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Ma perché Marco Travaglio sminuisce la giornalista Oriana Fallaci? Sul suo intervento critico a “Otto e mezzo”.

Creato il 27 novembre 2015 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
Oriana_Fallaci_2di Rina Brundu. Lei è il primo democristiano che affronto, onorevole, e sono un po’ preoccupata perché… Ecco, mettiamola così, perché non vi ho mai capito, voi democristiani. Siete un mondo così nebuloso per me, così gelatinoso. Un mondo che non riesco ad afferrare”. Quella appena riportata è la prima domanda posta da Oriana Fallaci a Giulio Andreotti per quella sua mitica intervista. E questo è un altro passo sempre tratto da quel lavoro: “Senta Andreotti: nell’attesa di scoprire il sesso degli angeli, anzi dei cardellini, anzi dei democristiani, io vorrei dipingere il suo personaggio. Così, a ruota libera. Per esempio, e a parte il fatto che lei sia un gran bacchettone, mi piacerebbe sapere…”.

Naturalmente ne potrei portare molti altri di passi simili, ma credo pure che questi siano più che sufficienti a dire che Oriana Fallaci era tutto fuorché una che scriveva “da Dio”. Di fatto la scrittura della Fallaci, come si evince, era una scrittura caratterizzata da un grande tratto rustico, quando non provinciale; una scrittura finanche “liberata” dal fastidio dei “doveri di editing” (l’”On Writing” di Stephen King le avrebbe fatto un baffo, e lei il suo editing se lo faceva in casa!), dimostrabile dal reiterato utilizzo di luoghi scritturali comuni, di metafore sanguigne alla don Camillo e Peppone, piuttosto che di stilizzate epifanie joyciane o percorsi immaginifici di tipo kafkiano, etc etc etc.

Di converso si può senz’altro dire che Oriana Fallaci – obbedendo al sacro motto che ci ricorda che gli scrittori sono scrittori e non grammatici – aveva una modalità scritturale forte, incisiva, passionale, in perfetta linea con la passione civile e politica che animava la sua anima e soprattutto in perfetta dirittura con il suo essere una giornalista d’assalto. Una giornalista nata, come solo possono essere i giornalisti veri. Una professionista che scriveva in punta di lancia e usava la sua scrittura per mettere nero su bianco il suo pensiero. Le sue opinioni. Per questo – oltre all’indubbio know-how di cui vivevano i suoi reportages, i suoi racconti, i suoi libri – era amata. E per questo, soprattutto per questo, la ricordano i posteri come una grande del giornalismo mondiale.

Fatto questa doverosa promessa, la domanda mi sorge spontanea: ma perché il pur bravo Marco Travaglio (con il cui pensiero mi trovo d’accordo 99 volte su cento), ieri notte, in quel di “Otto e mezzo” (La 7), la trasmissione condotta da Lilly Gruber, ha fatto capire che in fondo la Fallaci aveva straparlato in materia di islamismo, e ha tenuto a precisare che Oriana Fallaci è considerata Oriana Fallaci soprattutto perché “scriveva da Dio”? Perché una tale diminuzione dei meriti professionali considerando appunto che un giornalista non è un grammatico e che si fa valere soprattutto in virtù delle sue prese di posizione rispetto ai problemi con cui si confronta il mondo? Perché questa critica post-mortem? Ah, saperlo! E soprattutto meno libri vespiani e più anime libere alla Fallaci anche se si servissero di un ghost-writer per farci conoscere il loro pensiero… cosa che naturalmente non farebbero mai!


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