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Lu ruscjiu de lu mare

Creato il 11 dicembre 2019 da Cultura Salentina

C'era una volta, nel Salento, a nord di Otranto, un terreno umido, acquitrinoso e malsano, noto come Alìmini, appellativo derivato dal greco antico collegati tra loro da un canale, noto come λίμνη ( límnē), il cui significato era palude o bacino lacustre; infatti, quella grande palude melmosa circondava due graziosi laghetti, "lu strittu".

La palude degli Alìmini, alle sue origini, era assolutamente inospitale per gli esseri umani, al punto da essere parificata alla misteriosa palude Acherusià, formata dal mitologico e temutissimo fiume Acheronte, che scorreva in Epiro, nella regione chiamata Tesprotide o Tesprozia, proprio di fronte agli Alìmini, sulla sponda opposta del Basso Adriatico, cioè di quello che oggi è chiamato Canale d'Otranto.

La palude era popolata solo da immensi sciami di zanzare (comprese quelle della malaria), da grandi colonie di batraci (rane e rospi), da un gran numero di rettili (bisce e altri serpenti d'acqua) e da un insediamento di ragni tipicamente salentini, diretti discendenti dalla mitica Aracne e abili tessitori di mirabili tele, che all'alba si illuminavano di rugiada sotto i raggi del primo sole.

Durante il giorno, gli ospiti più strepitanti della palude (le rane) non facevano mancare il segno della loro presenza intonando interminabili e gracidanti concerti; la grande eco di tale situazione di frastuono fu tale da ispirare al grande Aristofane la stesura di una tra le sue più note commedie, intitolata, non a caso, Βάτραχοι ( Bàtracoi, rane).

Passarono gli anni e, nelle grotte costiere del Basso Salento, cominciarono a svilupparsi i primi insediamenti umani, formati da piccoli gruppi di cacciatori, capeggiati dalla mitica figura dello , da ( da Sciamano Danzante della Grotta dei Cervi. Un giorno, lo sciamano, durante una delle sue frequenti battute di caccia, si spinse fino alla zona degli Alìmini e fu colpito dal frastuono provocato dagli abitanti della palude. All'ascolto di quei suoni, lo sciamano intuì di poter dare segno della supremazia dell'ingegno umano modificando, in senso positivo, il ritmo di quell'insopportabile coacervo di suoni; perciò, dopo aver selezionato con grande accuratezza gli elementi musicalmente più dotati, formò un piccolo gruppo musicale, che in breve fu in grado trasformare l'iniziale frastuono in un genere musicale ritmato e coinvolgente, tale da provocare un'irresistibile frenesia danzante, una sorta di epidemia dionisiaca, tra tutti coloro che avessero la ventura di ascoltarlo. La perfezione artistica di questo insolito gruppo, che aveva preso il nome di Rospo Bufone, con quello baritonale del suo cupo bofonchiare "crò crò crò, bufo crò, crò") e Zanzara Zanzarella col tipico ronzio, che si fondeva in modo armonioso con il sibilo di Biscia Nera e Liscia e con il fine arpeggio della bellissima Ragnetta Tarànta. Musici della Palude, era legata alla sua formazione, capeggiata da Rana Chiacchierina, detta "la cuntarrina supermolleggiata", voce principale, col tono penetrante del suo gracidio ( "croà croà, brechechechè, croà")

La fama di questo inaspettato successo del gruppo musicale della palude si diffuse presto ben oltre il Salento, portando a una serie ininterrotta di concerti palustri serali e notturni, seguiti con crescente entusiasmo da centinaia di spettatori, animali e umani, con grande gioia del mentore dei musici, il mitico sciamano, che si congedò da dicendo:

"Vi lascio e torno nella solitudine della mia grotta con grande piacere, profondamente soddisfatto per i grandi risultati che avete raggiunto. Sappiate che ora disponete di una grande ricchezza, che solo l'arte, la musica e la cultura possono dare. Fatene tesoro!".

I componenti del gruppo, appagati dalle lusinghiere parole dello sciamano, capirono che era necessario dare un nome a quella loro musica, assolutamente innovativa, al fine di garantirne la paternità.

