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Mali: il jihad visto dai Tuareg

Creato il 13 maggio 2016 da Bloglobal @bloglobal_opi

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di Luciano Pollichieni

Nella cartografia dell’Africa sahelo-sahariana i Tuareg hanno sempre rappresentato una costante. I regimi coloniali hanno disegnato linee di demarcazione arbitrarie in lungo e in largo nel deserto, successivamente riconosciute dagli Stati nati in seguito alla decolonizzazione, ma “gli uomini blu” non le hanno mai rispettate. Con il trascorrere degli anni, i Tuareg son rimasti un potere determinante nello spazio del deserto. La nascita di Ansar Eddine, il primo gruppo jihadista Tuareg, va analizzata nel contesto storico delle sollevazioni del nord del Mali.

La prima insurrezione Tuareg scoppiò dopo la dichiarazione d’indipendenza nel 1960 [1]. I notabili delle tribù non accettavano che il loro popolo venisse incluso all’interno di un Paese (lungo la linea Gao-Kidal-Timbuctu) del quale non si riconoscevano cittadini. Brutalmente repressa quest’insurrezione, il Nord restò fino agli anni Novanta ai margini di qualsiasi processo di sviluppo [2]. Rispetto al problema della sicurezza nel Nord, la politica di Bamako fu caratterizzata da un ricorso all’uso dei poteri informali per mantenere il proprio dominio nell’area. Milizie, signori della droga e contrabbandieri di ogni genere divennero strumenti tramite cui le tensioni etniche tra i Tuareg e le altre etnie (ad esempio i Peul) venivano fomentate o represse [3].

Come ha definito l’antropologo e sociologo dello sviluppo Martin Van Vliet, questo approccio come “militiatary” e fu proprio grazie a questo sistema che vennero represse le successive rivolte negli anni Novanta. Questo conflitto nacque a causa di alcune rivalità interne tra le tribù Tuareg che culminarono in una guerra civile in scala ridotta, risolta successivamente dalla repressione dell’esercito maliano appoggiato dalle milizie Ganda Koy, l’esercito dei Peul nel Nord. L’ultima grande rivolta Tuareg fu quella del 2006, scoppiata sempre per cause interne alle tribù, per le lamentele di alcuni importanti leader tribali a causa della promozione nell’esercito di alcuni loro subordinati secondo la linea gerarchica Tuareg. La rivolta del 2006 si concluse con un altro accordo con il governo di Bamako, in seguito a cui venne compiuta la famosa “fiaccolata della pace”, al termine della quale vennero bruciate le armi usate durante l’insurrezione [4]. Nel tentativo di risolvere il problema dei Tuareg una volta per tutte, il governo di Amadou Toumani Touré adottò due provvedimenti mirati. In primo luogo, venne varata la dottrina della “para-sovranità” [5], una vaga strategia secondo la quale le leggi dei Tuareg in alcuni casi vantavano un primato di applicazione su quelle dello Stato centrale. Questa dottrina sanciva una forte autonomia del Nord rispetto a Bamako, che a tratti sfociava quasi nell’indipendenza sostanziale dei Tuareg. In secondo luogo, Touré fece entrare nei ranghi dello Stato centrale diversi nobili Tuareg che avevano dato vita alla rivolta. Tuttavia, la para-sovranità e la cooptazione sono state una debole panacea a un male antico e molto radicato nel tessuto sociale stesso delle tribù locali. Infatti, nella breve vita del Mali il fenomeno delle rivolte nel Nord è sempre stato quasi ciclico. Quando gli equilibri di potere tessuti da Bamako non riflettono la realtà sul campo esse ricominciano.

