Lucio Amelio: “L’ultimo Don Chisciotte”

Da Uiallalla

In occasione della presentazione del volume “Oasi gay - Miti & Titani della cultura omosessuale e lesbica” (Cicero editore), proponiamo l’intervista che Vincenzo Patanè ha fatto a Lucio Amelio nel 1993. “Forse il napoletano più famoso al mondo”, Amelio è stato un personaggio decisamente al di fuori della norma. Grazie alla sua galleria d’arte ha fatto conoscere artisti come Warhol, Barthes, Mapplethorpe, Peyrefitte, Schifano. Una personalità poliedrica, un Don Chisciotte moderno in lotta contro il conformismo che commenta acutamente Napoli, l’America, l’arte ed i problemi della nostra epoca. Il libro di Vincenzo Patanè sarà presentato martedì 29 giugno alle 19.00 al Penguin Café (Napoli, via Santa Lucia 88)

La sua “Fondazione Amelio” è una delle poche cose che a Napoli funzioni e di cui la città si possa vantare, oltre che un eccellente manifesto all’estero della positività napoletana. Come è stato possibile crearla in un ambiente con tanti problemi?

Quello che ho fatto non l’avrei potuto fare altrove, perché penso che Napoli sia l’unico posto al mondo ancora vivibile: tutto il resto è un enorme drugstore uguale ormai dovunque, a cominciare da Parigi, dove pure ho una galleria d’arte.

Come mai la sua attività ha trovato un momento di slancio proprio in quel terremoto, che secondo alcuni è stata una lacerante ferita inferta alla città, che da allora non si è più ripresa?

Non sono d’accordo con tutti questi piagnistei, anzi. Napoli col terremoto è migliorata perché c’è più voglia di vivere.

Volendo fare un paragone tra la Napoli attuale e quella di vent’anni fa si può parlare, come dice La Capria, di “un’armonia perduta”?

Io penso sia migliorata senz’altro… Tante cose negative – che esistono in ogni caso in tante altre città, dove la gente dorme per strada e ti rubano lo stesso – come la camorra e la malvivenza evidenziano paradossalmente una straordinaria energia. Anche in questo, Napoli è l’ultima città degna di questo nome, l’unica con un’identità ben precisa, mentre le altre al confronto sono scialbi agglomerati urbani.

E l’omogeneizzazione culturale preconizzata da Pasolini?

Napoli non si è mai azzerata e non a caso Pasolini vi ha ambientato il Decameron. Napoli rinasce ogni secondo dalle proprie macerie fumanti, è la città di Pulcinella, dove ognuno ha la coscienza della propria tragedia. Qui viviamo da tremila anni nella tragedia, a diretto contatto con la Sibilla e con il sole. Siamo, per dirla con Rimbaud, “les fils du soleil” e con il nostro sole è nata la cultura europea.
Per questo ho sempre creduto, dimostrandolo con i fatti, al rinnovamento creativo della mia città perché vedo di fronte a me un’esuberante energia che trabocca nella città e ho cercato di reinserirla in un circuito culturale di respiro internazionale. Perché Napoli è una grande città, come diceva Stendhal: “Naples et Paris, les deux seules capitales”. Il terremoto ha esaltato ancora di più l’energia di questa città, dove tutto è possibile e tutto è desiderabile, e dove c’è un serpeggiante erotismo. Napoli è la vera, ultima Babilonia, più dell’America dove si vive un falso erotismo.

In che senso?

Innanzitutto è lì che è nata la parola ‘gay’, che io odio perché ha creato un ghetto di persone che non sono affatto gay nel senso di allegre, ma spesso sono sinistre, affariste, ciniche, altro che gayezza. Trovo che sia un segno negativo del sesso diventato consumo e che proprio in America ha trovato la sua esaltazione. Del resto, tutte le etichette non servono ad altro che a consumare meglio, per produrre soldi, a cominciare dalle stesse riviste: Gay Liberation, Women Liberation – in realtà un disastroso fenomeno di schiavizzazione della donna per farne non si sa che cosa – sono scomparti per far soldi. Io vado a letto con gli uomini ma non sono un omosessuale, preferisco definirmi una persona erotica, rifiutando ogni etichetta. Credo siano tutte dei falsi canali.

