Magnus Öström finalmente di nuovo in Italia

Creato il 02 dicembre 2014 da Mollybloom

Non era passato neanche un anno da quando avevo visto lo scorso live di Magnus Öström a Istanbul, ma mi ero decisa ad andare comunque: era stato il miglior concerto jazz della mia vita, come avevo cercato di scrivere qui. Speravo in una nuova simile performance, augurandomi che il pubblico veneto avrebbe saputo far arrivare un calore altrettanto mediterraneo al palco. Certamente non mi aspettavo che l’esecuzione potesse migliorare, comunque: mi sarei di gran lunga accontentata che fosse rimasta allo stesso esaltante livello della volta precedente. Mi sbagliavo. Incredibilmente. Questo concerto è stato veramente eccezionale, come hanno anche affermato tutti i musicisti nel backstage, e la mia scelta più che ripagata. A cominciare da Daniel Karlsson, che ha sicuramente fatto un ulteriore salto tecnico nel suo pianismo, infilando con precisione e passione un numero imprecisabile di note in più, ma anche con un Andreas Hourdakis entusiasta della sua nuovissima sfavillante chitarra Collings, e con la conferma della grande energia dell’immenso Öström, e l’ispirazione precisa del bassista Thobias Gabrielson.

Il concerto ha quasi la stessa identica scaletta del precedente, con la sola aggiunta di “Ballad for E”, un brano dedicato al suo ex compagno di band, il compiantissimo Esbjörn Svensson (preso dal primo album Thread Of Life) e comprende quindi quasi tutto l’ultimo album, Searching For Jupiter.
Si comincia sempre con la splendida “The Moon (And The Air It Moves)” subito incalzata da “Dancing At The Dutchtreat” dove Gabrielson dà il suo meglio, imitato da Hourdakis. Ma è a partire dal terzo pezzo (“Mary Jane Doesn’t Live Here Any More”) che si inizia a notare la maggiore perizia di Karlsson, esaltata dalle carezzevoli spazzole di Öström che manda poi in contrappunto charleston e grancassa, creando un contrasto emozionante tra durezza e morbidezza. “Searching For Jupiter” ha un attacco quasi atletico di Karlsson, che parte a un ritmo altissimo, su una batteria molto più dura e staccata che nel disco, e dove Öström infila molti più colpi per battuta: corrono tutti a perdifiato, e Hourdakis tira fuori un assolo vertiginoso lasciando poi la mano a Karlsson che suona a una velocità talmente pazzesca che non si vedono le sue mani; eppure non si ha la sensazione di alcun dichiarato virtuosismo: sembra una volontà espressiva la sua, non la necessità di fare il fenomeno. E alla fine della sua performance Öström lo riacchiappa con un crescendo di batteria da cui lancia il potente assolo di Hourdakis.
In “Weight Of Death” Karlsson all’Hammond duetta con Gabrielson al basso synth, su cui Hourdakis accarezza la sua chitarra con un arpeggio più shoegaze che jazzistico, fino a che tutti sembrano improvvisare stravolgendo totalmente l’originale, creando come una sintesi della melodia. Tocca anche stavolta a Karlsson trasportare con due accordi la band in “Through The Sun” dove spiccano prima Gabrielson e poi ancora Karlsson che si perde dentro un’improvvisazione infinita e trascinante, sotto lo sguardo complice, ammirato e felice di Öström.
Per “Ballad for E” la scena iniziale è tutta di Hourdakis che reinterpreta con grande dolcezza l’originario arpeggio di Metheny, poi raggiunto e sostenuto da un bell’Hammond di Karlsson, mentre il basso di Gabrielson si riempie di tonalità e melodia. E tocca ancora a lui la parte del leone per il pezzo successivo, “Happy And The Fall”, dove attacca con una magistrale improvvisazione che manda il pubblico in delirio; lo segue poi Hourdakis fino a quando Karlsson decide di riportare tutti sulla melodia originale, e Öström chiude con un finalone.
L’ultimo brano prima del bis è stato come sempre “At End Of Eternity”, uno dei pezzi più belli del jazz contemporaneo, una cattedrale di suoni dove la batteria di Öström parte per il suo incontenibile, sovrumano assolo, con il pubblico che sembra quasi insoddisfatto della propria capacità di manifestare con mezzi umani la propria esaltazione, e i miei 1200 chilometri di andata e ritorno per Marostica si trasformano in una passeggiatina. Incredibile a dirsi, ma questa versione è stata persino superiore a quella di Istanbul.
E per il bis sempre “Piano Break Song”, bella come l’originale ma molto più anfetaminica, incalzante, e sulle battute ritmiche di mani del pubblico Hourdakis parte per un’improvvisazione raggiunto da Karlsson, mentre Öström fa volare le sue spazzole ovunque, inarrestabile, cavalcando un glorioso finale super prog.


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