Il “Che” Guevara dei TuaregQuesto è il contesto in cui nel 1954 a Boughessa (regione di Kidal) nasce Iyad ag-Ghali. Suo padre, Ghali ag-Babakar, membro della tribù degli Ifoghas la più importante tribù dei Tuareg maliani combatté e morì durante la prima rivolta dei Tuareg negli anni Sessanta. Cresciuto tra gli “uomini blu”, durante la sua adolescenza percorre il Sahara in lungo e in largo in particolar modo lungo la direttrice Nord-Sud, che collega l’Algeria al Mali. Nel 1973, a causa della siccità che colpisce la regione di Kidal, Iyad va in Libia dove servirà per un periodo nella Legione Araba di Muammar Gheddafi. Secondo alcuni [6] all’inizio degli anni Ottanta è inviato in Libano a combattere a fianco degli uomini dell’OLP contro Israele. Nel 1984, rientra in Africa, dove viene arrestato dai servizi di sicurezza di Algeri con la non meglio specificata accusa di “sovversione” ed è in questo contesto che cominciano a prendere forma le prime “leggende” sul suo conto. Si dice infatti che i servizi algerini abbiano cercato di estorcergli alcune informazioni torturandolo per 24 ore. Gli algerini dovettero privarlo del sonno per due giorni prima che Iyad chiedesse un pacchetto di sigarette e cominciasse a parlare, una prova di grande forza secondo i suoi sostenitori [7]. All’inizio degli anni Novanta, con l’appoggio della Libia, organizza le rotte dei combattenti Tuareg che rientrano in Mali e che daranno vita a una nuova rivolta. Ag-Ghali fonda l’ufficio politico del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Azawad [8] (MPLA) e sarà lui stesso a guidare l’assalto alla stazione di polizia di Menaka, nel 1990, che segnerà l’inizio della rivolta. Le sue imprese sul campo di battaglia, unite a un certo talento per la politica, gli varranno il soprannome di “Che” Guevara dei Tuareg.

Le rivalità interne all’MPLA portarono alla sua frammentazione in quattro gruppi indipendentisti. Iyad guiderà il Movimento Popolare per l’Azawad (MPA) mettendosi in luce come un capo pragmatico, stringendo prima una tregua col governo di Bamako (1993) e poi con gli altri gruppi armati del Nord (1996). Lo sfoggio di queste abilità diplomatiche unito a una forte presenza delle sue milizie sul territorio lo faranno accreditare come uno degli uomini chiave nei rapporti tra Bamako e i Tuareg.  

Alla fine degli anni Novanta, ag-Ghali si avvicina al movimento pachistano Jamaa’t al-Tablighi, noto per la sua interpretazione quasi wahhabita dell’Islam e abbandona il suo stile di vita fatto di sigari, whisky e belle donne [9]. All’inizio degli anni 2000 ag-Ghali diventa un mediatore per il governo centrale. Sono gli anni della cosiddetta “tratta dei bianchi” quando i gruppi jihadisti algerini muovono verso il Sahara dopo la sconfitta in patria. Iyad ag-Ghali è uno degli uomini incaricati di gestire le trattative per la liberazione degli ostaggi. Nel 2003, negozia il rilascio di 34 ostaggi sequestrati da Amari Saïfi, alias Abderrazak el-Para [10], figura di spicco del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC, la futura al-Qaida nel Maghreb Islamico). Il suo lavoro di mediatore per il governo di Bamako non gli impedirà comunque di guidare la nuova ribellione nel 2006, nella natia regione di Kidal. Nell’ambito di tale sollevazione ag-Ghali diventa il Segretario Generale dell’Alleanza Democratica del 23 maggio per il Cambiamento (ADC), il gruppo più rappresentativo dei clan del Nord. Gli accordi di pace per la rivolta del 2006 valgono ad ag-Ghali la nomina come Ambasciatore per la Repubblica del Mali in Arabia Saudita. Nel novembre 2007 parte alla volta di Jeddah. Nel giro di qualche anno viene dichiarato persona non grata dagli al-Saud per la sua frequentazione di alcuni non meglio identificati circoli estremisti; rientrando in Mali, si ferma per qualche tempo a Parigi dove frequenterà una moschea del centro città. La sua attività di mediatore, a differenza di quella da diplomatico, non conosce sosta: nel 2008 infatti tratta il rilascio di 5 soldati maliani catturati da Ibrahim ag-Bahanga. Ag-Ghali si godrà il suo ruolo di mediatore influente e di uomo di fiducia di Bamako anche se l’inizio della sua carriera istituzionale a Jeddah ha destato parecchi malumori tra i Tuareg, che si sentirono abbandonati dal loro leader nel momento del bisogno. Tramite il suo ruolo nella “tratta dei bianchi” continuerà a coltivare i suoi rapporti con AQIM e ogni sorta di trafficante nel Nord del Mali, rapporti che si riveleranno utili per il passo successivo della sua carriera politica: la fondazione di Ansar Eddine.

