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Male dimenticabile

Creato il 12 agosto 2019 da Annalife @Annalisa
Male dimenticabile

Curioso titolo italiano (“Il libro del male”) che ignora metà del titolo originale (“Il libro delle anime”) quasi che bisognasse informare gli ingenui lettori italiani che qui si sta parlando di qualcosa di molto molto brutto e malvagio.

Trama intricata, perché tiene le fila di un romanzo precedente (il cattivo di turno è rinato, risorto, o soltanto imitato?), di ripetuti casi di piromania e dei delitti di alcune giovani donne che ricordano al protagonista ciò che è avvenuto nella prima puntata (“Nel nome del male”). Sopra le indagini, poi, aleggia un fiato paranormale legato al libro del titolo che non si fa leggere, ma legge lui le anime di chi lo consulta, per divorarle e determinare di che pasta sono fatte. E di ciò, null’altro viene detto (basta guardarlo? Lo si deve sfogliare? Se sei buono non ti fa niente? Se sei cattivo come fa a saperlo?, tutte domande senza risposta).

Detto questo (e rivelato che, a soli due giorni di distanza, mi sfugge ora chi fosse il colpevole), non riesco a comprendere né lo strillo in copertina (“Il nuovo astro della crime fiction britannica”) né alcune recensioni entusiastiche. Ne cito soltanto una, per brevità, da un sito che credo sponsorizzato (noto i link diretti a grandi piattaforme di vendita di libri online) e che inanella questi aggettivi: avvincente, straordinariamente nuovo, avvincente (di nuovo), senza precedenti, conturbante, affascinante, che incatena; o apprezzamenti come “Fulgide immagini, lampi folgoranti, messaggeri di momenti che vorresti dimenticare”. Va be’, è anche un articolo che dice di come l’autore abbia venduto milioOOoni di copie in perfetta autonomia (self-publishing) prima di essere notato dalla Penguin, e invece pare siano soltanto 350mila, comunque devo dire che, pur avendolo letto senza troppa fatica, io tutti quei momenti lì li ho proprio dimenticati.

Intanto perché (senza rivelare nulla della trama vera a propria) le situazioni sembrano montate in un collage di tutta la letteratura di genere precedente: l’investigatore sensibile e intuitivo gravato da brutti ricordi e tormentato da un capo poco intelligente, ma con un sovra-capo che lo capisce e gli dice di avere pazienza; i giornalisti rompiballe che mettono a rischio l’indagine; i sottoposti che invece gli vogliono bene e lo aiutano nell’indagine; l’ambientazione in quei quartieri di villette a schiera che hanno subito qualche tipo di riqualificazione urbanistica, ma invano, e l’antro misterioso in cui pare consumarsi l’origine dei delitti, eccetera.

Anche la traduzione (da qualcuno giudicata eccellente) fa la sua parte nel dare un po’ fastidio: “Sembrava che le acque lo avessero trasportato a valle finché non era rimasto impigliato” si riferisce a una ragazza, ed è preceduto da un terrificante: “La terza persona non lo conosceva”, dove il soggetto è l’ispettore che non conosce la terza persona. E, più avanti: “Parcheggiato, anzi, abbandonato, c’era la station wagon”. O il traduttore ha problemi col maschile e il femminile, o in certi punti ha tradotto Google.

Ancora più fastidiosa la domanda indiretta della sovrintendente capo, formulata in questo modo: “Vorrei sapere che problemi avete voi due?”, al che a me sarebbe venuto di rispondere: “Non so, signora, lo vuole sapere?” (invece il detective fa finta di niente e la legge come se non ci fosse il punto interrogativo, così la sovrintendente non viene umiliata e gli lascia l’indagine che stava per affidare a Poldo, il capo di cui sopra).

Insomma, e mi ripeto, si può leggere in una giornata vuota, lo si legge volentieri, scorre via veloce e violento, sì, ma non certo cupo o inquietante (nonostante le cripte, il buio, le candele accese…), e nemmeno così nuovo. Alla fine, dimenticabile.


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