Si spieghi meglio…

Ritengo avessero ragione gli antichi greci che parlavano più genericamente di aphrodisia, ossia ciò che racchiude ogni tipo di piacere, dalla libido al palato, dall’udito all’odorato. Quando l’uomo soddisfaceva i propri sensi non era importante il come ma caso mai il quanto, il senso della misura o la sophrosyne, ricordata da Foucault. Ma è proprio ciò che oggi manca: a questo concetto di sana quantità si è sostituito un volgare commercio del proprio membro, come con i gay americani che più di tutti hanno distrutto la dignità umana.
La società greca era invece un monumento a quella dignità: non si interferiva nell’operato degli altri, si usavano i piaceri in armonia, secondo natura e senza le ridicole costrizioni che vogliono gli organi utili solo per una cosa, tipo il culo che serve solo per cacare o il cazzo per pisciare. E inoltre i greci avevano già capito qual è la principale differenza tra l’uomo e la donna, attribuendo a quest’ultima il ruolo della Sibilla: la donna infatti è per sua natura spiritualmente più misteriosa e ricca, esprimendo quello che in psicanalisi è l’Es, provando più difficoltà a relazionarsi col mondo esterno e rimanendo in posizione subordinata all’uomo, laddove questi ha più facilità ad inserirsi in una realtà, esprimendo invece l’Ich.

E come si è poi arrivati a questo punto?

È stato con i romani che c’è stato il dérèglement de touts les sens, il capovolgimento e lo stravolgimento di ogni regola per esaltare al contrario l’intemperanza, la prepotenza, gli stermini, il piacere esagerato, vedi i vomitatoi. Naturale che poi si passasse, col Cristianesimo, all’eccesso opposto, all’idea di peccato, vietando di fare l’amore a chi non è sposato o con persone del proprio sesso.

Anche il rapporto uomo/donna lo vede oggi così negativo?

Sì, lo vedo come un rapporto pieno di tensione, storicamente sempre più drammatico. Io credo nell’idea alchemica di un’unità primordiale, di un divino androgino insieme meravigliosamente maschile e femminile. Quando l’unità si è spezzata, allora è nata la tragedia e l’amore non è altro se non questo tentativo di ritrovare quella magica armonia che si ricompone solo in rari momenti. Il rapporto omosessuale è, in quest’ottica, una scorciatoia di chi, codardamente, non vuole affrontare il rapporto vero che porta all’unione armonica. Ma fondamentalmente, l’uomo è disperatamente chiuso nella sua solitudine, come diceva Quasimodo, e, peggio, è ora una persona senza erotismo. E in questa società lo scontro tra i due sessi si è acuito.

Soprattutto nella nostra cultura occidentale?

È tipico delle società consumistiche e quindi c’è anche in Giappone, dove stanno più inguaiati di noi. Questo tipo di società fa disperdere più che mai le forze in altri canali – il matrimonio, il televisore, lo zapping, i mass media – riducendo quell’erotismo che è già minimo, secondo una regola unica ed inderogabile: non amatevi mai, fregatevi l’un l’altro, io, mia moglie, il televisore e basta. Il matrimonio, anche quello tra persone dello stesso sesso, è infatti una forma di repressione sessuale, un mezzo per uccidere i sensi, perché l’uomo con i sensi addormentati è più manovrabile, come diceva Reich. Penso che il 90% degli uomini non abbia una vera vita sessuale, si sia già arreso, imprigionato nel matrimonio o soddisfatto di andare alla sauna per un orgasmo di due minuti usa e getta. In realtà tutti fanno l’amore allo specchio, facendosi montagne di seghe, anche le donne. Il problema è gravissimo, è la fine dell’erotismo che ora esiste solo negli animali o forse, come diceva Genet, negli assassini, nel senso di un desiderio irrefrenabile.

È un processo irreversibile?

No, anche se non è facile tornare indietro. Bisogna cercare di fare qualcosa per restituire questi brandelli di dignità strappati all’uomo, che allora diventerà di nuovo erotico. Io credo che l’arte possa compiere questo miracolo. Qui nella “Fondazione Amelio” stiamo facendo un tentativo di una comunità tutta tesa a realizzare alcune idee per ristabilire una certa dignità umana. Noi mandiamo un piccolo messaggio d’amore a chi è solo, disperato, senza amore.
Sarò un idealista ma credo che ai giovani non si debba insegnare solo a diventare più belli o a gonfiare i muscoli ma dei valori spirituali, ad essere una batteria carica d’amore. Siamo convinti che l’arte lo possa fare, come c’è riuscita la poesia di Kavafis, che ha fatto ritrovare coraggio a tante persone e che è presente negli inviti delle nostre mostre, assieme a Pulcinella, il simbolo insieme della tragedia del vivere e del desiderio senza freni.