Ansar Eddine e la guerra civile del 2012Il 2011 è un anno cruciale per l’Africa e i suoi poteri informali (si affacciano con una certa insistenza jihadisti e trafficanti nel panorama locale). A livello regionale l’instabilità diffusa in Nord Africa aumenta i volumi e il valore dei traffici illeciti nel deserto (armi, droga ed esseri umani). A beneficiare dello sviluppo dell’illecito locale sono tutti i gruppi armati che infestano il Sahara, tra questi anche gli jihadisti AQIM in testa [11]. Per quanto concerne il Mali nello specifico, l’implosione della Libia di Gheddafi spalanca le porte al traffico delle regioni del Nord al commercio di armi e di stupefacenti. Ognuno di questi due beni viene contrabbandato seguendo rotte specifiche: la droga arriva dall’Oceano Atlantico al narco-Stato della Guinea Bissau da cui poi transita agevolmente verso il Nord del Mali per poi imboccare la via del Sahara fino alle coste del Mediterraneo. La Libia è anche sorgente di nuove opportunità nel traffico di armi. Dall’ex quarta sponda le rotte sono tre: quella occidentale verso Algeria e Tunisia, quella orientale verso il Sinai. Insieme alle armi, in Mali, rientrano gli ex membri della Legione Araba di Gheddafi rimasti senza mentore. I Tuareg tornano in patria carichi di armi e decisi a riprendere in mano la lotta contro il governo di Bamako. Molte tribù si fondono nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) di cui, in vista della nuova rivolta ag-Ghali cerca di prendere in mano le redini senza successo. I Tuareg, infatti, non hanno apprezzato il suo incarico da diplomatico nel 2007 che è stato percepito come una fuga. Inoltre, i rapporti intessuti con AQIM hanno aumentato le ricchezze di ag-Ghali suscitando non poche gelosie nei ranghi degli “uomini blu”. In un primo momento, Iyad è costretto ad accettare un ruolo di secondo piano nella gerarchia dei ribelli, con i quali collaborerà allo scoppio della guerra civile. All’inizio del 2012 jihadisti, trafficanti e l’MNLA danno vita a un’offensiva fulminea che porta alla conquista di Gao, Kidal e Timbuctu. L’MNLA prende ufficialmente i meriti delle conquiste ma la realtà sul campo è ben diversa. Infatti, sono i jihadisti a guidare le offensive, in particolar modo i due emiri di AQIM, Mokhtar Belmokhtar e Abdelhamid Abu Zeid, e Iyad ag-Ghali alla guida del nuovo gruppo armato Tuareg chiamato Ansar Eddine (i sostenitori della Fede). Secondo alcune testimonianze [12] l’organizzazione è nata nel dicembre del 2011 quando ag-Ghali convocò una riunione tra gli islamisti e i vertici dell’MNLA a Tessalit. In questa occasione disse: «Non vogliamo sentire parlare né di autonomia né d’indipendenza, il nostro obiettivo è l’applicazione della sharia in tutto il Mali. Coloro che sono d’accordo con noi non devono far altro che unirsi al gruppo che fondiamo a partire da questo momento: Ansar Eddine».

Subito dopo l’occupazione del Nord si assiste a due fenomeni rilevanti nella regione: il primo è la spartizione delle tre città principali tra i diversi movimenti jihadisti. Il MUJAO e Belmokhtar prenderanno il controllo di Gao, Abu Zeid e la sua katibat (brigata) Tariq Ibn Ziyad prendono il controllo di Timbuctu mentre Iyad ag-Ghali e Ansar Eddine comanderanno su Kidal. Il secondo evento è quello del mutamento degli equilibri di potere dentro il fronte dei ribelli dove gli jihadisti prendono il sopravvento sugli uomini dell’MNLA. Sul lato opposto delle barricate si verificano due fenomeni importanti: innanzitutto, nel marzo del 2012 Amadou Toumani Touré viene rovesciato da un colpo di Stato guidato da una formazione militare nota come Comitato Nazionale per la Restaurazione della Democrazia e dello Stato (CNRDS). In secondo luogo, la richiesta d’aiuto alla comunità internazionale per far fronte all’avanzata dei jihadisti fatta dal governo ad interim imposto dal CNRDS. A questo appello risponde la Francia di François Hollande che lancia l’Operazione Serval nel gennaio 2013. I bombardamenti uniti al dispiegamento di un dispositivo di terra riescono a respingere l’avanzata degli jihadisti e a riprendere il controllo, almeno formale, del Nord del Mali. Gli jihadisti, ag-Ghali incluso, sono costretti a fronteggiare sul campo di battaglia le forze francesi unite a quelle africane operanti nella MINUSMA, ed è proprio sul campo di battaglia che viene visto ag-Ghali in carne e ossa. Nel febbraio del 2013 le forze francesi, insieme a quelle ciadiane lanciano l’Operazione Pantere all’interno dell’Adrar des Ifoghas nella regione di Kidal. Lanciati alla ricerca dei capi jihadisti dell’insurrezione, francesi e ciadiani riescono a penetrare nelle montagne dell’Adrar dove si rifugiavano: Abu Zeid e ag-Ghali. Nel corso dello scontro a fuoco successivo i soldati ciadiani riferiscono di come il capo di Ansar Eddine abbia combattuto fianco a fianco [13] con il leader qaedista, riuscendo a ritirarsi miracolosamente dalla tenaglia delle forze franco-ciadiane. Da quel momento in poi ag-Ghali scompare nel nulla.

