ri-registrò il disco dal vivo all’Hollywood Bowl (ma in nessun modo la nuova esecuzione può essere paragonata alla delicatezza del jazz acustico dell’originale, non riuscendo a replicarne la poesia). Il successo attendeva Morrison all’album successivo, il disco soul Moondance, che oltrepassò il milione di copie vendute. Moondance fu registrato nell’autunno del 1969 da una formazione più tradizionale (sezione ritmica, chitarra e tastiere) accompagnata da percussioni e due fiati, sassofono e flauto. Era un disco di magico soul bianco con un’iniezione di jazz, come nella classicissima canzone che offre il titolo al disco. Crazy Love è un gran lento cantato in falsetto, con un coro femminile che certamente Willy DeVille aveva in mente quando nel ’77 registrò Can’t Do Without It. Caravan è uno dei brani più noti, in qualche modo la firma di Morrison, un rhythm and blues carico e sognante con cori e fiati. Quando nel ’76 The Band diede il suo ultimo concerto, noto come The Last Waltz, non ho dubbi che il momento più alto fu quello in cui il rosso irlandese cantava Caravan scalciando nell’aria. Come Janis Joplin prima di lui, la sua personalità era tale da oscurare chiunque suoni nella stessa occasione. Quando Van Morrison se ne stava sul palco, così vicino al microfono che sembrava lo volesse mangiare, con il braccio alzato a dirigere la band, tenendo il ritmo scalciando mentre la musica corre incontenibile come un fiume, forte dei fiati e dei cori, densa di emozioni, non potevi che trattenere il respiro e vibrare in sintonia con le note. Into The Mystic chiude quella che il New Musical Express definì la più perfetta facciata della storia del rock. Il secondo lato comprende altri cinque rhythm and blues che, come i primi, creano un suggestivo punto di unione fra il soul dei neri e lo spirito del folk irlandese. Van Morrison aveva inventato il Celtic Soul dalla fusione dei ritmi della terra irlandese con quella del delta del Mississippi. Una sola terra, dove la musica è vissuta come un fatto mistico, la colonna sonora che scandisce i tempi dello scorrere della vita. Morrison aggiungeva la sua voce potente suonata come una tromba, giocando con le parole che si ripetono e si ripetono, rincorrendosi in un feeling, un’atmosfera che va oltre i significati del testo. Musica impregnata di soul nero e impressionismo irlandese... 

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