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Ma quale guerra tra poveri!? Ecco i motivi per cui Atac deve fallire il prima possibile

Creato il 06 luglio 2015 da Romafaschifo
Ma quale guerra tra poveri!? Ecco i motivi per cui Atac deve fallire il prima possibileOggi è molto in voga (tra le tante) la retorica della "guerra  tra poveri".Io se i cittadini che sono in guerra gli uni contro gli altri siano ricchi o poveri non lo so. Del resto il concetto di povertà o ricchezza è alquanto relativo: rispetto a profugo nigeriano direi che siamo tutti piuttosto ricchi. Secondo me la guerra è tra due categorie di lavoratori: chi lavora nel settore privato e chi lavora nel pubblico. Settore, questo, in cui si è completamente perso di vista il rapporto tra costi e produttività. Lo scopo principale di un lavoro è produrre un risultato, proporzionato ovviamente al suo costo. Il ritorno economico lo si ha in cambio del risultato, non del lavoro in sé stesso. Tant'è che ciascuno di noi lavora gratis parecchie ore a settimana e lo fa perché è lui stesso a beneficiare del risultato di quel lavoro. Un lavoro che non produce risultati apprezzabili è un lavoro che non viene pagato. Che nessuno di noi pagherebbe. In buona sostanza non è un "lavoro".Non così purtroppo per il settore pubblico. Lì i costi non vengono sostenuti dal fatturato, che consiste nel compenso ricevuto a seguito dei risultati prodotti, ma principalmente da fondi pubblici, cioè da noi. Questo partendo dal concetto che un'azienda pubblica, in quanto di solito fornitrice di un servizio pubblico (ovvero di pubblico interesse) possa operare anche in perdita. Questo concetto, che di base è giusto perché costituisce il fondamento del welfare, ovvero della garanzia della prestazione di un certo numero di servizi essenziali anche a coloro che non se li possono permettere, è stato del tutto pervertito. Ed è stato tradotto nell'idea che un lavoro (ed il suo costo) possa essere del tutto scollegato dal risultato che produce. Il fatto che un'azienda pubblica possa operare in perdita, perché comunque economicamente sostenuta "da fuori", e dunque in buona sostanza non possa fallire, ha portato a ritenere che essa possa, anzi debba, esistere a prescindere dalla sua effettiva utilità in termini di risultati prodotti in relazione ai costi. Formalmente "perché produce un servizio pubblico". Ma in pratica anche se non lo produce o lo produce in misura largamente inadeguata e insufficiente in rapporto a quello che costa. Ovvio che poi lo scopo reale dell'esistenza di quell'azienda, nel tempo, possa diventare altro da sé. Per la politica ad esempio, un bacino di posti di lavoro da distribuire in cambio di voti e, conseguentemente, di poltrone da dirigente da regalare in cambio di favori, a prescindere dall'effettiva necessità o dallo spessore professionale necessario a ricoprire quegli incarichi. O nel migliore dei casi, in passato è successo, lo strumento con cui si faceva fronte a una determinata emergenza disoccupazionale. Vinceva il partito che garantiva assunzioni pubbliche, ve lo ricordate? Ma anche per coloro che ci lavorano finisce con l'essere essenzialmente il luogo che ti garantisce uno stipendio, prima ancora che il luogo di "lavoro". Da cui il mito, tutto italiano, del "posto pubblico" quale garanzia di un futuro chiaro e privo di incertezze. Com'è altrettanto ovvio che possa diventare il teatro di ogni sorta di ruberie, grandi e piccole, da parte di tutti, utenti, dipendenti, dirigenti. Perché esse non vengono adeguatamente perseguite in quanto non c'è alcun interesse a perseguirle perché non c'è alcun interesse a valutare il risultato prodotto in relazione alle risorse impegnate. E i sindacati hanno dato un contributo essenziale a questo stato di cose. Essendosi sempre più evoluti in soggetti politici, oltretutto rivali, e quindi alla ricerca perenne di consensi e dunque di potere (non di "potere contrattuale" che è ben altro), essi hanno trasformato il concetto di "lavoro" in una sorta di monade, snaturandone il significato che in realtà è quello di "attività preposta alla produzione di un risultato". Essi non difendono il "lavoro" (come ben dimostra il fatto che siano del tutto assenti nel difendere il lavoro di artigiani, imprenditori, piccoli professionisti e in generale il lavoro autonomo) ma il "posto di lavoro". Cosicché il "diritto al lavoro" diventa "diritto al posto di lavoro", ovvero alla percezione di uno stipendio. C'è una bella