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Gruppi jihadisti operativi nel Sahel – Fonte: Stratfor/ACLED Data

Ansar Eddine dopo l’intervento francese – Sebbene l’intervento francese sia riuscito a riconquistare formalmente il nord del Mali, esso è ancora ben lungi dal risolvere il problema del jihadismo nel suo complesso. La triade composta da AQIM, Ansar Eddine e il MUJAO non si è dissolta ma frammentata, entrando in una nuova fase della guerra per il controllo del Sahara-Sahel e dei suoi numerosi traffici illeciti. Il MUJAO, tra il 2013 e il 2015, si è fuso con il battaglione di Belmokhtar formando il gruppo degli al-Mourabitoun (Le sentinelle) dopo una guerra per corrispondenza con il capo di AQIM, Abdelmalek Droukdel. AQIM ha conosciuto fortune alterne. Da una parte nel 2015 è stato ucciso dai soldati francesi Abdelkrim el-Targui (il Tuareg) [14], l’uomo che si occupava del traffico di cocaina per l’organizzazione [15] (nonché parente di ag-Ghali), dall’altra il gruppo di Droukdel ha visto rientrare nei suoi ranghi Mokhtar Belmokhtar che con la sua katibat ha dato vita a una nuova serie di attentati in tutta l’Africa Sub-Sahariana. Ansar Eddine invece è entrata in una fase completamente differente del suo jihad che la rende più simile a un’organizzazione mafiosa che non a un gruppo terroristico. In questo senso, l’operato di ag-Ghali e dei suoi uomini corrisponde perfettamente al concetto di “mafia islamista”: un’organizzazione che strumentalizza l’Islam per l’arricchimento, in termini economici e di potere, dei suoi capi [16].

Gli interventi di Francia e Nazioni Unite non hanno tanto meno ridimensionato il peso sostanziale che ag-Ghali vanta sulla politica maliana. Due luogotenenti di Ansar Eddine sono stati eletti al Parlamento di Bamako con Rassemblement pour le Mali (RPM), il partito dell’attuale Presidente Ibrahim Boubacar Keita. Mohammed ag-Intallah e Ahmada ag-Bibi sono infatti entrambi ex combattenti di Ansar Eddine che hanno visto annullato il mandato di cattura nei loro confronti per poi essere eletti nelle elezioni del 2013. Ag-Bibi è stato eletto nella circoscrizione di Kidal con uno schiacciante 96,69% [17]. Sulla sua scelta come candidato un parlamentare maliano dichiarò «sappiamo perché è qui, tutto il mondo lo sa: negoziare con lui è come negoziare con ag-Ghali» [18]. La presenza in Parlamento di due guerriglieri di Ansar Eddine non desta particolari sorprese visto che il nuovo regime di Bamako non ha usato un approccio particolarmente duro nei confronti di ag-Ghali, il cui nome non compare nemmeno nel mandato di arresto che nel giungo del 2015 ha colpito tutti i capi ribelli Tuareg [19]. Il Mali però non è l’unico Paese interessato a proteggere Iyad. Nel giugno del 2014, i servizi segreti francesi fecero trapelare un’informazione secondo la quale ag-Ghali si nascondeva proprio in Algeria [20]. In effetti Algeri era interessata ad Iyad come possibile mediatore per la liberazione di sette suoi diplomatici rapiti a Gao, dal MUJAO, nell’aprile del 2012 [21]. Non sappiamo se in effetti il capo di Ansar Eddine sia stato protetto, ma nell’agosto del 2013 due diplomatici dispersi sono stati liberati presso Bardj Badi Mukthar al confine tra Algeria e Mali.

