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Marilyn

Creato il 26 marzo 2020 da Lumiere @LumiereFratelli

Marilyn

Regno Unito, USA, 2011, di Simon Curtis. Drammatico -96’. Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: MyMovies)

L’esperienza del 23enne Clark (Eddie Redmayne), terzo assistente alla regia del film Il principe addormentato (poi divenuto Il principe e la ballerina), diretto da Sir Laurence Olivier (Kennet Branagh), anche attore protagonista insieme a Marilyn Monroe (Michelle Williams), giunta a Londra per le riprese in compagnia del marito Arthur Miller (Dougray Scott). L’ amicizia che verrà ad instaurarsi tra il giovane e la bionda attrice, in particolare nel corso di una settimana, durante i sei mesi complessivi di lavorazione, risolverà man mano, in certo qualche modo, le varie incomprensioni e tutti gli inconvenienti presenti sul set … Gran bel film Marilyn, una di quelle pellicole capaci di farti restare seduto sulla poltrona del cinema sino alla fine, mentre scorrono i titoli di coda, con gli occhi lucidi dall’emozione, cuore e mente che si librano con gioiosa leggerezza a trovare rifugio verso quell’ “altrove cinematografico” dove tutto è possibile, pur non potendo fare a meno di notare i difetti essenziali dell’opera in questione: una regia, Simon Curtis, alquanto anodina, con tutte le caratteristiche dell’esordio cinematografico, risentendo, nel bene e nel male, dei suoi trascorsi teatrali- televisivi, e la sceneggiatura, da par suo (Adrian Hodges, dai diari di Colin Clark My Week with Marilyn e The Prince, the Showgirl and me), per quanto “compatta” e senza particolari sbavature, che non supera una dignitosa professionalità.

Ciò che a mio avviso infonde estrema gradevolezza è la notevole scioltezza nella messa in scena, lontana anni luce dalla pesantezza calligrafica e dalla pomposità retorica di molte biografie cinematografiche, scevra da condizionamenti rivelatori su questa o quella verità: un efficace parallelo con la suddetta scioltezza è certo costituito dalla magnifica interpretazione della Williams, l’ex scricciolo Jen del teen drama televisivo Dawson’s Creek (autore Kevin Williamson, in onda negli Usa dal 1998 al 2003), che nel visualizzare gestualità, vezzi ed idiosincrasie di Marilyn, si è mantenuta, fortunatamente, ben distante dal facile ricalco, senza ricercare una verosimiglianza fisica nel senso camaleontico del termine.
Michelle riesce infatti a far emergere, anche con un semplice sguardo o un accenno dello splendido sorriso, la complessità caratteriale di Marilyn: da un lato la Diva che enfatizza il proprio ingresso in scena, tra dubbi ed insicurezze, facendo sì che l’eterea vaghezza si trasformi in pressante e prorompente consistenza, con un candido erotismo denso di contrastanti richiami e contraddizioni, dall’altro la “normalità” di Norma Jean Baker (nome all’anagrafe della Monroe), colta nella sua essenzialità, la fragilità imposta da tale incessante trasformismo, appena mitigata da una particolare ironia (ed autoironia) unita ad una forte determinazione, che spesso riusciva a travalicare la profonda insicurezza di fondo.

Lo stesso può dirsi della rappresentazione di Sir Laurence offerta da Branagh, incentrata soprattutto sull’apparente e sadica sicumera attoriale espressa dal grande interprete shakespeariano, anche in tal caso una spessa maschera volta a coprire acredini e malumori di chi vedeva ormai svanire il proprio tempo e cercava di crearsi una nuova identità: dare una svolta pop alla propria carriera, sfruttando il fascino divistico della Monroe, della quale, pur con tutti i disagi che gli comportò sul set, non poteva fare a meno d’ammirare l’istintività recitativa di fronte alla macchina da presa. Tra gli altri pregi di Marilyn, una buona ricostruzione storica ed il resto del cast veramente valido: Redmayne nei panni di Clark appare “giustamente” impacciato ed incolore, Julia Ormond in quelli di Vivien Leigh con poche battute ed espressioni riesce a dare il senso di quanto possa essere effimero il successo e crudele lo show-business, mentre altrettanto degne di nota sono le caratterizzazioni offerte da Zoe Wanamakar, Paula Strasberg, il consigliere recitativo di Marilyn, e, soprattutto, da Judi Dench, l’anziana attrice Sybil Thorndike, che vorresti non uscisse mai di scena.
In buona sostanza un film “medio”, come si diceva un tempo, che fa di tale “medietà” la sua forza stilistica, con l’indubbio pregio di coinvolgerci in un abbraccio apparentemente freddo, ma alla fin fine colmo di quella gioia, magicamente mista a tristezza, e proprio per questo difficilmente eguagliabile, regalataci da Marilyn nel corso della sua carriera.

Voto:7


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