Lunedì Film – Il Divo – Paolo Sorrentino

Da Iomemestessa

Comincia così. Con un glossario.

Brigate rosse. Democrazia Cristiana. Loggia P2. Aldo Moro.

Parole rosse come il sangue.

Poi la prima immagine. Il volto di un vecchio trafitto da aghi. Ultimo rimedio per quell’emicrania che da sempre lo affligge.

Stacco. Parte la musica. Toop toop dei Cassius. E mentre monta la musica, una sequenza di omicidi. Calvi, Sindona, Pecorelli, Dalla Chiesa, Ambrosoli, Moro.

E così che comincia Il Divo, la spettacolare vita di Giulio Andreotti.

All’inizio degli anni ’90 a Roma c’è un uomo che non dorme. Non dorme perché deve lavorare, scrivere libri e, alla fine, anche pregare.

Imperturbabile, impenetrabile, sornione, cinico, in Italia, Giulio Andreotti da 40 anni rappresenta il potere.

Il Divo si apre con la nascita del settimo governo Andreotti e si chiude con il suo rinvio a giudizio per mafia e assassinio. Ma non si pensi che il tutto possa essere ridotto a mera cronaca. A quasi settantanni il Divo Giulio fa parte di quella gerontocrazia che non teme nessuno, tranne se stessa. Uso all’ossequio ed al timore reverenziale, ha un compiacimento freddo che nulla pare scuotere. Il suo amore è il potere. Un potere immutabile in cui tutto, battaglie elettorali, attentati terroristici, accuse infamanti, pare scivolargli addosso senza lasciare traccia.

La marcetta che segna l’entrata in scena di quella specie di circo barnum che è la corrente andreottiana (Sbardella, Ciarrapico, Evangelisti, Cirino Pomicino) è un piccolo capolavoro.

Di politica in senso stretto ce n’è pochissima: i governi che cadono e gli scandali giudiziari restano ai margini, appena un accenno. Le luci dei riflettori sono su di lui, sul Divo, il cui ritratto Sorrentino ci consegna senza alcuna pretesa di ricostruzione realistica o vero storico, ma anzi, deformato in una chiave talora grottesca, altre tragica e ironica: Servillo non è una caricatura di Andreotti ma diventa Andreotti, e nell’espressione immutabile e fissa di Servillo (strepitoso, nel suo immedesimarsi e nel recitare per sottrazione, senza concessioni al macchiettismo) si racchiude tutto il cinismo, la mancanza di morale, l’assenza di empatia, l’incapacità di compassione.

E poi c’è quel monologo, vibrante, seppur in fondo poco andreottiano (che Andreotti, con una parvenza di rimorso, si fatica ad immaginarlo), ma purtuttavia scritto con un senso del ritmo straordinario e che riporto, fedelmente:

Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa e lo so anch’io.

Immenso, assolutamente immenso, il cast tutto, mai sopra le righe, mai fuori luogo.

Con una menzione speciale per Anna Bonaiuto (la moglie Livia, rappresentata con una misura straordinaria) e Piera Degli Esposti (la signora Enea, la malinconica e pur tuttavia fedele per sempre, segretaria). E un notevolissimo Carlo Buccirosso che riesce a rendere frivolo ma anche astuto un Cirino Pomicino con cui sarebbe stato facile scivolare nella macchietta.

Un Andreotti novantenne uscì dalla proiezione (privata) del film sbottando: «è molto cattivo, è una mascalzonata, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto».

Poi correggerà il tiro, sostenendo che le mascalzonate son ben altre. Ma la reazione stizzita così poco in linea col personaggio che Andreotti ha costruito negli anni, significa che, in qualche modo, Sorrentino ha lasciato un segno.


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