In sintesi la latitanza di ag-Ghali non pesa sulle sue capacità di imporre il suo peso politico né ai tavoli negoziali con i Tuareg. Per quanto riguarda questi ultimi il capo di Ansar Eddine disse «non mi preoccupano, noi siederemo qui e aspetteremo» [24].  Anche nella regione di Kidal, dove si pensa che sia attivo un suo squadrone della morte pronto a uccidere i membri a lui ostili nella comunità dei Tuareg locali, nessuno osa sfidare l’autorità di Iyad. Verità o leggenda i suoi oppositori nemmeno si riuniscono più [25].

Il nuovo jihad di Ansar EddineIl fatto di poter disporre di un così penetrante soft power all’interno del nuovo Mali non ha fatto deporre le armi ad Ansar Eddine. Nell’agosto del 2014 il canale mediatico di AQIM, al-Andalus, ha pubblicato un video in cui appare ag-Ghali in persona, che minaccia le forze francesi presenti in Mali: «Noi siamo sempre presenti e infliggeremo perdite al nemico» [26]. Quattro mesi dopo, un campo della MINUSMA a Tessalit, viene preso d’assalto con alcuni colpi di RPG sparati dagli uomini di Ansar Eddine. Il 10 giugno 2015, il gruppo attacca per la prima volta nel Sud, sparando ad alcuni militari maliani di pattuglia a Misséni e uccidendone uno. Nella notte del 27 giugno viene assaltato il confine tra Mali e Mauritania, mentre la notte del 28 giugno quello tra Mali e Costa d’Avorio sancendo con queste operazioni il progressivo spostamento verso Sud delle operazioni del gruppo. Le azioni nel Mali meridionale sembra aver conosciuto una battuta di arresto dopo la cattura nel marzo 2016 [27] da parte del DGSE francese di Souleymane Keïta, l’emiro di Ansar Eddine nel Mali meridionale. Tuttavia analizzando il complesso delle azioni compiute dai diversi gruppi jihadisti in Mali sembra che Ansar Eddine per il momento stia risparmiando la capitale Bamako, già oggetto di attacchi da parte di altre organizzazioni. Questa suddivisione territoriale [28] potrebbe essere il riflesso di alcune necessità strategico-tattiche dello jihadismo maliano. I Tuareg di ag-Ghali dispongono di una maggiore conoscenza del territorio nel Nord, specialmente nella regione di Kidal, dove compiono azioni di guerriglia da più di 20 anni. AQIM invece dispone delle conoscenze necessarie per colpire obiettivi maggiormente complessi, come gli hotel Radisson Blu e Nord Sud dove alloggia la missione dell’Unione Europea per il Mali, a Bamako. Bisogna tuttavia evidenziare come la “fluidità” tra le diverse organizzazioni (cioè lo spostamento di armi, uomini e informazioni) sia sempre stata una costante nell’area e quindi nessuna divisione dei compiti può essere troppo rigida. Secondo alcuni analisti [29], al centro della nebulosa jihadista maliana vi sarebbe Iyad ag-Ghali, che ha tessuto i suoi rapporti con i diversi gruppi come mediatore, capo tribale e guerrigliero [30]. Ag-Ghali era imparentato con il defunto El Targui, conosce Belmokhtar, era a fianco di Abu Zeid durante la battaglia del Tigharghar e vanta ottimi rapporti con il Fronte di Liberazione della Macina. Nella fase storica attuale, il jihad di Ansar Eddine sembra più incentrato sull’acquisizione di potere nel Paese che non su una vera e propria offensiva che culmini con la conquista dell’intero Mali – obiettivo irrealistico date le risorse effettive di cui il gruppo dispone.

L’offensiva iniziata nel 2014 è una chiara risposta agli accordi di pace tra i Tuareg e Bamako, accordi da cui almeno ufficialmente ag-Ghali e i suoi sono stati esclusi. Per questo Ansar Eddine e il suo emiro sembrano più una mafia che non un gruppo jihadista come lo Stato Islamico o al-Qaida: il loro interesse è il potere conseguito in tutti i modi in virtù del quale si possono anche avere rapporti con il parlamento maliano o trafficare droga. Dati questi presupposti l’unico modo per battere ag-Ghali è l’inclusione del Nord a livello economico e politico nella vita del Paese. Conseguenza logica ma di difficile attuazione come dimostrano le recenti problematiche sull’instaurazione delle autorità locali [31]. Le rivolte Tuareg e i traffici illeciti hanno sancito l’ascesa di ag-Ghali e di Ansar Eddine nel panorama dello jihadismo saheliano. L’integrazione degli “uomini blu” può rappresentare la loro sconfitta.

