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Mariss Jansons dirige l’ Ottava Sinfonia di Bruckner

Creato il 19 novembre 2017 da Gianguido Mussomeli @mozart200657
Mariss Jansons dirige l’ Ottava Sinfonia di BrucknerFoto ©Mozart2006

Era davvero un concerto che valeva un viaggio, quello in cui Mariss Jansons affrontava per la prima volta la colossale Ottava Sinfonia di Bruckner. L’ appuntamento era attesissimo dal pubblico tedesco: i biglietti per le due serate sono andati esauriti già in agosto e sabato sera la Philharmonie Gasteig era stracolma di spettatori giunti da tutta Europa per ascoltare il grande direttore lettone insieme alla Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks alle prese con la partitura più imponente e ambiziosa tra tutte quelle scritte da Bruckner, autore la cui tradizione esecutiva a München è tra le più illustri in assoluto essendo stata portata avanti da colossi del podio come Ferdinand Löwe, Siegmund von Hausegger, Oswald Kabasta, Eugen Jochum e Sergiu Celibidache. Le attese del pubblico sono state pienamente ripagate da un’ esecuzione di altissimo livello, sicuramente degna della statura artistica di un direttore unanimemente considerato fra i massimi della nostra epoca e di un’ orchestra che nei quattordici anni di lavoro sotto la sua guida ha ulteriormente affinato le qualità che la pongono di diritto tra le migliori formazioni sinfoniche mondiali.

Nella versione originale del 1887, la Sinfonia N° 8 in do minore di Bruckner era forse la partitura sinfonica più imponente che si sia mai vista: 2.080 battute, per una durata di quasi un’ ora e mezza, strumentate per legni a due, nel finale portati a tre, quattro corni, quattro tube, tre trombe, tre tromboni, bassotuba, timpani, piatti, triangolo, fino a tre arpe (womöglich, scrisse il Maestro quasi con timidezza nell’ autografo). Anche dopo i tagli e le modifiche alla strumentazione operate dall’ autore nella redazione delle stesura definitiva (con i legni portati ovunque a tre e l’ immissione del controfagotto, oltre a diverse altre piccole modifiche in altri punti), eseguita per la prima volta in pubblico al Musikverein il 18 dicembre 1892, con i Wiener Philharmoniker diretti da Hans Richter, essa costituisce sempre un banco di prova fra i più impegnativi per un direttore. L’ impostazione interpretativa scelta da Mariss Jansons mette in risalto, più che la grandezza monumentale delle architetture strutturali, la ricchezza della strumentazione e il respiro delle linee melodiche. Alcuni critici tedeschi hanno scritto a proposito di precedenti esecuzioni che il Bruckner di Jansons contiene delle tracce di Shostakovich per il tono di grandioso pathos velato da tracce di dubbiosa amarezza. In questo senso si potrebbe interpretare il modo quasi esitante con cui il direttore lettone affronta le battute iniziali del grandioso primo tempo, con il tema principale che sembra quasi emergere a fatica dal magma orchestrale. Da qui in poi il fraseggio si carica di contrasti evidenziati al massimo, in un continuo alternarsi di esplosioni sonore alternate a ripiegamenti estremi fino alle battute conclusive del movimento, rese quasi con una sorta di dolorosa stupefazione. Nello Scherzo venivano fuori al meglio le formidabili qualità virtuosistiche della Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks, davvero fantastica per precisione e bellezza di suono. Intensissima la resa dell’ Adagio, con archi splendidi per omogeneità e precisione di cavata che realizzavano al meglio la fervida nobiltà di canto richiesta da Jansons, che dai toni cupi delle battute iniziali si sviluppava in un’ atmosfera di grane intensità drammatica fino all’ improvviso erompere della perorazione conclusiva in do maggiore.

Ma il punto per me più emozionante di questa esecuzione si è avuto nel Finale, affrontato da Janson con un tono di grandiosità epica mai disgiunto da una scrupolosa analiticità della definizione delle dinamiche strumentali, realizzate in modo superbo da un’ orchestra nella quale la sezione ottoni si è davvero coperta di gloria per purezza di suono, squillo e proiezione. La conclusione, con uno spettacolare cambio di tempo che rendeva la riesposizione di tutti i temi principali in tono quasi violentemente parossistico, sigillava un’ interpretazione di quelle che valeva davvero la pena di ascoltare. A settantaquattro anni, Mariss Jansons si conferma uno tra i più grandi direttori del nostro tempo e questa esecuzione va annoverata tra le sue migliori prove per autorevolezza, maturità di approccio alla partitura e penetrazione espressiva. Trionfo finale per un concerto di quelli che rimarranno a lungo nella memoria di chi ha avuto la fortuna di essere presente.



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