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Manuale del perfetto orologiaio – 21

Creato il 26 dicembre 2017 da Albix

 
Manuale del perfetto orologiaio – 21Queste elucubrazioni si interruppero di colpo quando l’hidalgo si rese conto di essere giunto a destinazione. Fu il viso ossequioso del conducente del cocchio d’onore della legazione pontificia a riportarlo alla realtà.

Come l’hidalgo mise i piedi per terra si accorse subito con uno sguardo che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto.

Il pesante uscio  d’ingresso era semiaperto e una fioca vi fuoriusciva;  ma del fido Tenoch neanche l’ombra.

Con tutti i sensi allertati l’hidalgo si diresse a grandi falcate  verso l’edificio. Al suo occhio indagatore non sfuggì l’anomalia nel salone d’ingresso: le vivande sparse sul tavolo, il disordine generale e il corpo di Tenoch riverso per terra, sopra una stuoia.

Senza troppi complimenti, strattonandolo a più riprese, con voce alterata chiese al suo servitore cosa fosse successo e come mai non fosse a guardia del prigioniero.

Con uno scatto repentino, vincendo lo stordimento che ancora gli ottenebrava i sensi, il gigante, preda di un vago presentimento, si precipitò nei locali seminterrati, dove era stata allestita la sala delle torture. Il suo presentimento divenne certezza quando vide ai quattro angoli del tavolato a croce, pendere le funi con cui lui stesso aveva legato il prigioniero.

L’hidalgo che aveva atteso con un certo nervosismo premonitore che  Tenoch rientrasse con la risposta alla seconda delle sue domande, sperando in cuor suo che la sua premonizione non si avverasse, udì un grido lancinante e terribile. Un urlo che era di rabbia impotente e di dolore incommensurabile allo stesso tempo, come l’hidalgo verificò coi suoi stessi occhi dopo aver fatto di corsa le brevi scale che conducevano di sotto.

Trovò Tenoch ancora  riverso, ma questo volta orribilmente vigile, in una pozza di sangue, con in mano un coltellaccio che egli stesso affilava accuratamente per tagliare la pelle dei malcapitati prigionieri. Sulle prime l’hidalgo si soffermò perplesso ad osservare la scena. Ma quando sul  tavolo della tortura notò il moncone di quello che doveva essere stato il membro del suo servitore, interpretò con lucidità l’orribile scenario e l’antefatto che ne era stato la causa, come gli confermarono le parole che Tenoch gli sussurrò in un bisbiglio che era di autocommiserazione e ancor prima di scusa e di richiesta di perdono.

Il truce torturatore si era auto punito, evirandosi, per espiare quella che considerava una colpa imperdonabile, agli occhi del suo padrone (alla cui stima teneva più che alla sua stessa vita) e una vergogna per il suo orgoglio di guerriero azteco.

-“Non accadrà mai più, padrone. Perdonatemi. Quella strega puttana mi ha ingannato. Ma non accadrà mai più”.

Quegli occhi terribili che incutevano terrore al solo guardarli, ora sembravano quasi teneri, mentre il gigante implorava il perdono del suo padrone.

In un baleno, dopo il momentaneo e comprensibile stordimento, l’hidalgo riguadagnò l’uscita. Per fortuna il conducente si era fermato a parlare con Padre Alonso, forse incuriosito o spaventato dall’urlo sovrumano che Tenoch aveva lanciato nell’atto di auto evirarsi. Senza dare troppe spiegazioni, li invitò a venire di sotto per aiutarlo. Non senza difficoltà portarono di sopra il povero corpo martoriato, dopo che Padre Alonso, che nella sua vita pastorale era divenuto aduso ad ogni sorta di evenienza, gli aveva avvolto la ferita nel tentativo di arrestare la copiosa emorragia, raccattando di seguito anche l’orrido moncone.

Lo  caricarono sul cocchio. L’hidalgo ordinò allo spaventato cocchiere che lo conducesse dal vice legato e che da parte sua gli chiedesse di dare al suo servo ogni assistenza medica possibile, senza badare a spese e senza perdere tempo. Il pio Gesuita decise da sé che avrebbe accompagnato lo sventurato per dargli conforto.

L’hidalgo non era uomo di tentennamenti ed era stato educato ad agire in ogni situazione, mantenendo sempre il suo sangue freddo. Il suo cervello elaborò velocemente un piano d’azione.

La donna che aveva ingannato Tenoch non poteva aver agito da sola. Doveva per forza aver avuto un complice e una carrozza per il trasporto del prigioniero che, oltre alle sue condizioni precarie, non poteva certo mostrarsi in pubblico. I ribaldi dovevano aver agito tempestivamente, quantomeno un’ora prima del suo rientro. In caso contrario lui li  avrebbe incrociati, dato che la via che attraversava Bellaria, era l’unica strada di  comunicazione tra la zona del Barco, dove si trovava l’edificio che lo ospitava e la città vecchia di Ferrara. A meno che… A meno che, rifletté in un lampo l’hidalgo, non fossero scappati attraverso la fortezza del Barco! Se lui avesse avuto un prigioniero così scottante, avrebbe percorso quella via! Sellò alla svelta un cavallo e si precipitò alla fortezza.

Percorse il breve tragitto in un galoppo pieno di rabbia e rimpianto, per essersi fatto sfuggire dalle mani la preda tanto perseguita. Di rimpianto per non avere pensato di distaccare alcuni soldati della fortezza in appoggio all’edificio che custodiva il prezioso prigioniero. Di rabbia impotente perché sentiva che non sarebbe stato agevole riacchiappare l’eretico De Regis e riassicurarlo alla giustizia.

I cinque  soldati di guardia alla fortezza (gli stessi prezzolati da Giuditta per chiudere gli occhi e abbassare il ponte levatoio che permetteva  il transito sul fossato, consentendo di proseguire lungo la via che portava in terra veneta, pensò con rammarico  l’hidalgo) lo rassicurarono con forti e convinte espressioni di obbedienza e fedeltà (anche troppo forti e troppo convinte, analizzò lo spagnolo) che da lì non era passato alcuno, né a piedi, né a cavallo, né, tantomeno, in carrozza. Gli altri cinque soldati dormivano,  per poter dare loro il cambio.

L’hidalgo ordinò al comandante di svegliarli immediatamente e di far sellare cinque cavalli,  perché gli occorrevano per un servizio immediato. Li avrebbe interrogati strada facendo, ma già sapeva che non gli avrebbero saputo dire alcunché.

“Maledetti italiani!” – masticò tra i denti l’hidalgo mentre aspettava il drappello che lo avrebbe accompagnato nella sua ronda improvvisata. – “Tutti corrotti, pavidi e incapaci! Se soltanto avessi avuto con me dei soldati spagnoli!” Ma ora  non c’era tempo per rimpianti e supposizioni. Adesso doveva credere per agire e agire per credere, come gli aveva insegnato il suo maestro Geronimo Huesca.

21.continua…


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