Ma l’arte contemporanea, compresa quella concettuale, non è un discorso troppo elitario, che coinvolge la massa solo fino ad un certo punto?

Al contrario! Beuys, che è l’artista che più amo, sosteneva che ogni uomo è un artista potenziale e quindi cercava di fungere da catalizzatore per portare fuori la creatività da ogni uomo. Proprio come diceva Warhol: “Ognuno deve essere una star almeno per un momento”, tutti devono vivere almeno un momento come un sovrano perché ogni uomo è un sovrano. Non a caso Beuys utilizzava dei materiali poveri, a disposizione di tutti.

Ma non c’era il rischio di una commercializzazione?

Il rischio c’era, ma Beuys creava delle opere d’arte che volevano trasformare il mondo, sottolineando la falsità del nostro mondo e ridando a tutti una dignità.

C’era anche sessualità nella sua opera?

No, almeno in senso diretto, anche se lui amava tutto ciò che c’era al mondo, senza distinzione, come Goethe. Ma c’era nel voler ridare all’uomo quel pungente desiderio, anche erotico, che ora, in questo mondo degenerato, non esiste. Bisogna assolutamente liberare l’umanità dalla catena del consumismo e dalla droga, ricostruendo l’amore e non andando nei peep show o nelle saune, che sono una vergogna.

Lei ne ha avuto esperienza?

Non voglio fare il Savonarola, ci sono passato anch’io attraverso l’Inferno, negli anni Settanta in America. Ci sono stato pur’io nelle saune, ma come Dante che segue Virgilio, orrificato, orripilato. In particolare ricordo alcune locali incredibili come il mitico ‘The Toilet’ dove veramente tra sadomasochismo, orge, golden shower e brown shower sembrava consumarsi ogni energia umana in maniera assurda. Tutti abbiamo attraversato l’Inferno, ora cerchiamo di recuperare l’amore.

Adesso però l’Aids ha cambiato molte cose…

Eh, sì, ma non mi sembra certo un male. L’Aids è il terremoto che sta minando il nostro modo di vivere, ciò che fermerà quest’atto di assurda e oscena consumazione. È una malattia sociale, quasi la vendetta della natura, che adesso costringe l’uomo a riconsiderare cos’è l’amore. Pur se tristemente, l’Aids ci può di nuovo insegnare a vivere in armonia con la natura e a rapportarci agli altri in maniera equilibrata.

Ci racconti di qualcuno che ha conosciuto, a cominciare da Mapplethorpe, che le ha scattato molte foto, tra cui una celebre con un saio.

È stato quando ha presentato dei lavori a Napoli nel 1984. Mi ha fatto quei ritratti molto belli a Capri, a villa Sergio, ed io comperai sessanta sue foto.

Di lui che ricordo ha?

Una persona deliziosa, timida, dolcissima, ma drogato di sesso. L’ho visto come una persona sofferente, che viveva le cose sulla sua pelle. Il suo è stato un suicidio, è una vittima di tutto quello che ho detto prima, un artista che aveva assorbito tutto il malessere dell’America, di questo frainteso. Lui ha attraversato l’Inferno in pieno e non ne è uscito più se non in fiamme come tanti altri, come Keith Haring, come ne usciremo la maggior parte di noi.

Andy Warhol no…

Lui no, era diverso. Non era molto interessato al sesso, era un omosessuale distratto più che represso, amava più guardare gli altri che fare l’amore e più il pettegolezzo sul sesso che il sesso stesso: una volta disse che era un’attività da teenager. Era comunque una persona umanamente bella, generosa – tanto che a volte veniva usato dagli altri – che amava soprattutto essere al centro delle situazioni, così come nella Factory. Era una persona modesta, che soffriva col sorriso sulle labbra. Warhol si è a mala pena bruciacchiato i vestiti, però l’Inferno l’ha visitato anche lui. Come tutti noi.

Tratto da “Oasi gay - Miti & Titani della cultura omosessuale e lesbica” (Cicero editore)
Originariamente pubblicato su Babilonia n. 108 (febbraio 1993)

Per gentile concessione dell’autore
foto: fabio donato


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