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“Luci di Ljubljana” di Patrizia Dughero – Ibiskos Editrice Risolo

Creato il 11 novembre 2010 da Viadellebelledonne

“Luci di Ljubljana” di Patrizia Dughero – Ibiskos Editrice Risolo

La lettura delle liriche di Patrizia Dughero mi racconta un approdo e un’appropriazione.

L’approdo è il ritorno, consapevole e cercato alla terra delle origini, a quella Slovenia aspra e asciutta che  custodisce il grumo dei suoi cromosomi:

 

Mi sono svegliata davanti una terra congelata/da brina spettrale, ho deciso di partire per/la terra di nessuno, quella, un grum, dove/sono sprofondate piano le ossa di mio nonno.  (in Terra di nessuno pag. 54)

 

Con chi sopravvive, sebbene l’affinità -seppure solo fisica- sia problematica, il rapporto non solo esiste ma supera qualsiasi lontananza, in un invisibile ponte di affetti e premure:

 

Nipote mia non mi somigli gli occhi e i capelli/il duro profilo e la dura pelle. Appartieni all’altra sponda/una sponda di cure m’offri e mi raggiungi. (in Lei parla alla nipote pag. 61)

 

Il distacco non è riuscito a scalfire né la memoria né la corrispondenza d’amorosi sensi tra vivi e morti. Così, in Ad AlojzGradnickil poeta che corteggiò mia nonna

 

Oggi mi appare lontano il mio paese/dall’incanto mite/con le vigne a fare da mantello nel sole/e la lingua che accoglie parole ghiacciate/che neppure il sole scioglie.//Ora si fa chiaro ciò che non abbiamo ancora scorto/ciò che la madre ebbe dalla madre e da quella di sua madre/ quello che ora ha germogliato//tutto ciò che sussurra il fiume, il campo, il monte, il bosco, il poeta.//Ci si fa chiaro e si fonde nel sangue/l’inizio fonte e meta, e solo nell’ultimo passo si nasconde//quello che dà amando/e che i morti riunisce ai viventi. (pag.40)

 

Ma il ritorno non è definitivo e necessita di un secondo congedo. Però esso è diverso dal primo: l’appropriazione delle radici, nella maturità, è segnata dalla scoperta e poi dalla valorizzazione del dialetto la cui valenza espressiva ed emotiva è tanto forte da essere proposto senza traduzione, nelle liriche finali, perché il lettore, lentamente ammaestrato in precedenza dal confronto con l’italiano, cammini ora con le sue gambe a tradurre quei segni in suoni, ritmi, asprezze, lasciandosene avvolgere e coinvolgere:

 

[…]

a l’altre rive, ma rive di cure m’uffris (IV pag.90)

 

Nel completare la riappropriazione delle luci di Lubiana, fil rouge di tutta la raccolta, l’autrice si può comunque concedere altre digressioni liriche, che fanno di questo volumetto una silloge densa e alta. La prima è l’omaggio alla sua isola d’adozione, l’Elba, dove Patrizia ha trascorso gli anni dell’ adolescenza.

L’Elba non è solo filtrata dal ricordo ma si svela periodicamente nella sua identità di mare, vento e sabbia alla poetessa che vi ritorna con la sua famiglia, ogni estate:

 

Onde di sabbia/profumo di fresche/sfrangianti nubi (pag. 31)

 

Oppure, in Redinoce (pag.17):

 

Giù fino alla costa/corrono le distese/di lecci bruni

 

Verso libeccio/volteggiano su barche/le tamerici

 

Impermanenti/ sculture di granito/ cigni sul mare

 

La misura dell’haiku, abilmente forgiata, sembra echeggiare, nella sua efficace brevità, la concentrazione stessa dell’isola.

Mentre alla figlia Clara, in una misura metrica appena più ampia di quella giapponese, Patrizia sembra suggerire anzitutto la levità della memoria:

 

Suole di vento/raganelle/di memoria tracciano un’orma lieve (pag.41)

 

Ma la Dughero sa anche uscire da se stessa e dal proprio personale vissuto con riflessioni che hanno il sapore della sentenza filosofica:

 

Se esistesse alla fine un fine/di notte ancora/ ti potrebbe capitare/il mondo cortese/ma c’è una buca/in mezzo alla gente/e nessun obbligo alla saggezza. (pag.30)

 

 La raccomandazione è l’ascolto, più difficile e raro di altre virtù:

 

Ascolto, solo chi lo sa fare/può dire. A te che sai ascoltare/io dico: il niente è da comprendere/non si può uscire dalla sofferenza. (pag.25)

 

Se occorressero altri motivi per gustarsi questo volumetto, oltre la densità dei contenuti e l’efficacia della forma, asciutta, scarna di aggettivazione, puntuale come una freccia scoccata da mano esperta, suggerirei la cura, la raffinatezza dell’edizione e la bellissima immagine di copertina, che riproduce un murale del 2005 della stessa Dughero, dal titolo Ritorno, dove le punte dei campanili si armonizzano con la rotondità delle cupole, ad alludere forse alla triplice anima di Lubiana tra cultura austriaca, slava e latina; al suo equilibrio magico tra oriente e occidente.

Patrizia, che oggi vive e lavora a Bologna, dove si è laureata in Discipline Artistiche al DAMS, si rivela dunque un’artista pienamente matura e originale in quest’ opera prima che si manifesta dunque come un ulteriore approdo: quello dall’apprendistato poetico giovanile, per tanto tempo interrotto, al canto lirico, alto e consapevole, dell’età adulta.

  

    Maria Gisella Catuogno

 

 

 



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