Il tema fu introdotto dalla vanitosa Rana Chiacchierina, che disse:

"Ragazzi, credo sia giunta l'ora di dare un nome al nostro genere musicale, prima che lo faccia qualcun altro, visto il grande successo di pubblico; per questo vi propongo, in quanto voce solista e riconosciuta leader del gruppo, di dare al nostro genere musicale il nome del mio tipico intercalare: croà croà, brechechechè, croà".

Il maestoso Rospo Bufone, sebbene fosse segretamente innamorato di Rana Chiacchierina, non poteva certo consentirle di minare il suo riconosciuto primato di re della palude e avanzò una geniale proposta complementare, finalizzata a non deludere la sua amata:

"Splendida idea, Chiacchierina, ma non vorrei che il tuo 'croà croà, brechechechè, croà' potesse essere confuso con l'antichissimo e già notissimo 'cha cha cha' delle paludi delle isole caraibiche; però credo che si possa riparare aggiungendo, al tuo 'croà croà, brechechechè, croà', il mio 'crò crò crò, bufo crò, crò'. Che ne pensi?".

La minuscola Zanzara Zanzarella esplose in una tanto piccola (date le dimensioni), quanto vibrante risata e, rivolgendosi a Rospo Bufone, disse:

"Con tutto il rispetto, maestà, non credo che si possa dare al nostro genere musicale un nome così complicato: 'croà croà, brechechechè, croà, crò, crò, crò, bufo crò crò' sembra uno scioglilingua. Personalmente non ho una proposta mia e, visto che sono inesperta e ho solo sei zampe, mi adeguerò alla proposta della mia amica Ragnetta Taranta, che ha otto zampe, una grande creatività e tanta esperienza".

Da parte sua, la serpeggiante Biscia Nera e Liscia, oltre ad avanzare una sua proposta sul nome, lanciò un'istanza democratica:

"A me piacerebbe 'La serpentina dello Sciamano', ma se non riusciremo a individuare un nome che metta tutti d'accordo, propongo di affidarci al caso. Aspettiamo di conoscere la proposta di Ragnetta e se, oltre alla mia, non dovesse andare bene a tutti nemmeno la sua, suggerisco un sorteggio".

Alla fine, anche la nobile e raffinata Ragnetta Taranta espresse la sua idea:

"Credo di avere la proposta che possa mettere tutti d'accordo. Avete visto come i nostri spettatori si mettono a ballare tutti come invasati, dimenandosi e saltellando ininterrottamente al suono della nostra musica? Sembrano esaltati dal ritmo, oppure in preda a dolore intenso causato da una puntura o, per meglio dire, da un pizzicotto. Ebbene, tra noi cinque siamo in due a pizzicare i nostri ospiti: io e Zanzara Zanzarella; perciò che ne dite di chiamare pizzica, il nostro genere musicale?".

La proposta di Ragnetta mise tutti d'accordo e fu così che, in tempi assai remoti, nacque il fenomeno, non solo musicale, ma anche culturale e sociale, della Pizzica Salentina.

Passarono gli anni e, dopo innumerevoli generazioni, i Musici della Palude mantennero intatta la loro identità artistica, con una formazione formata sempre solo da discendenti del gruppo originario.

Purtroppo, però, con l'esplosione del fenomeno del culto della vanità dell'era moderna, Rana Chiacchierina non riuscì a resistere alle lusinghe della fama e del successo e alla fine si lasciò convincere dalle pressanti richieste delle rane di Andalusia, che volevano rendere ancora più frenetico il ritmo del fandango, oltre al suono delle chitarre e delle castañuelas (nacchere); perciò, Chiacchierina intraprese un lungo viaggio verso la penisola iberica, sfruttando la benevolenza di un gruppo di aironi in fase di migrazione.

L'assenza dell'amata fece cadere Rospo Bufone nella più cupa disperazione, al punto che la vita nella palude degli Alìmini gli sembrava ormai insopportabile; fu così che il buon Bufone decise di trasferirsi nella lontana Anatolia, in Turchia, sulla catena montuosa del Tauro, chiedendo un passaggio a uno stormo di oche, anch'esse in fase di migrazione. Con il cuore in preda allo sconforto, salutò così gli amici della palude:

" Iddra se nde scjiu alla Spagna e jeu me nde vau 'n Turchia, ca me sta manca troppu, la zita mia! (Lei se n'è andata in Spagna e io me andrò in Turchia, perché mi manca troppo, l'amata mia!) ".