differenza.Perché in questa seconda configurazione l'"attività preposta alla produzione di un risultato" diventa una mera formalità, da soddisfare in modo ormai del tutto discrezionale, collegata alla circostanza  che si ricopre "un posto di lavoro". Lo dimostra ancor più il fatto che i temi della lotta sindacale vertano quasi esclusivamente sui "diritti" del lavoratore, in termini di garanzie, tutele, bonus ecc. e mai sulla problematica del risultato effettivamente prodotto in cambio di tutto questo, o della disciplina e del rigore richiesti al lavoratore nonché del suo codice deontologico. Essi continuano a difendere un lavoro che non produce risultati adeguati e che dunque tale non è. Essi difendono dei rapporti impiegatizi ormai del tutto astratti dal contesto nel quale essi dovrebbero ritenersi "necessari". E' chiaro che questa "filosofia" possa crescere, prosperare e diffondersi soprattutto in quelle aziende che operano secondo criteri di antieconomicità (perché le altre chiuderebbero e fallirebbero con buona pace di tutti). E queste sono le aziende pubbliche. Lo si evince chiaramente  dal fatto che le organizzazioni sindacali si rivelano assai più propense a sedersi al tavolo delle trattative quando il loro interlocutore è un'azienda privata, la cui dirigenza alla fine della fiera può sempre dire "non mi conviene, perciò chiudo tutta la baracca".Un'azienda pubblica non può chiudere e non può fallire. Ed ecco le battaglie sindacali tradursi in forme di lotta che rasentano il sabotaggio e l'illecito, quando proprio non lo sono, come pure la netta opposizione a qualunque forma di controllo del "risultato prodotto" che costituisce l'assoluta normalità in qualsiasi ambiente di lavoro che debba autofinanziare la sua esistenza.Con questo non intendo certo alimentare tutti i soliti luoghi comuni del dipendente pubblico che ruba lo stipendio. Ma un luogo comune se esiste è per una ragione.Ora a me non interessa stabilire quanti, fra dirigenti e impiegati, in ATAC rubino lo stipendio e quanti invece no. Mi dispiace doverlo dire, ma di fatto lo rubano tutti, volenti o nolenti. L'ATAC è allo stato attuale un'azienda inutile. Dovrebbe fornire un servizio di trasporto che di fatto è lento, saltuario e disagevole anche oltre i limiti di quel minimo di dignità che dovrebbe distinguere chi se ne avvale da un animale trasportato al macello. In queste condizioni ogni utente, ogni pendolare, avrebbe le stesse possibilità di arrivare puntuale dove deve andare mettendosi sul ciglio della strada col pollice alzato. E il paragone regge anche in termini di sicurezza. Le sempre più frequenti manifestazioni di intolleranza degli utenti sono una conseguenza fisiologica del fatto che noi tutti dobbiamo mantenere in piedi un apparato aziendale che costa e non serve. Ovvero non produce risultati apprezzabili.  E questo è un fatto, non un'opinione. Non voglio entrare nelle meccaniche interne dell'azienda. Anche perché non le conosco e non mi compete valutarle. Come al solito ci saranno responsabilità diffuse e di tutti: politici, dirigenti e dipendenti. E come sempre in Italia, quando tutti sono responsabili di qualcosa, questo fatto costituisce un'ottima scusa per puntarsi il dito accusatore vicendevolmente, rimpallandosi colpe e responsabilità, senza concludere nulla. In ATAC (e non solo) si può fare. Ci si può permettere il lusso di fare questioni di principio, anche le più oziose. Perché ATAC non può fallire. Penso a tante piccole, medie e grandi imprese colpite da ogni sorta di catastrofe, economica e naturale. Penso ai tanti casi in cui tutti coloro che ci lavoravano si sono rimboccati le maniche, collaborando, sacrificandosi allo scopo di rimettere in piedi l'azienda e continuare, tutti, a lavorare. Ma in ATAC nessun sacrificio, o spirito collaborativo e organizzativo è necessario. Perché ATAC non può fallire. Mi chiedo come sia possibile che in un'Azienda con dodicimila dipendenti qualcuno possa continuare a sostenere che mancano i macchinisti, o il personale per la pulizia, per la manutenzione, per la sicurezza e la custodia di mezzi e stazioni. Come sia possibile che addirittura ci sia la necessità di ricorrere a ditte terze per certi servizi. Penso a me stesso, e tante persone che ho conosciuto le quali hanno dovuto accettare di buon grado l'assegnazione a mansioni diverse, hanno dovuto firmare nuovi contratti, hanno dovuto e devono fare corsi per ottenere attestati e qualifiche, tutto al fine di poter