* Luciano Pollichieni è Dottore in Relazioni Internazionali (LUISS Guido Carli), collaboratore di Limes – Rivista italiana di geopolitica, studioso di jihadismo e mafie

[1] B. Lecoq, Disputed desert: decolonisation, competing nationalisms and Tuareg rebellions in Northern Mali, Brill, Leiden, 2010.

[2] M. Van Vliet, The challenges of retaking northern Mali, CTC Sentinel, West Point, 2012.

[3] Ibidem.

[4] F. Strazzari, Il deserto di Pandora, in AA.VV., Chi ha paura del califfo?, Limes-Rivista Italiana di Geopolitica, 3/2015.

[5] D. Cristiani e R. Fabiani. From Dysfunctionality to disaggregation and back? The Malian crisis, Local Players and European Interests, IAI Working Papers, March 25, 2013.

[6] S. Daniel, Les Mafias du Mali, trafics et terrorisme au Sahel, in André Bourgeot, Afrique Contemporaine, De Boeck Supérieur, 4/2014, (n° 252), pp. 192-195.

[7] Ibidem.

[8] A. McGregor, Bringing Militant Salafism to the Tuareg: A profile of Veteran Rebel Iyad Ag Ghali, Jamestown Foundation, Militant Leadership Monitor, Quarterly Special Report, December 1, 2012.

[9] L. Ould M. Salem. Le Ben Laden du Sahara: Sur les traces du jihadiste Mokhtar Belmokhtar, Éditions la Martinière, Paris, 2014.

[10] S. Daniel, AQMI, l’industrie de l’enlèvement, Fayard, Paris, 2012.

[11] E. Blanco, As Sahel trafficking networks grow, Al Qaeda rebels get stronger in Mali, International Business Times, July 2, 2015.

[12] S. Daniel (2014), Ibid.

[13] Ibidem.

[14] Mali: le chef djihadiste Abdelkrim al-Targui tué par l’armée française, Jeune Afrique, 20 mai 2015.

[15] Mohammad-Mahmoud Ould Mohamedou, The many faces of Al-Qaeda in the Islamic Maghreb, Geneva Centre for Security Policy (GCSP) Policy Papers n°15, May 2011.

[16] L. Pollichieni, Muhtar Bilmuhtar: il padrino della mafia islamista, in AA.VV., Le guerre islamiche, Limes-Rivista Italiana di Geopolitica, 9/2015.

[17] R. Carayol, Ahmada Ag Bibi, Jeune Afrique, 13 mai 2014.

[18] Ibidem.

[19] Mali: tout le monde blanchit sauf Iyad Ag Ghali, Jeune Afrique, 23 juin 2015.

[20] Iyad Ag Ghali se cache en Algérie selon les services français, Jeune Afrique, 27 janvier 2014.

[21] Otages: l’Algérie compte sur Iyad Ag Ghaly, Jeune Afrique, 5 décembre 2013.

[22] Mali: deux diplomates algériens libérés par le MUJAO, Radio France International (RFI), 30 août 2014.

[23] B. Roger, L’ombre d’Iyad Ag Ghali plane sur les négociations d’Alger, Jeune Afrique, 18 février 2015.

[24] S. Daniel, Les Mafias du Mali, Ibid.

[25] B. Roger. L’ombre d’Iyad Ag Ghali plane sur les négociations d’Alger, Ibid.

[26] D. Thiénnot, Le chef de Ansar Eddine, Iyad Ag Ghali, refait surface, Jeune Afrique, 6 août 2014.

[27] B. Ahmed, Comment la DGSE a arrêté Souleymane Keïta, l’émir d’Ansar Eddine du Sud, Jeune Afrique, 4 avril 2016.

[28] F. Petroni e N. Locatelli, La razzia dello Stato Islamico a Bruxelles, Limesonline, 22 marzo 2016.

[29] T. Dramé, Terrorisme: la nébuleuse jihadiste au Mali, Jeune Afrique, 2 décembre 2015.

[30] Ibidem.

[31] B. Ahmed, Nord du Mali comment Bamako et les groupes armées comptent installer les autorités intérimaires, Jeune Afrique, 8 avril 2016.

Photo credits: Alfred Weidinger/Wikimedia

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