In realtà, da parte sua, Chiacchierina, nonostante la crescente fama acquisita in Andalusia, cominciava ad avvertire anche lei la nostalgia dell'amato Bufone e tutte le sue notti erano animate da incubi, interrotte da improvvise crisi di pianto profuso...

Si era alle soglie dell'inverno, passati alcuni mesi dalla partenza dei due batraci e la palude degli Alìmini era diventata irriconoscibile, perché sembrava aver perduto, pur in così poco tempo, tutta la sua originaria vivacità; in realtà, anche la pizzica si era profondamente trasformata, assumendo le fattezze di uno spettacolo da sagra paesana, affidato a gruppi musicali composti da esseri umani, che, sebbene tecnicamente dotati, non riuscivano a esprimere tutta l'energia "animale" del complesso fenomeno culturale delle sue origini.

La situazione della palude stava precipitando e i tre membri residui del gruppo dei Musici della Palude decisero di intraprendere un lungo e faticoso viaggio verso la Grotta dei Cervi, per incontrare il vecchio, immortale sciamano, colui che aveva indotto i loro antenati a dar vita al gruppo musicale.

Giunti nell'antro dello sciamano, furono accolti con grande disponibilità e gli raccontarono la triste vicenda: da quando Chiacchierina e Bufone erano andati via, la palude sembrava aver perduto tutta l'energia vitale della quale era stata da sempre connotata; in particolare, oltre alla perdita del loro grande contributo musicale, nella palude si avvertiva la mancanza del loro dolce idillio di innamorati e perciò tutto l'ambiente si era ingrigito e intristito.

Lo sciamano, dopo aver ascoltato con interesse il racconto dei tre musici, disse loro:

"Tanti e tanti anni fa, ricevetti la visita del grande scrittore mantovano Publio Virgilio Marone, che era venuto a ispezionare i luoghi dello sbarco del mitico Enea, per darne una descrizione quanto più aderente alla realtà. Virgilio fu mio ospite per due settimane e volle ringraziarmi, alla partenza, dipingendo, nel mio antro privato, una delle sue frasi più note. Venite con me: ve la farò vedere, perché sarà, per voi, il principio che vi aiuterà a far tornare l'armonia originaria nella palude".

Giunti nell'antro segreto, i tre musici lessero l'iscrizione muraria, dipinta direttamente da Virgilio, con le sue mani:

I tre musici ringraziarono lo sciamano e intrapresero subito la strada del ritorno, con la convinzione di aver trovato la soluzione al problema.

Affidarono, perciò, a un airone in partenza per l'Andalusia e a un'oca diretta in Anatolia, un messaggio, che riportava la famosa frase di Virgilio, seguita da un accorato richiamo:

" Omnia vincit amor et nos cedamus amori. Tornate a casa e fate in modo che il vostro amore trionfi e riempia di nuovo di vita e d'energia la nostra palude! " .

Non appena ricevuto il messaggio, Chiacchierina e Bufone capirono che era giunto il momento di tornare nella palude, ma, non potendosi affidare all'aiuto degli uccelli migratori, ancora in rotta inversa, decisero di intraprendere il viaggio di ritorno via mare, salendo su due grossi barconi pieni di migranti.

Il viaggio fu molto tormentato per entrambi, ma anche pieno di tanta umanità, perché i due ebbero modo di conoscere, in modo diretto, il dolore, ma anche la grande forza di volontà di tanti esseri umani alla ricerca di un'esistenza nuova, di una vita degna di essere finalmente definita tale. Furono proprio le canzoni di Chiacchierina e di Bufone a portare sollievo e persino gioia ai tanti bambini ospiti delle due imbarcazioni:

"Croà croà, brechechechè, croà!" - cantava Rana Chiacchierina.

"Crò, crò, crò, bufo crò, crò!" - cantava Rospo Bufone.