continuare ad essere "utili" alla loro azienda o appetibili sul mercato del lavoro. Perché  "lavorare" vuol dire essere utili, cioè essere in grado di produrre risultati.Penso a quel tizio che ho conosciuto durante il corso per la patente C. Io la prendevo per il camper, ma lui perché doveva avere la qualifica per poter guidare un mezzo per il trasporto di passeggeri. Era entrata in vigore una qualche normativa che richiedeva l'attestazione di queste competenze ed era molto preoccupato per l'esame perché il suo futuro lavorativo dipendeva da quello. Ma quelli delle competenze non sono problemi di chi opera in ATAC. Perché ATAC non può fallire.Resto basito quando vedo che la mancanza dei titoli di viaggio possa continuare a non rappresentare un problema gravissimo, urgentissimo e che necessiti di un' immediata soluzione. Parliamo, cioè, di un'impresa che non si preoccupa di incassare i compensi dovuti per le sue prestazioni di servizi. Provate un po' a trovare un qualunque commesso di negozio che vi lasci uscire con la merce senza pagare. Ma in ATAC si può. Perché ATAC non può fallire. ATAC è un carrozzone inutile. Se ne facciano una ragione tutti quelli che ci lavorano, a prescindere dal loro grado di responsabilità in tutto questo. Non servono a niente. I loro stipendi sono di fatto un emolumento che la collettività corrisponde loro a titolo gratuito, ovvero in cambio di poco o nulla. Ne prendano atto. Se ne preoccupino sul serio. Come tutti quei lavoratori che hanno dovuto pagare, e tutt'ora continuano, per scelte imprenditoriali sbagliate fatte da altri.La vecchia Parmalat contava 36.000 dipendenti. La nuova ne conta la metà. Sedicimila hanno dovuto cercarsi o accettare un altro lavoro. E in quella vicenda non si parlava neanche di scelte imprenditoriali ma di  colpe e responsabilità penali  ben chiare e di sicuro non imputabili a quei sedicimila. Ma Parmalat poteva fallire. E allora? Fallisca anche ATAC. Perché se non è giusto che qualche migliaio di dipendenti perdano il lavoro per colpe non loro, lo è assai meno che i romani tutti, debbano continuare a pagare un servizio (essenziale alla vita della città) che non ricevono e su cui nessuno può intervenire perché esistono ATAC e le sue dinamiche folli, che trascendono ogni legge di mercato e di semplice buon senso. Quanti sono dotati di competenze e volontà verranno ricollocati, previo accertamento del loro spessore professionale, e superamento di un congruo periodo di prova, in una nuova azienda rifondata. E si preoccuperanno di aggiornare la loro figura professionale in base alle nuove esigenze, come devono fare tutti coloro che non lavorano per un'azienda pubblica e che quindi devono preoccuparsi di produrre "risultati". Gli altri, che siano dirigenti o semplici impiegati di basso livello, se ne stiano a casa perché non è scritto da nessuna parte che debbano campare mantenuti da noi altri.Del resto non è neanche giusto quel che i romani subiscono ora, e dovranno assai più pesantemente subire durante il periodo di transizione da una vecchia a una nuova realtà del trasporto pubblico capitolino.Basta!Francesco Giovanni De Simone*Alcuni elementi molto calzanti. Quello di Parmalat (decine di migliaia di persone hanno perso il loro lavoro e le persone quando perdono il lavoro hanno due alternative: o minacciare le sommosse popolari come si fa a Roma ogni giorno, oppure trovarsene un altro e farsi una nuova vita), quello della guerra tra poveri, ridicola frase fatta molto romana. Ma anche quello dell'eterno conflitto tra dipendenti pubblici e privati. Certo si rischia di semplificare (i dipendenti privati incapaci non mancano, come non mancano i bravi dipendenti pubblici) ma è vero che oggi i dipendenti privati pagano le loro tasse e in più (in più!!!) pagano le inefficienze dei dipendenti pubblici. Una cosa non accettabile. Una cosa sola aggiungiamo: perché nessuno parla di quanto influirebbe profondamente sula produttività della città un'Atac funzionante? Enormemente. Non solo per i turisti, ma ovviamente soprattutto per i cittadini: più puntualità a lavoro, meno appuntamenti persi, meno necessità di far ricorso all'auto. Insomma una Atac funzionante renderebbe tutti noi più ricchi, l'Atac in queste condizioni, al contrario, ci rende tutti un po' più poveri. Un ottimo motivo per arrabbiarsi: stanno di fatto rubando i nostri quattrini. Chi se li è sudati onestamente la smetta di subire.-RFS

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