E tutti i bambini stipati nel barcone, sebbene infreddoliti e in balia delle onde, in risposta a queste esibizioni musicali, tornarono a sorridere divertiti, come si dovrebbe riuscire ad assicurare sempre a tutti i bimbi del mondo.

Dopo un lunghissimo viaggio, entrambe le imbarcazioni arrivarono in prossimità di Porto Badisco, sulle costiera del Basso Salento, guidate dalla scia di una cometa e dai preziosi suggerimenti dei due musici che, in quanto migranti di ritorno, erano ottimi conoscitori dei luoghi e, come tali, in grado di evitare il divieto di approdo nei porti.

Ad attenderli, sulla piccola rada ciottolosa, erano giunte Zanzara Zanzarella, Biscia Liscia e Nera e Ragnetta Taranta, che avevano seguito con grande trepidazione la navigazione delle due imbarcazioni, per il tramite dei messaggi degli albatros e dei gabbiani.

Appena sbarcati, quando mancava appena un'ora alla mezzanotte, Chiacchierina e Bufone si unirono in un tenero abbraccio e il loro gesto fu salutato da una dolce sinfonia intonata dai loro tre amici:

" Stasira lu Bufone s'have 'mbrazzata stritta Chiacchierina e poi l'have baciata. E nui' ne ttocca cu 'zziccamu tutti a cantare, cu' pare ca ede lu ruscjiu de lu mare. E vola vola vola, palomba mia, e vola vola vola, ca jeu lu core meu, ca jeu lu core meu te l'aggiu ddare (Stanotte Bufone ha abbracciato e poi baciato la sua Chiacchierina e noi dobbiamo metterci a cantare, che a tutti sembri il fruscio dolce del mare. E vola vola vola, colomba mia, e vola vola vola, perché io il cuore mio, perché io il cuore mio ti voglio dare) ".

Tuttavia, quel meraviglioso idillio fu interrotto dalle urla di dolore di tre donne, che fecero temere il peggio; in realtà, si trattava di tre donne colte dalle doglie da parto: una di colore, della Costa d'Avorio, una bianca caucasica, proveniente dal Kurdistan siriano, e una di carnagione gialla, profuga dalla Corea del Nord.

Non essendoci tempo sufficiente per programmare i tre parti in ospedale, i musici chiesero ospitalità allo sciamano, che fu ben lieto di mettere a disposizione la sua grotta. E fu così che le tre giovani donne, con accanto ciascuna il proprio compagno, misero alla luce, tutte e tre all'unisono, proprio a mezzanotte, allo scoccare del Santo Natale, un bimbo nero, uno bianco e uno giallo.

Allo scadere della mezzanotte, cominciò a nevicare, mentre la testa della cometa prese a brillare e la sua coda a oscillare su e giù in espressione di giubilo; nello stesso momento, il gruppo dei musici, tornato finalmente al completo, intonò una dolcissima nenia:

" Stanotte stamu larghi de le padule, Natale lu passamu antra la grutta du sciamanu, ma puru ca ve pare mutu stranu, nui 'sti fijiceddri l'imu festeggiare: 'nu piccinnu niuru, unu giallu e unu mussurmanu, cullati de lu ruscjiu de lu mare. E rricòrdate ca la festa de Natale ede de tutti, de li niuri, de li janchi e de li gialli e tie 'sta pizzica, perciò, ttocca lla balli (Stanotte stiamo fuori dalla palude, Santo Natale nella grotta dello sciamano, ma pur se a voi pare alquanto strano, noi tre teneri neonati dobbiamo festeggiare: un bimbo nero, uno giallo e uno musulmano, tutti cullati dal fruscio del mare. E ricorda sempre che il Natale è festa di tutti: neri, bianchi e gialli e perciò tu la devi festeggiare con la pizzica e i suoi balli) ".

Ogni bimbo è figlio di Dio, indipendentemente dall'etnia, dal colore della pelle e dal credo religioso; perché il Natale è festa di tutti, bianchi, neri e gialli

" Omnia vincit amor et nos cedamus amori. L'amore vince tutto e, perciò, amici miei, arrendiamoci anche noi all'amore! " .


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